Per capire la radice dei problemi di competitività riconducibili al sistema paese occorre qualcosa di più sofisticato dei soliti anatemi semplicistici sul costo del lavoro e sul cuneo fiscale.

Se si procede con metodologia comparativa, l’unica che può isolare i problemi e fornire quindi soluzioni mirate, si vede agevolmente che il costo del lavoro e il peso fiscale non possono fornire da soli una spiegazione. Altrimenti Germania, Francia, Inghilterra e paesi Nordici sarebbero messi peggio dell’Italia. Invece non è così.  La tecnologia è disponibile a tutti, le competenze in Italia ci sono, il costo del lavoro è comparabile, la mano d’opera abbonda, la capacità commerciale anche.

Quali sono gli ostacoli che le imprese italiane trovano rispetto ai paesi concorrenti? Sono riassunti nella posizione che la World Bank assegna all’Italia nella graduatoria dei paesi in cui è più facile fare affari (87° posto).  Le imprese in Italia incontrano ostacoli che la maggior parte degli altri paesi industriali sviluppati non trovano: un sistema di infrastrutture carente, pubblica amministrazione e giustizia costose e inefficienti, oltreché malate di anarco-localismo; congestione organizzativa e logistica e la sua conseguenza più pesante: il costo dell’abitazione che distrugge buona parte del potere d’acquisto dei ceti produttivi e si ripercuote secondo il meccanismo del moltiplicatore dei costi su tutte le attività produttive e defalca il potere d’acquisto dell‘intero reddito nazionale.

Queste sono le grandi deficienze italiane. Solo le infrastrutture richiedono tempo e capitali per interventi strutturali. Gli altri problemi si possono affrontare con riforme a costo limitato o nullo. 

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