La impietosa analisi di Gian Arturo Ferrarri sul Corriere della Sera intorno alla politica degli insulti, che sfregia il Paese, riconcilia il mondo liberale con quel “Corriere” di una volta, che essi acquistavano la mattina per riceverne autorevoli letture dei fatti quotidiani ed orientamenti per il proprio comportamento. L’autore prende lo spunto dalla difesa di personaggi come Napolitano ed Amato, che, comunque si possano giudicare i loro atti e comportamenti, dimostrano di aver “concepito la politica … più come arte e responsabilità di Governo, che come conquista del consenso”. Pertanto definisce gli attacchi loro rivolti come forme di inusitata sguaiatezza e di violenza verbale, spiegando che un simile concerto di lordure e  rigurgiti finisce col non essere necessario, né utile alla causa dei suoi stessi autori. Spiega infatti come le forze politiche attuali, compresi i Cinquestelle, vivano attanagliate dal dramma di non sapere che cosa sarà di loro tra un anno. La caducità di una politica fondata, anziché sulle idee, sull’odio e sul disprezzo dell’avversario, espressi con la violenza verbale dell’orgia dei talk show, ha prodotto il nulla di oggi, con i problemi del Paese rimasti lì, immensi ed irrisolti. Certamente irrisolvibili dalla classe dirigente affermatasi nell’ultimo ventennio, che meriterebbe di essere sepolta, tutta, in una grande discarica e dimenticata per sempre.

Un’analisi realistica e spietata, come quella di Ferrari, se non serve a restituirci la speranza, perché anzi determina la frustrazione dell’impotenza consapevole, ha un effetto consolatorio sulle nostre amarezze, sulla incapacità di adeguarci alla dilagante volgarità, al mercato delle coscienze, al suk arabo della svendita dei valori e degli ideali, in nome di un presunto realismo politico. In questi vent’anni abbiamo collezionato soltanto sconfitte, ci siamo resi insopportabili, come spesso appare chi non intende deflettere da principi, considerati eterni e non negoziabili. Molti amici ci hanno, via via nel tempo, dato lezioni di buon senso, ci hanno spiegato che non potevamo pretendere velleitariamente di presentarci come la coscienza critica di una società, talmente marcia, da non averne più una.

Avendo perso tutte le battaglie, per un perverso sillogismo, dovevamo avere inesorabilmente torto. In molti di noi si è legittimamente fatto strada tale dubbio. Quindi hanno scelto di contrastarci o si sono allontanati, normalmente non trovando altrove migliore fortuna. Noi, i pochi rimasti, non abbiamo mai avuto dubbi, non ci ha neppure sfiorato l’idea di abbandonare la strada intrapresa, perché la identità culturale alla quale ci siamo ispirati, non è altro che il nostro intrinseco modo di essere, di concepire la vita, di confrontarci con la realtà della politica. L’amarezza più grande è che questa categoria di realisti si riproduce e, ricordandoci i nostri errori, come se non bruciassero sulla nostra pelle come ferite, ci invitano a nuovi esperimenti, che non sarebbero altro che la rinuncia ad una identità, che abbiamo cercato di affermare e di difendere, magari non riuscendovi, con caparbia volontà, ma salvando la cosa più preziosa: il nostro onore di liberali e di uomini liberi, fieri della nostra stessa testimonianza.

L’offesa peggiore, anzi lo sfregio, consiste nel volgare tentativo di attribuire a noi pochi irriducibili, la responsabilità di aver rifiutato di entrare a far parte della fangosa e maleodorante politica politicante dell’oggi, per bonificarla dal di dentro, magari ottenendo uno strapuntino in una ricca tavola, con l’indecente argomento che la nostra assoluta mancanza di risorse  e di visibilità non può portarci lontano.

In fondo si tratterebbe soltanto di rinunciare alla nostra voglia di futuro, alla nostra dignità, alla nostra diversità storica, filosofica, morale, politica, per un pugno di euro, niente di più.

Il nostro orgoglioso sentirci, e principalmente, essere diversi, in realtà, ce lo impedisce.  

© Rivoluzione Liberale

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