In Libano, l’attentato perpetrato giovedì scorso contro il feudo di Hezbollah, nella periferia sud di Beirut ha ridato vita ai peggiori ricordi legati alla guerra civile. La Regione era stata già presa di mira lo scorso 26 Maggio, da lanci di missili e l’esplosione di un’autobomba, il 10 Luglio, aveva causato il ferimento di qualche passante. Inoltre, delle bombe erano state fatte esplodere al passaggio di alcuni convogli di Hezbollah che passavano sulla strada tra Beirut e Damasco, nella parte orientale della Valle della Bekaa. Questo attentato, il più sanguinario degli ultimi 30 anni, è stato rivendicato da un piccolo gruppo, totalmente sconosciuto, che dichiara stare con i ribelli siriani. Le autorità libanesi, avevano puntato il dito su Israele. Difficile dare un “nome” al colpevole, certo è che ci si sta avviando ad un punto di non ritorno in questo piccolo, grande, tenace Paese.

Gli autori dell’ultimo attentato hanno voluto scientemente fare molte vittime  e causare il maggior numero di danni possibile. E ci sono riusciti. Venti quattro morti e più di 330 feriti, tra i quali alcuni molto gravi. La strada dov’è avvenuta l’esplosione è completamente devastata, come se fosse stata colpita da un terremoto. Il Ministro degli Interni, Marwan Charbel, non ha escluso che l’attentato sia opera di un kamikaze. Questo attacco ha mirato dritto alla roccaforte di Hezbollah, alla periferia sud di Beirut. Questo violento evento è avvenuto in un momento di grande divisione tra i Libanesi, che sono, malgrado loro, coinvolti nella crisi siriana. Da quando ha annunciato il suo impegno sul terreno accanto alle truppe di Bachar el-Assad, e la sua partecipazione decisiva nella battaglia di Qussair, nel cuore della Siria, Hezbollah è considerato come un nemico da abbattere da parte degli insorti siriani. Diversi gruppi di ribelli hanno giurato “perseguitarlo” fino nelle sue roccaforti più salde. Ma il capo della Corrente Patriotica Libera (CPL), il Generale cristiano Miche Aoun, ha criticato venerdì coloro che stimano che l’alleato sciita debba pagare tale prezzo per il suo impegno in favore del Regime di Assad. “Tutti vogliono la testa di Hezbollah, è molto difficile capire chi si nasconda dietro a questo attacco”, ha dichiarato. Però, l’attentato è stato rivendicato appena  un’ora dopo l’esplosione da un gruppo di ribelli siriani che denotano una forte influenza sunnita, la “brigata di Aicha la madre dei credenti”, dal nome della moglie preferita del profeta. Un video pubblicato su Youtube mostra un uomo incappucciato, accompagnato da due complici armati, anch’essi incappucciati, che fa appello ai Libanesi a rimanere lontani dalle regioni “controllate” da Hezbollah. “Hassan Nashrallah, ti mandiamo il nostro secondo potente messaggio, perché non vuoi capire”, dichiara l’uomo in video. Anche il  Consiglio di sicurezza lascia percepire che l’attentato sia legato alla crisi siriana. Condannando “fermamente” l’attentato, il Consiglio ha chiesto ai Libanesi di “astenersi da qualsiasi coinvolgimento nella crisi siriana”. “I membri del Consiglio di Sicurezza fanno appello a tutti i Libanesi affinché salvaguardino l’unità nazionale di fronte ai tentativi di nuocere alla stabilità del Paese”, precisa la nota. Ma i dirigenti libanesi, anche ai vertici più alti dello Stato, hanno ignorato le rivendicazioni del gruppo di ribelli siriani accusando Israele. Il Presidente della Repubblica, Michel Suleiman, ha qualificato l’attentato come un “atto vigliacco”, imputandolo ad Israele che tenta, secondo lui, di destabilizzare il Libano. Il capo Druso Walid Jumblatt sarebbe dello stesso parere. “Questo attentato è stato perpetrato da Israele per vendicarsi di Hezbollah dopo il suo fallimento nella guerra del Luglio 2006”. In effetti, durante un’intervista televisiva panaraba (Al-Mayadeen) del 14 Agosto, il capo dell’Hezbollah libanese, Hassan Nashrallah, aveva rivendicato le due esplosioni che avevano ferito la settimana precedente dei soldati israeliani. E’ la prima volta dalla guerra del 2006 tra Israele ed Hezbollah che il potente Partito armato libanese rivendica un’operazione contro l’esercito israeliano. Secondo Nashrallah si è trattato di un azione ben congeniata, “e non  sarà l’ultima”, avrebbe assicurato. Lui e il suo Partito avrebbero fatto di tutto per non permettere a Israele di penetrare in territorio libanese…

