Il settore amministrativo pubblico si è mosso  a marcia indietro. La modernizzazione, soprattutto l’informatizzazione è stata molto più lenta che nel settore privato, oppure semplicemente assente. Sempre frammentata, disordinata, priva di una visione generale di razionalizzazione coordinata. La spinta alla riorganizzazione è stata più dichiarata che reale. Con un fenomeno paradossale: mentre in tutto il mondo produttivo aumentano continuamente le dimensioni delle aziende per far fronte alla concorrenza internazionale e assorbire i costi della crescente complessità, la pubblica amministrazione si è permessa di regalarsi il fenomeno opposto. La devolution regionale crescente ha fatto proliferare piccole gestioni locali frammentate di attività che per loro natura sono nazionali e strategiche, a partire dalla sanità. L’autonomia legislativa delle regioni ha drammaticamente peggiorato il tipico caos normativo italiano, generando conflitti di competenze, contenziosi e costi smisurati. Il risultato finale è la moltiplicazione degli ostacoli  alle attività produttive e dei costi della macchina pubblica.

Risultato: quello che di giorno crea la macchina produttiva, di notte distrugge la macchina amministrativa. Con costi immensi e difficilmente rilevabili e misurabili.

Il risultato sociale del culto delle autonomie locali frammentate è stato la perpetuazione di un regime di attività amministrative pubbliche che presentano le caratteristiche dei monopoli in ambiente protetto:  l’autoconservazione di  un ceto amministrativo non tenuto alla fissazione continua di obiettivi di creatività, produttività ed efficienza e alla informatizzazione spinta delle funzioni, alla riduzione continua dei costi e alla eliminazione continua di attività a basso valore aggiunto. Il ceto amministrativo ha paradossalmente ottenuto negli anni dell’abbondanza, soprattutto per i dirigenti,  privilegi economici e sociali,  senza però essere tenuto a responsabilità  in termini di doveri organizzativi e di ricerca della massima efficienza. Le responsabilità che nel settore privato giustificano retribuzioni legate al merito e a risultati misurabili. Nel settore pubblico nulla è cambiato: lavoro a ritmi ben più bassi, poca o nulla responsabilità, valutazioni di merito non misurabili se non soggettivamente. Da cui la notoria tendenza all’autoprotezione e allo scarico di responsabilità.

Buona parte del degrado attuale dello Stato italiano è il frutto delle leggi del centro-sinistra che, a partire dal 1962, ha effettuato scelte che si sono rivelate irreversibili e disastrose. L’ordinamento regionale che sfocerà negli anni nella modifica del titolo quinto della  Costituzione, la proliferazione delle provincie, l’autonomia crescente o intoccabile di enti locali e istituzioni pubbliche inutilmente frammentate a vocazione locale, quando gestiscono servizi di interessa nazionale (università, camere di commercio, tribunali, esattorie) sono scelte negative che hanno solo accentuato l’influenza dei partiti negli organismi burocratici e nelle lottizzazioni a tutti i livelli e cristallizzato l’inefficienza come palla al piede del sistema produttivo italiano.

Le Regioni, nate negli anni 60 per modernizzare il paese, dopo 50 anni si sono rivelate responsabili di:

–          Inefficienza nella gestione della sanità

–          Spesa senza controllo

–          Sovrapposizione continua con organismi statali e comunali

–          Caos legislativo e conflitti con stato e comuni

–          Ingorgo burocratico per le imprese

–          Giungla retributiva e pensionistica per politici e dirigenti

–          Incapacità di gestire i tributi e di organizzarsi informaticamente ( non riescono a gestire nemmeno i data base per il bollo auto)

–          Iniziative di spesa discutibili e discrezionali

–          Proliferazione di uffici e spese per immobili, sedi faraoniche a spese del contribuente

Una situazione scandalosa e inaccettabile, una casta di privilegiati privi di responsabilità che non rispondono a nessuno. Le Regioni spendono oltre 200 miliardi di euro all’anno, di cui 110 per la sanità, 12 di spese generali e ben 40 di oneri “non attribuibili”(CGIA Mestre, 2010). Risparmiare ogni anno 10 miliardi sulla sanità e 50 sulle altre spese, quasi tutte inutili quando non dannose, basterebbe per invertire la tendenza del debito pubblico nazionale. Le Regioni rappresentano con tutta evidenza la priorità di intervento per la riduzione della spesa pubblica, la voragine di spesa che può essere tagliata senza effetti di rilievo sul funzionamento della macchina economica, salvo il problema della disoccupazione che si verrebbe a creare. Anzi, l’eliminazione delle Regioni così come sono costituirebbe una spinta fortissima all’efficienza della macchina pubblica. La politica nazionale tace sul tema, perché le Regioni sono un sistema di distribuzione di risorse pubbliche indispensabile per nutrire le nomenclature locali dei partiti.

Nell’era di internet la dimensione ottimale per assicurare efficienza e governabilità a qualsiasi tipo di organizzazione cresce continuamente. La nazione Italia ha una dimensione limitata rispetto ai paesi più forti economicamente, non si può di certo più permettere di essere spezzettata in 20 parlamentini con un sistema legislativo e amministrativo non informatizzato, sovrapposto e conflittuale con i sistemi nazionali, e comunali, con il sistema delle imprese e con i cittadini che ne pagano il costo a una casta di privilegiati senza controllo.

Le Regioni sono anacronistiche già oggi e lo saranno sempre di più con il passare degli anni. Vanno smantellate il prima possibile, sono la soluzione più immediata fra le tante necessarie per la rivoluzione liberale per la competitività del sistema produttivo italiano e la riduzione del costo e il miglioramento dei servizi della pubblica amministrazione.

I comuni presentano peculiarità diverse. Svolgono funzioni importantissime, ma non essendo soggetti ad alcun tipo di concorrenza, non hanno alcuna preoccupazione di ricerca di efficienza. Spendono e chiedono allo Stato e ai cittadini. Tutto è lasciato alle capacità e alla buona volontà dei sindaci e dello strutture. Ma senza alcuna vera responsabilità. Allo stesso tempo, è rimasta invariata la realtà di circa 8000 comuni che gestiscono le loro attività in autonomia, con tutta l’inefficienza che ne deriva. Qualche esempio: il costo di 8000 siti internet invece di un sito base con 8000 applicazioni locali, di 8000 uffici Imu e Tares, di 8000 convenzioni bancarie di incasso e pagamento, etc. Preistoria organizzativa.

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1 COMMENTO

  1. Credo che aver il coraggio di dire le cose che dice Tardella faccia onore a R.L.
    Aver il coraggio di sostenere come “liberali” che il decentramento Italiano( Regioni e Provinciie in primis ) non è servito ma al contrario è stato l’origine dei nostri guai ci fa onore.
    I liberali sono sempre stati fautori del decentramento per avvicinare i cittadini alle “istituzioni” ma non a questo prezzo.
    Vorrei solo aggiungere all’analisi di Tardella che i lberali dovrebbero riprendere quel concetto( poi abbandonato) che la remunerazione nelle cariche istituzionali centrali e periferiche è possibile solo nelle istituzioni previste dalla Costituzione.
    In tutte le altre nessuna remunerazione ma solo”volontariato”
    Beppe Damasio

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