Si avvicina il giorno della verità e le tensioni all’interno dell’esecutivo sono inevitabili. Le due maggiori forze della maggioranza anomala di Enrico Letta sembrano essere arrivate proprio ai ferri corti. Le ‘larghe intese’ si stanno indebolendo anche se i membri dell’esecutivo cercano – ognuno a proprio modo – di negarlo. Dopo la nomina dei quattro senatori a vita si sono raffreddati anche i rapporti con il Quirinale e il partito del Cavaliere sembra non essere disposto a fare sconti a nessuno. Non è facile intuire a cosa porterà questa ventata di gelo siberiano ma di certo dopo il 9 settembre qualcosa cambierà nella geografia politica del Bel Paese. Se dalla Giunta per le elezioni del Senato dovesse arrivare “un voto politico che rispecchiasse le distinzioni delle forze in campo – avverte il capogruppo del Pdl al Senato, Renato Schifani – sarebbe impossibile continuare la convivenza”. Ecco dunque “l’avvicinarsi verso un countdown che determinerà irreversibilmente scelte politiche”, sottolinea Schifani. Il Cavaliere, a sua volta, è costretto a celare, almeno per ora, ogni ben minima volontà di ‘staccare la spina’ benché la tentazione di rompere subito sia fortissima: lo devasta la rabbia contro un Pd che manifesterebbe tutta la sua soddisfazione per l’esclusione dal Parlamento dell’avversario politico di sempre, del “nemico storico” come ha più volte sottolineato il delfino Alfano.

Il Paese è afflitto da problemi (economici) ben più gravi ma l’agibilità politica del Cavaliere è un po’ la radiografia della profonda crisi che devasta l’Italia. Il problema è più grave di quello che appare perché non si tratta semplicemente di verificare l’incostituzionalità o meno di una legge, bensì si tratta di fare non un passo avanti ma venti passi avanti sulla strada della democrazia e della libertà. Le lacerazioni tra i partiti non interessano agli italiani e non hanno mai portato il Paese da nessuna parte. Le rotture annunciate (e scongiurate) si rivelano, molto spesso, folli ‘bolle mediatiche’ che servono a riempiere le pagine dei giornali in tempi di stasi come quello che coincide con la chiusura dei Palazzi.

I Palazzi sono però vicini alla riapertura e si torna sui banchi come i ragazzi che tornano a scuola. La prossima settimana si preannuncia quindi infuocata e, reduce dal G20, come se non bastasse l’esecutivo dovrà fare i conti anche con le ‘intese corte’ – anziché ‘larghe’ – sulle quali si regge. Il presentimento è che a nulla varranno i richiami al buonsenso e alla responsabilità se il Cavaliere dovesse uscire di scena.

Per adesso l’apertura del ministro Cancellieri sembra una piccola luce alla fine del tunnel: “Occorre riflettere sulla costituzionalità della legge Severino”, ha affermato il Guardasigilli. Si presuppone quindi un barlume di speranza ma le larghe intese non sono ancora salve. Occorrerà molto tempo (il voto di lunedì 9 settembre alle 15 sarà molto probabilmente rinviato) prima che si arrivi ad una conclusione e la partita sarà tutta ‘politica’, nonostante ciò venga negato da più parti. La questione riguardante Berlusconi interessa la giustizia ma, come del resto molte cose in Italia, sarà risolta politicamente e come ha intuito e scongiurato Renato Schifani il voto su Berlusconi sarà un “plotone di esecuzione e ciò sarebbe per il Pdl “un fatto politicamente inaccettabile”. In sostanza i rapporti politici tra le larghe intese sono sull’orlo di una lacerazione e la crisi non è scontata ma è molto probabile, anche se “ora sarebbe rischiosa per il Paese”, come ha ammonito il Colle che, nonostante tutto, confida nel buonsenso del Cavaliere auspicando che Berlusconi continuerà a dare sostegno al Governo.

Il risultato della partita che dall’inizio di agosto si gioca tra Arcore e Roma molto probabilmente non sarà chiaro nemmeno lunedì sera, 9 settembre, e la Giunta per le elezioni del Senato chiuderà la sua convocazione in bianco o al massimo con l’incognita della decadenza. È poco probabile che Pd e Pdl riescano a porre fine alla guerra dei vent’anni in poche ore, ponendo rimedio ad una questione chiave che deturpa i loro rapporti da sempre. Occorrerà trovare un margine giuridico che garantisca un onorevole compromesso politico su un tema, la decadenza del Cavaliere, che ha un forte valore simbolico: la fine della Seconda repubblica. I democratici non sono disposti a concedere alcuna nuova chance al proprio rivale e Berlusconi sembra aver già registrato il videomessaggio della riscossa con il quale spiegare i motivi di un’eventuale crisi di governo, attaccare la magistratura politicizzata, annunciare la rinascita di Forza Italia e invocare il ritorno alle urne “contro tutto e contro tutti” per una “nuova rivoluzione liberale”.

Le minacce del Cavaliere non saranno comunque sufficienti al raggiungimento di un accordo e molto probabilmente, nonostante l’invito agli avversari di Angelino Alfano ad adottare “un approccio giuridico e non politico” per far fronte alla questione, prevarrà la volontà politica di farsi guerra anche perché la posta in gioco stavolta è davvero consistente. Gli uomini vicini al Cavaliere lo definiscono “ansioso”, “oscillante”, “preoccupato” per il suo futuro da parlamentare ma fermamente deciso nel continuare la sua attività politica anche fuori dalle righe. L’idea di dimissioni prima della Giunta di lunedì 9 settembre per puntare tutto su una grazia immediata è già tramontata e molto presto il più grande partito del centrodestra italiano dovrà fare i conti con una grande novità che, in un modo o nell’altro, metterà tutti con le spalle al muro: finalmente qualcosa dovrà cambiare, non solo a destra.

© Rivoluzione Liberale

 

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