Niente crisi di governo. È questa l’estrema sintesi proposta dal Presidente della Repubblica di fronte alla necessità di pronunciarsi rispetto all’ennesima vicenda berlusconiana. “Fatale sarebbe una crisi del governo – ha ammonito Napolitano – faticosamente formatosi da poco più di 100 giorni; il ricadere del Paese nell’instabilità ci impedirebbe di cogliere e consolidare le possibilità di ripresa economica”.

“La preoccupazione fondamentale, comune alla stragrande maggioranza degli italiani – sottolinea il Capo dello Stato – è lo sviluppo di un’azione di governo che, con l’attivo e qualificato sostegno del Parlamento, guida il Paese sulla via di un deciso rilancio dell’economia e dell’occupazione”.

Napolitano pone quindi l’accento sulla crisi reale – lavoro e occupazione – senza comunque sottovalutare la questione politica sollevata dall’affare giudiziario riguardante l’ex premier. “La preoccupazione fondamentale” rimane la crisi economica che di certo non si risolve con la grazia a Berlusconi ne, tantomeno, con il perpetuarsi dello scontro ventennale tra centrodestra e centrosinistra.

L’ennesima vicenda berlusconiana dimostra le innumerevoli incongruenze del sistema Italia. In particolare la democrazia e la libertà dell’intero Paese sembrano essere appese al destino di un leader che molto presto dovrà fare i conti con la propria decadenza. Un leader alquanto carismatico che ha saputo sfruttare la situazione di incertezza derivante dalla crisi della Prima repubblica per costruirne una Seconda ancor più ingarbugliata. Nel ’94 la ventata di rinnovamento offerta dall’uomo ‘qualunque’ Berlusconi fu fatale. L’occasione si presentò con il frantumarsi dell’intero sistema partitico del nostro Paese e il Cavaliere era un uomo che si proclamava estraneo a quel sistema; un imprenditore valoroso (nel bene e nel male) della nostra società civile, non vincolato a categorie ideologiche rigorosamente politiche, che sempre meno convincevano gli italiani. ‘Per il bene dell’Italia’: è sempre stato questo lo slogan di fondo dell’opera berlusconiana. Un’impresa titanica, un capolavoro mediatico prima ancora che politico, nutrito da tatticismi attenti e abilità manovriere estremamente sottili che hanno provocato, ben presto, un deleterio smarrimento degli avversari, perennemente impegnati nella battaglia contro il conflitto di interessi in persona. Si tratta di un leader talmente carismatico che gli uomini e le donne del centrodestra berlusconiano non riescono ad immaginare il proprio schieramento nelle mani di nessun altro e tale stato dell’arte – nonostante l’ammirevole solidarietà dimostrata nei confronti del leader ‘indiscusso’ – è sicuramente preoccupante in politica, dove il cambiamento è d’obbligo e l’evoluzione dovrebbe essere doverosa e non dinastica.

Occorrerebbe rassegnarsi all’emergere di un’altra epoca in cui la politica non si evolva per inerzia e non si regga esclusivamente sulla fenomenologia legata a Silvio Berlusconi. Anche il centrosinistra dovrebbe nel contempo rivedere seriamente le proprie linee di azione che si estendano al di là della guerra fredda procrastinata ad oltranza ormai da troppo tempo. La necessità di una fase di “distensione” dopo vent’anni di lotta politica incandescente in fondo è anche ciò che auspica il Capo dello Stato indicando alle forze politiche la strada più ‘agibile’, perché proprio ora che lo spread e la recessione sembrano aver esaurito la loro spinta distruttiva qualsiasi atto di autolesionismo politico sarebbe una manovra irresponsabile da parte di tutti. “Solo così si può accrescere la fiducia nell’Italia e nella sua capacità di progresso”, ammonisce il Presidente che aggiunge: “Ho perciò apprezzato vivamente la riaffermazione – da parte di tutte le forze di maggioranza del sostegno al governo Letta e al suo programma, al di là di polemiche politiche a volte sterili e dannose, e di divergenze specifiche peraltro superabili”.

