A seguito del fallimento delle trattative di pace del 1320, Federico III di Sicilia informò Giovanni XXII che se Roberto I d’Angiò non voleva la pace avrebbe avuto la guerra e, contestualmente, gli chiese la restituzione dei domini calabresi. Nel luglio del 1320 la flotta siciliana ruppe la tregua, che scadeva a Natale di quell’anno, e partì per aiutare i Ghibellini genovesi ad occupare la loro città dalla quale erano stati espulsi dai Guelfi.

La flotta siciliana e quella napoletana non vennero mai a contatto vantandosi però l’una di avere sbaragliato l’altra; di fatto i Siciliani non riuscirono ad espugnare Genova ed i Napoletani non riuscirono a battere i Siciliani. La spedizione, e la guerra in generale, costavano una cifra esagerata al Re di Sicilia ed al Regno ed allora si decise, con il consenso del Parlamento, di istituire un’imposta di guerra del 3% su tutto ciò che veniva importato ed esportato. Nessun comune o categoria ebbe a protestare e fu solidale con la guerra. La tassazione riguardò anche i beni ecclesiastici ma il clero siciliano non si lamentò per nulla cosa che invece, non si sa con quale dose di faccia tosta, fece Giovanni XXII che per reazione confermò la scomunica a Federico III e lanciò l’interdetto sulla Sicilia. Quest’ultimo provvedimento, a cui l’isola non era comunque estranea per l’eterno conflitto che i suoi regnanti avevano con i papi, consisteva nel totale divieto di esercitare l’attività e le funzioni religiose nell’isola, compresa l’unzione dei defunti.

L’interdetto durò per quattordici lunghissimi anni, fino al 16 gennaio del 1335. Federico III però si comportò diversamente dal suo antenato Federico II di Svevia che aveva subito lo stesso provvedimento. Mentre infatti l’Imperatore e stupor mundi, in forza dell’apostolica legatia che lo rendeva capo della Chiesa Siciliana, aveva imposto al clero locale di ignorare l’interdetto, Federico III volle che venisse rispettato il volere del Papa e, dunque, per quattordici anni le campane delle chiese e dei monasteri siciliani non batterono un solo colpo.

Il 19 aprile del 1321 venne compiuto da Federico un ulteriore atto di sfida al Papa ed al mondo intero. In aperta violazione dei patti di Caltabellotta, che ormai per i Siciliani non valevano più nulla, egli fece incoronare suo figlio Pietro come Re di Sicilia con il nome di Pietro II. Il nuovo Re, che avrebbe regnato in associazione al padre (cosa già successa due secoli prima con Ruggero II ed il figlio Guglielmo I d’Altavilla detto il “Malo”) come suo luogotenente e la notizia fu fatta diffondere prontamente in tutta l’isola dai banditori pubblici che così principiavano il loro “urlo”: “Per multi anni la vita di l’altu signuri re Fredricu e di l’altu signuri re Petru, nostri signuri et regi di Sicilia, chi Deu li salvi et mantegna. Amen”.

Dopo soli quattro giorni dall’incoronazione il giovane Pietro II, alla soglia dei diciotto anni, convolò a giuste nozze con la figlia del Duca di Carinzia, Elisabetta. Sul fronte militare il Re d’Aragona, Giacomo II fratello di Federico III, tentava sempre di mediare e far cessare il conflitto ma, con il tempo, egli tornava sempre di più verso le posizioni del fratello che aveva abbandonato, per vile interesse, tanti anni prima. Nello stesso 1321, Giacomo II informò chiaramente il Papa che egli si auspicava una risoluzione pacifica del conflitto ma che in caso di guerra l’Aragona sarebbe stata al fianco della Sicilia.

