Il Ministro degli Affari Esteri russo e il Segretario di Stato americano si sono incontrati giovedì 12 Settembre a Ginevra, per iniziare a discutere il piano russo di smantellamento dell’arsenale chimico in Siria. Gli incontri proseguiranno sicuramente per più giorni, perché l’idea di una neutralizzazione delle armi chimiche siriane sembra convenire a tutti gli attori in gioco, ma bisogna ancora mettere in piedi un piano preciso e vincolante per Damasco.

Per i Segretario di Stato americano Kerry, questa è l’occasione per testare la buona volontà della Russia, che l’ha preso in parola, lunedì, o meglio, ha colto la palla al balzo. A Londra, mentre gli si chiedeva se Damasco poteva ancora fermare l’attacco americano, John Kerry aveva risposto: “si, mettendo in mano alla Comunità Internazionale il suo intero arsenale chimico”. Qualche ora più tardi, Mosca vestiva il ruolo di intermediario proponendo un’iniziativa che andava in tale direzione. Ma questa proposta, che potrebbe evitare al Mondo una serie di attacchi militari sempre suscettibili di degenerare, è forse una manovra dilatoria? Questo è il sospetto che aleggia su Lavrov, diplomatico navigato, cresciuto nella scuola sovietica, che conosce alla perfezione tutti i meccanismi delle Nazioni Unite, dove ha rappresentato il suo Paese per più di 15 anni. La Russia si oppone già su diversi punti degli Occidentali. Mosca ha un problema con l’insistenza degli Stati Uniti, della Francia e della Gran Bretagna ad indicare il Regime di Bachar al-Assad come responsabile dell’attacco del 21 Agosto scorso, nel quale sembra essere stato utilizzato con gas nervino. Altro elemento di frizione: le misure da prevedere in caso la Siria non rispetti il piano di controllo del suo arsenale. La crisi siriana ha avuto un colpo di acceleratore con l’iniziativa diplomatica russa. La Francia, che non molla il suo “alleato” americano, qualche giorno fa è voluto ritornare sulla sua proposta di mettere sotto controllo internazionale l’arsenale chimico del Regime siriano, depositando un progetto di Risoluzione al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che avrebbe dovuto riunirsi d’urgenza martedì pomeriggio, in seduta straordinaria. Ma, dopo esserne venuto a conoscenza, la Russia ha deciso di annullare quella seduta, giudicando “inaccettabile” il progetto francese che “conferiva alle autorità siriane la responsabilità” dell’attacco del 21 Agosto. Il progetto francese di Risoluzione avrebbe voluto che nuove misure fossero prese sotto l’egida del Capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite, capitolo che permette al Consiglio di sicurezza di mettere in pratica atti di ritorsione che possono andare dalle sanzioni all’intervento militare. Dopo questa reazione, la Francia si è dichiarata pronta a modificare, nei limiti del possibile, il suo progetto di Risoluzione e auspicato poterne parlare con la Russia: uscire dal gioco da “perdente” è per lei impensabile.  Dopo un Consiglio di difesa organizzato mercoledì mattina all’Eliseo, François Holllande ha assicurato voler “dissuadere” Bachar al-Assad “dal ricominciare”. Parigi intende “esplorare tutte le vie possibili tramite il Consiglio di Sicurezza” delle Nazioni Unite per un “controllo effettivo e verificabile” delle armi chimiche. Mentre cercava di placare gli animi dei russi, il Presidente francese si sentiva  con Obama. Secondo il comunicato dell’Eliseo, i due capi di Stato hanno convenuto di voler “mantenere aperte tutte le opzioni sulla Siria” specificando che “la loro preferenza andava verso la soluzione diplomatica”. Il Presidente americano si è tenuto su questa linea in tutti gli intervento di martedì sera e  rivolto alla Nazione. Ai suoi concittadini, Barack Obama ha in effetti affermato che la proposta russa fosse un segnale “incoraggiante” e che uno sblocco dello stallo al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite poteva essere preso in considerazione. “Questa iniziativa può permettere di mettere fine alla minaccia delle armi chimiche senza ricorrere alla forza, soprattutto perché la Russia è uno degli alleati più potenti di Assad”, ha spiegato Obama nel suo intervento. Barack Obama ha quindi poi chiesto ufficialmente al Congresso di spostare la votazione. Se ha ricordato che l’opzione militare rimaneva sul tavolo e che era “troppo presto” per dire se i piani proposti dalla Francia e dalla Russia avrebbero portato a qualche soluzione, l’inquilino della Casa Binaca vuole lasciare una possibilità alla Diplomazia, anche se le trattative tra Mosca, Parigi e Washington si annunciano lunghe. Debolezza o pragmatismo da parte degli “sceriffi” del Mondo?