Ma Hezbollah, dopo questo terribile attentato, sostiene essere l’obbiettivo di una campagna denigratoria nei suoi confronti, e sottoposto per questo a forti pressioni, campagna che sarebbe cominciata prima del suo annuncio del coinvolgimento “attivo” nel conflitto siriano. Una partecipazione decisa, secondo lui, molto più tardi di quella di altri attori libanesi, che sostengono i ribelli siriani con armi, soldi e combattenti, dall’inizio della crisi. Hezbollah ricorda, in questo contesto, il sequestro in Libano, nel Maggio del 2012, della nave Luftallah 2, con un carico di 60 tonnellate di armi destinate agli insorti siriani, e la morte di 15 islamici sunniti libanesi, caduti in un’imboscata dell’esercito regolare a Tal Kalakh, in Siria, nell’Ottobre dello stesso anno. Durante l’intervista di mercoledì scorso, Hassan Nashrallah ha denunciato quello cha ha chiamato una “guerra totale” dichiarata alla sua formazione da parte di alcuni Paesi arabi ed europei, per conto di Israele e degli Stati Uniti. Ha evocato le recenti sanzioni imposte dai Paesi del Golfo agli espatriati libanesi simpatizzanti del suo Partito, la decisione dell’Unione Europea di iscrivere l’ala militare di Hezbollah nella sua lista nera e la “strumentalizzazione” del Tribunale speciale per il Libano incaricato di giudicare gli assassini del Primo Ministro Rafic Hariri. Per Hassan Nashrallah, questa campagna si è manifestata ultimamente con i tentativi di formare un nuovo Governo libanese dal quale sarebbe escluso, cosa che rifiuta categoricamente di accettare. Per i suoi detrattori, Hezbollah agirebbe come uno Stato nello Stato e prenderebbe delle decisioni unilaterali suscettibili di trascinare il Libano nel conflitto siriano.

Al di là della loro dimensione locale, le tensioni nel Paese del cedro si iscrivono anche, e soprattutto, nel quadro di un grande gioco Regionale, dove Arabia Saudita e Iran, appoggiate rispettivamente dagli Stati Uniti e dalla Russia, si affrontano attraverso attori locali a loro interposti. Il Libano non sarebbe che un ulteriore campo di battaglia, che andrebbe ad aggiungersi a quelli della Siria e dell’Irak, dove queste potenze regionali, e i loro mentore internazionali, si affrontano senza pietà. Il pericolo è che da un momento all’altro si arrivi al punto di rottura (anche il problema dei profughi comincia a diventare di difficile gestione) e che il Paese sprofondi di nuovo nella guerra civile, come il suo vicino, al quale è legato storicamente, culturalmente e per fede, in virtù dell’eredità lasciata dalla dominazione francese. Legami difficilmente cancellabili. Unica consolazione, forse, in questo paesaggio di desolazione è che tutte le forze politiche locali hanno apertamente, o tacitamente condannato l’attentato di Roueiss, con chiare note di biasimo indirizzate al Partito di Nashrallah, il cui impegno in Siria “è un invito indirizzato al terrorismo a colpire il Libano”, come hanno dichiarato i deputati della Corrente del Futuro Mohammad Kabbara e Jamal Jarrah. 

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