Di fronte alle ultime vicende legate al Cavaliere l’avvertimento del Capo dello Stato è quello di mantenere un’equa distanza tra il profilo giudiziario e quello politico. Un ennesimo richiamo alla responsabilità in uno scenario molto complesso nel quale non è semplice intervenire anche perché oggi (più che in altre occasioni) il conflitto politico e giudiziario intercetta esplicitamente la dimensione morale: l’agilità politica del Cavaliere è un problema morale e la tensione tra grazia e libertà investe la vita e il funzionamento delle istituzioni democratiche.

In materia di clemenza esistono inoltre “specifiche norme di legge”, una precisa “giurisprudenza”, “consuetudini costituzionali” e una “prassi seguita in precedenza”; il presidente della Repubblica non può in pratica inventarsi istituti giuridici alternativi che svolgano la funzione di ‘salvacondotto’. È proprio su questo punto che la questione giuridica si sovrappone alla questione politica e il Capo dello Stato ha stroncato sul nascere la rincorsa alla grazia per Berlusconi spiegando che una domanda in questa direzione (passaggio “essenziale”) non gli è ancora pervenuta. Senza escluderla Napolitano sottolinea i limiti posti dalla legge affinché possa essere avviato “un esame obiettivo e rigoroso” per verificare se “sussistano le condizioni”, per “motivare un eventuale atto di clemenza individuale che incida sull’esecuzione della pena principale”.

La nota del Quirinale richiama alle proprie responsabilità Parlamento, magistratura e politici coinvolti nei processi in prima persona. Oltre alle “esigenze complessive del Paese” viene rimarcato il “clima di comune consapevolezza degli imperativi della giustizia” la cui autonomia e indipendenza non è sacrificabile. È chiaro, infine, l’invito indiretto rivolto al centrodestra a costruire una nuova e alternativa leadership pur non disconoscendo l’importanza del ruolo del Cavaliere nella vita politica del Bel Paese. Sull’agibilità politica di quest’ultimo incombe in effetti la legge Severino tantoché l’invito rivolto direttamente al Pdl e al suo leader è quello di “decidere” – e a farlo “nei modi che risulteranno legittimamente possibili” – sulla guida del partito e soprattutto riguardo la “prospettiva di serenità e di coesione di cui l’Italia ha bisogno”.

Grazia o non grazia il Cavaliere dovrà comunque ben presto fare i conti con la propria ineleggibilità (legge Severino) e il suo partito sarà costretto a metabolizzare il dramma popperiano su come chi governa possa, all’occorrenza, essere sostituito pacificamente. In una società aperta e liberale la domanda da porsi non è per Popper “Chi deve comandare?” bensì: “Come è possibile controllare chi comanda e sostituire i governanti senza spargimento di sangue?”

Dovrebbe essere questo l’atteggiamento morale, culturale e politico di coloro che si impegnano a costruire, perfezionare e difendere le istituzioni democratiche a favore della libertà e dei diritti dell’uomo.

Affinché il circolo virtuoso tra libertà e progresso che caratterizza il liberalismo e determina la modernità prenda forma devono darsi condizioni che nell’Italia di oggi non sono date o sono labili. In questo contesto il berlusconismo ha favorito il tentativo potenzialmente contradditorio di costruire per via autoritaria le ‘fatue’ premesse di una società liberale. C’è bisogno di un liberalismo meno fondato sul “Chi”, non demagogico e non populista, bensì radicato nella coscienza e nella ragione dell’uomo. Un liberalismo che si rispecchi in una cultura politica che riposa su una scelta morale: “La fede nella ragione, anche nella ragione degli altri, implica l’idea di imparzialità, di tolleranza, di rifiuto di ogni pretesa autoritaria”, afferma Karl Popper.

La libertà non è demagogia bensì una scelta morale e “la libertà come principio – insegna John Stuart Mill – non è applicabile in alcuna situazione precedente il momento in cui gli uomini sono diventati capaci di migliorare attraverso la discussione libera e tra eguali. Fino ad allora non vi è nulla per loro, salvo l’obbedienza assoluta a un Aqbar o a un Carlomagno, se sono così fortunati a trovarlo”.

Una società liberale, infine, è quella che consente di realizzare il massimo grado di giustizia all’interno della libertà.

© Rivoluzione Liberale

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