La proposta di Putin arriva dopo un G20 glaciale. Diversi motivi la giustificano. Uno di questi corrisponde sicuramente ad una volontà di Mosca di temporeggiare: i dirigenti russi hanno capito che ogni giorno che passa rende l’attacco più complicato. La vera motivazione è che i russi vogliono diventare i conduttori del gioco. Putin, da quanto è tornato al potere, non ha mai nascosto il desiderio di diventare l’attore protagonista del caso siriano, che gestisce personalmente. La posta in gioco per lui è importante: se ci fosse un attacco, Mosca apparirebbe come incapace di proteggere i suoi “amici”. Se viceversa si arrivasse ad una soluzione politica, la Russia diventerebbe campione di diplomazia. Le relazioni tra Mosca e Washington negli ultimi anni sono diventate pessime. L’agenda del “reset”, proposta da Medvedev nel 2009 e 2010 è morta e sepolta da quando Putin è tornato. Questo innanzitutto per motivi di politica interna: l’indurimento del regime è molto criticato da Washington. Il caso Snowden ha aggiunto benzina sul fuoco e la crisi siriana ha alimentato il tutto. Dire che si tratta di una mano tesa è forse essere troppo ottimisti. E’ più facile che Putin cerchi di non far perdere la faccia agli americani. E’ una logica ereditata dalla Guerra Fredda:  essere in vantaggio sull’altro senza umiliarlo. Putin ha anche ripreso consenso in Russia. La posizione presa dal leader russo piace all’opinione pubblica. Il fatto che affidi il suo Paese il ruolo di protettore dei Cristiani d’Oriente seduce una popolazione molto credente.

Negli Stati Uniti, come reazione a questi inizi “difficili”, John McCain ha fatto appello alla massima allerta. Il senatore Repubblicano, vero falco per quanto riguarda la difesa, durante una conferenza organizzata da “Wall Street Journal”, ha espresso i suo timori sul fatto che tutto questo sia solo un voler temporeggiare di Mosca “mentre il massacro continua”. Ha fatto intendere che, se la via diplomatica fallisse, il Presidente Obama potrebbe ottenere più facilmente dal Congresso il via libera per colpire Damasco. La missione di Kerry consiste quindi nel negoziare un calendario, per non trascinare gli Stati Uniti in dibattiti interminabili destinati a far guadagnare tempo a Damasco. Il Dipartimento di Stato vuole definire tre tappe: localizzazione dei siti di stoccaggio e loro messa in sicurezza, messa sotto controllo internazionale e distruzione. Se tutti sono d’accordo sulla complessità dell’operazione di sequestro in un territorio di guerra, gli esperti stimano che la prima tappa è realizzabile e anche rapidamente. La Russia è andata avanti più avanti sul caso siriano in due giorni che in due anni, ammette la Casa Bianca, pur non nascondendo il suo scetticismo sull’esito delle discussioni. Da parte sua il Ministro degli Affari Esteri siriano ha dichiarato da Mosca, che Damasco era pronta a rivelare dove fossero le armi chimiche, a cessarne la produzione e a mostrare i siti ai rappresentanti delle Nazioni Unite.  Il problema è che in Siria la guerra non è più tra “ribelli” e “governativi”, e per chi dovrà lavorare sul terreno  sarà molto difficile capire di chi fidarsi.

Intanto Putin, in una finestra pubblicata sul New York Times, mette sempre più pressione Washington, accusando i ribelli, e non l’esercito, dell’attacco di quel famoso 21 Agosto. E’ la prima volta che si dimostra così sicuro nelle sue affermazioni. Putin disegna poi uno scenario catastrofico (e non a torto) in caso di attacco americano. “Si tratterebbe di un caso di aggressione che scatenerebbe una nuova ondata di terrorismo e che metterebbe in causa gli sforzi multilaterali in atto per risolvere il problema del nucleare iraniano e il conflitto arabo-palestinese”. Anche se forse, come asserisce qualche osservatore, l’attacco della Siria da parte del “nemico” americano non farebbe ad Al Qaeda così scomodo. Putin fa comunque un gesto di conciliazione nei confronti di Obama, sostenendo la sua crescente fiducia nei suoi confronti. Un tono quasi amichevole per concludere una serie di affermazioni piuttosto ferme. Le incognite e i colpi di scena non mancano, ma Ginevra è il primo passo, speriamo di un durevole cammino.

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