Dopo 44 anni di guerra, nel 1326, l’unico, naturale, alleato di Federico III di Sicilia poteva solo essere l’Impero. La precedente alleanza del 1313 era stata fallimentare, ma le condizioni per un nuovo sodalizio vennero a crearsi tra il 1326 ed il 1328, quando l’imperatore Ludovico IV, detto “il Bavaro”, aveva consolidato il suo potere in Germania e voleva venire in Italia a cingere la corona imperiale ed aiutare i Ghibellini.

Nel febbraio del 1327 vi fu l’inizio delle trattative tra l’Imperatore ed i sovrani di Sicilia e l’alleanza fu siglata a Milano il 25 luglio del 1327. L’imperatore, seppur lentamente, procedeva e mieteva successi e, alla fine del 1327, aveva conquistato Pisa. Il 7 gennaio del 1328, Ludovico IV entrò a Roma (dove i Ghibellini avevano preso il potere) e cinse la corona imperiale, facendo mettere sotto processo Giovanni XXII e facendo eleggere l’antipapa Nicolò V; nel frattempo, il 2 novembre del 1327, era morto Giacomo II d’Aragona. Suo figlio Alfonso IV, succedutogli al trono, continuò comunque la politica paterna facendo pressioni sullo zio “siciliano” per non allearsi con l’Imperatore e per giungere ad una pace. Naturalmente Federico III non tenne conto delle pressioni del nipote ma, ancora una volta, ebbe uno strano atteggiamento nei confronti di Giovanni XXII, non volendo riconoscere come Papa Nicolò V che pure molto era disposto a concedergli.

Questo atto, almeno fino ad oggi, dimostra che mentre il Papa definiva Federico un tizzone d’inferno ed una sciagura per l’umanità, il Re siciliano mai fece atto di offesa personale al pontefice e, nei limiti del possibile, cercò anche di rispettarne il volere. Nell’agosto del 1328 Federico III tenne fede alla parola data e mandò truppe e navi a Ludovico IV per difendere la sua posizione romana che veniva insidiata dai Guelfi e dalle truppe napoletane di Roberto d’Angiò; la spedizione siciliana partì da Milazzo al comando di Pietro II. I Siciliani non trovarono l’imperatore a Roma, come da accordi, perché egli era retrocesso in Toscana, dove Pietro II decise di raggiungerlo, a Corneto. I due sovrani assediarono Grosseto ma la presa della città non riuscì perché Ludovico IV dovette ripiegare su Pisa minacciata dai Guelfi. Pietro II, a questo punto, riprese le sue navi e se ne tornò in Sicilia. Ancora una volta la situazione era in pieno stallo e così rimase per alcuni anni.

Nel 1332 scoppiò a Palermo la guerra tra le due potentissime casate dei Ventimiglia e dei Chiaramonte. Il conte Giovanni Chiaramonte, che era stato anche ambasciatore di Federico presso l’Imperatore, non solo rifiutò la mediazione di Federico in persona nella contesa ma uccise, con atto di giustizia privata e sommaria, il conte Francesco Ventimiglia. Questo fu un atto di estrema sfida e gravità nei confronti del sovrano che si trovò costretto ad espellere il Chiaramonte dal Regno. Ludovico IV, legato da profonda amicizia al conte siciliano, intervenne presso il Re di Sicilia sostenendo la causa del nobile ma il Re da questo orecchio non volle sentire ed anzi disse chiaro e tondo all’Imperatore che il conte non era persona gradita in Sicilia e che, se lo voleva, poteva restare al suo servizio in Germania.

Nel marzo del 1333, gli Angioini ripresero le ostilità ed occuparono il “Castello a Mare” di Palermo che i Siciliani riconquistarono il 12 aprile dello stesso anno. Sul finire del 1334, il buon Dio decise di liberare l’umanità da quella piaga che era stato Giovanni XXII chiamandolo al suo cospetto; ad egli successe Benedetto XII.

Federico III fu talmente contento di questa nomina (il nuovo Papa quando era cardinale non si era mai mostrato ostile alla Sicilia) che ordinò al clero di riprendere l’attività religiosa il 17 gennaio del 1335. Ma Benedetto XII non fu tenero verso la Sicilia, quantomeno non più del suo predecessore, e dopo vari tentativi di pacificazione proposti da Federico egli confermò scomunica sul sovrano ed interdetto sull’isola.