Come spiegarsi questo rigurgito di amore fraterno dopo il clamoroso voltafaccia di più vent’anni prima è molto semplice. Il sovrano aragonese rivoleva a tutti i costi la Sardegna che era controllata dai pisani (che ora erano diventati guelfi e, quindi, amici di Roberto d’Angiò nemico giurato del fratello). Pertanto egli, nel 1321 appunto, prese le parti del fratello sperando che egli lo aiutasse economicamente nella guerra contro i pisani. Federico III nel suo intimo non era mai riuscito ad odiare il fratello per quello che gli aveva fatto ed i  rapporti, come ampiamente visto, non si erano mai definitivamente guastati; tuttavia egli capì perfettamente la manovra e, nel 1322, scrisse dispiaciuto a Giacomo di non poterlo aiutare.

Tra il 1322 ed il 1325 vi furono mediazioni, proposte e contro-proposte di pace ma non si arrivò mai ad un negoziato serio. Il 1325 vide una ripresa delle ostilità con l’allestimento di una spedizione angioina contro la Sicilia che fece mettere in allarme difensivo tutte le città isolane; in questo frangente Federico III preferì restare a Messina da dove poteva, in ogni momento, prendere la flotta per compiere azioni di difesa e di contro-offensiva. Il 25 maggio del 1325 centoquattoridici galee angioine al comando del Duca di Calabria Carlo, figlio di Roberto I, assaltarono Palermo ponendola sotto assedio strettissimo per venticinque giorni. La strategia di assedio fu terribile e concentrica perché la città venne accerchiata in più punti con attacchi contemporanei, costringendo i difensori a spostarsi da un punto all’altro delle mura. Il 16 giugno gli assedianti angioini, con supporto di truppe genovesi,  lanciarono un’offensiva in grande stile contro la capitale e dopo tre giorni di scontri feroci e sanguinosi abbandonarono il tentativo anche perché era giunta loro notizia che Federico III era in viaggio con la flotta siciliana e temevano di restare incastrati tra le mura della città ed il mare. Ancora una volta gli Angioini non erano riusciti a prendere una città importante nonostante l’enorme impiego di truppe, navi e mezzi bellici. Il mese di ottobre dello stesso anno, da Enna, alcune riforme furono sancite da Federico e Pietro per restringere il potere dei nobili che, comunque, non si ribellarono contro i loro sovrani che godevano di un prestigio e di un carisma ormai immenso ed ai limiti della leggenda. In particolare Pietro II si dedicò con un certo fervore, e non senza risultati, alla ricostruzione, civile ed economica, dei luoghi e dei borghi toccati dalla devastazione della guerra.

La prima parte del 1326 fu caratterizzata dalle solite, sterili ed infinite trattative di pace che si svolgevano ad Avignone e che vedevano protagonista il solito Giacomo II d’Aragona che inventava le formule più assurde pur di fare raggiungere la pace alle parti. Ma Roberto e Federico non volevano saperne, mentre i loro ambasciatori guerreggiavano a colpi di proposte e pergamene loro si preparavano all’ennesimo scontro che non tardò ad arrivare.

Infatti, il 4 giugno del 1326, ottanta navi angioine assaltarono le coste palermitane senza però assaltare direttamente la città e devastando le campagne attorno a Termini Imerese. Questa spedizione ricominciò ad utilizzare la vecchia tecnica dello sbarco lampo, con relativi distruzione e saccheggio, spostandosi velocemente sulle coste siciliane. Fino al 1327 questi assalti si ripeterono con esiti altalenanti da una parte e dell’altra. Questa situazione di stallo era destinata a durare all’infinito se nessuna forza nuova interveniva nel conflitto. Per parte siciliana l’unico alleato erano i ghibellini italiani, ma essi portavano più nemici che aiuti e l’unico modo per sconfiggere definitivamente i Napoletani era quello di un aiuto esterno che non sarebbe mai arrivato dall’intrigante Giacomo II che agitava lo specchio della parentela solo per un suo esclusivo tornaconto e senza mettere mai veramente aiuti concreti in campo a favore del fratello in guerra con il mondo intero. 

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