Il nuovo anno non aveva solo portato un nuovo Papa, ma anche nuovi grattacapi militari perché Roberto d’Angiò voleva riprendere le ostilità ed aveva organizzato una nuova spedizione contro la Sicilia, anche se di dimensioni minori rispetto a quelle del passato. Ma dalla sua Roberto I aveva un’arma ben più pericolosa delle navi e dei soldati: il conte Giovanni Chiaramonte. Quest’ultimo vista l’impossibilità di tornare in Sicilia con mezzi leciti, si era deciso a tradire il suo Re ed il suo popolo passando agli ordini del nemico. Ma quando Giovanni Chiaramonte arrivò in Sicilia con la spedizione angioina, tutti i sostenitori che aveva millantato di poter portare dalla sua parte lo lasciarono completamente solo. Giovanni Chiaramonte non aveva considerato che il suo grande seguito personale era dovuto alla sua posizione nel Regno, una volta tradito il Re egli era soltanto un nemico da combattere.

La spedizione sbarcò a Termini Imerese e non riuscì a concludere nulla di buono tanto che dovette tornarsene a Napoli con la coda fra le gambe e lo stesso conte preferì tornarsene in Germania per il grave imbarazzo in cui si venne a trovare nei confronti del sovrano di Napoli. Nel maggio del 1337, il Re di Sicilia lasciò Palermo per recarsi ad Enna e durante il viaggio si ammalò gravemente. Il corteo reale dovette fermarsi a Resuttano dove il Re dettò delle ultime disposizioni avendo egli già fatto testamento a Catania nel 1334.

Egli voleva essere sepolto a Barcellona, in Aragona, dove riposava sua madre Costanza (ultima degli Hoenstaufen-Altavilla), ma in quegli ultimi giorni di agonia egli cambiò questa sua decisione, perché prima di essere il figlio di Costanza era il Re di Sicilia ed in Sicilia dovevano restare le sue spoglie mortali. Chiese dunque di essere seppellito nella cattedrale di Palermo (vicino a Ruggero II e Federico II) ma chiese anche di poter morire a Catania vicino alle spoglie di S. Agata di cui era un fedele devoto.

Il prode Re stava morendo e tutto il Regno era avvolto nello sconforto più totale. Per accontentare il sovrano vi fu uno dei cortei funebri più incredibili che la storia abbia mai conosciuto. A Resuttano venne costruita una lettiga dove il morente Federico venne adagiato e messo in viaggio per Catania. Durante tutto il percorso il Re fu portato a spalla d’uomo dai Siciliani senza distinzione di casta e censo, che accorrevano al passaggio della lettiga e quasi litigavano per potere portare il loro liberatore durante quest’ultimo viaggio.

La commozione pervase tutta l’isola e quanto la lettiga passava tutto si fermava in onore e contemplazione del vecchio eroe che stava per lasciare i suoi amati figli. Ma il Re non potè più vedere Catania né la sua amata Agata perché il 25 luglio, a Paternò, cessò le sue terrene tribolazioni morendo con indosso un saio bianco ed abbracciando la croce di Cristo; aveva sessantaquattro anni, di cui quarantuno trascorsi al timone dell’isola. Il corteo di agonia verso Catania si trasformò, dunque, in corteo funebre ed arrivata la salma presso il Castello Ursino, tutta la città andò a salutare per l’ultima volta il suo Re.

Non era il popolo che piangeva, ma il Regno intero come se terra ed esseri umani si fossero uniti nel pianto di colui che li aveva inscindibilmente guidati verso la libertà. Da allora Federico III riposa a Catania, nel Duomo della città, ma lasciò al figlio Pietro II una pesantissima eredità da gestire.

La guerra si trascinò, a fasi alterne, per altri 35 anni fino al 20 agosto 1372 con la stipula del Trattato di Avignone che sancì, di fatto, una sorta di riedizione della pace di Caltabellotta e separò definitivamente il Regno di Sicilia da quello di Napoli. Settant’anni dopo gli Aragonesi conquisteranno, con Alfonso V il “Magnifico”, anche il Regno di Napoli cacciando definitivamente gli Angiò e riportando, dopo 160 anni, tutti i territori del vecchio Regno di Sicilia sotto un unico sovrano (ma con due stati e due corone formalmente separati). Ma questa è un’altra storia, la nostra finisce adesso e vi ringraziamo per averci letto, e sopportato, fino a qui.

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