C’è chi comunica serenità e chi ansia, chi soddisfazione o insicurezza, fiducia o rabbia. Nino d’Onofrio, artista napoletano di grande talento, ce l’aveva con la società ingiusta che premia, appunto, i mediocri a spese dei più capaci. E non perdeva occasione per vendicarsi. Non se la prendeva con chiunque, ma solo con chi, secondo lui, fosse in parte responsabile di ingiustizie, prevaricazioni e abusi di cui erano vittime coloro che avevano sentimenti di solidarietà nei confronti dei meno fortunati. Ce l’aveva soprattutto con gli arroganti, cioè quei mediocri che, non meritando il successo raggiunto, abusano di un potere che Nino considerava usurpato. C’era chi lo considerava esaltato e chi fannullone. In realtà, era solo uno stravagante, com’è normale che sia un artista, un Don Chisciotte che combatteva, in nome della collettività, una battaglia personale contro chi anziché biasimo otteneva considerazione. In realtà, voleva aprire gli occhi al mondo. Ma mediocri e gregari erano (e, purtroppo, sono ancora) tanti, quindi più forti di lui.

Nino era nato povero, ma da famiglia nobile. Nel suo animo non erano decaduti i sentimenti di generosità verso chi soffre e di difesa dei più deboli. Grazie alla sua simpatia e alla grande intelligenza, non gli fu difficile risolvere i problemi economici che si era portato dietro dall’infanzia. Dipingeva divinamente, ma il suo forte era la scultura. Inoccasione di un compleanno mi regalò quello che io credo sia il suo capolavoro: una mano d’uomo che tiene sul palmo aperto Cristo crocifisso. Nino sarebbe passato alla Storia come uno dei più grandi scultori del XX secolo se avesse avuto la serenità di cui un artista necessita per creare. Lui, invece, era agitato e nervoso, risentito con una società che aveva cercato di raddrizzare senza successo. Era, quindi, un grande artista, ma incompleto perché insoddisfatto.

Ce l’aveva soprattutto con chi consentiva ai mediocri di emergere. Erano loro, infatti – secondo Nino d’Onofrio – la rovina della società, non solo nell’arte. Trovano sempre qualcuno che li sostiene e li premia. È molto più facile, infatti, per un mediocre ottenere successo perché nessuno lo teme né, quindi, lo ostacola. Sosteneva pure che all’origine di ogni disgrazia – forse anche alla base della decadenza della propria famiglia – ci sia l’opera, seppure involontaria, di un mediocre. Lasciò Napoli giovanissimo perché congestionata di furbi che, con la loro stupidità, non si rendevano conto di fare il gioco dei prepotenti e dei violenti, dei camorristi. Emigrò negli Stati Uniti, naturalmente come clandestino, e si stabilì a New York, dove visse per trent’anni senza mai ottenere la cittadinanza americana, perché non ne ebbe bisogno per vivere. Eppure non fu mai perseguitato. Anzi, credo che la severa immigrazione USA non lo abbia neppure individuato in tutti quegli anni. Anche lì –si era recato in America perché credeva che nel nuovo continente il talento fosse il solo requisito per il successo – trovò, invece, più mediocri di quanto avesse immaginato, che gli impedirono di affermarsi. Li accusava di essere come le sabbie mobili, che paralizzano e inghiottono chiunque venga a contatto con loro.

Come Totò, di cui in gioventù Nino fu amico, divideva l’umanità in due categorie ben distinte: uomini e caporali, cioè tra chi subisce e chi prevarica. Come pittore faceva la fame. Come scultore era addirittura nell’impossibilità di esprimersi perché non aveva neppure il denaro necessario all’acquisto delle materie prime e le spese di fonderia. Decise, usando l’arguzia, di dedicare la vita a vendicarsi di tutti coloro che mettevano il bastone tra le ruote proprio a chi meritava di emergere. Fu il suo modo di comunicare contestazione e disprezzo a una società per lui perversa. Si mise a fare dispetti e anche piccole truffe. Non per arricchirsi, ma per vivere comodamente, soprattutto per divertirsi e dileggiare chi aveva quattrini senza merito. Godeva quando riusciva a far toccare con mano al mediocre in cui si imbatteva la propria nullità.

In America era uno dei rari individui a non aver mai pagato le tasse e, comunque, uno dei pochi a non essere mai incappato nelle severe maglie del fisco né della giustizia. È vero che non aveva reddito, ma gli avrebbero chiesto di che cosa vivesse, non lavorando. Eppure non cercava nemmeno di passare inosservato. Anzi, per mortificare le sue vittime, dava più enfasi possibile ai suoi dispetti. Ai soldi non pensò mai, anche perché era convinto che portassero male e fossero alla base di tutti i guai. Si dovrebbe tornare ai tempi del baratto ripeteva per rendere la vita più dura agli avidi. In casa aveva sentito parlare di tempi in cui la famiglia viveva in grande agiatezza, ma non aveva mai visto attorno a sé gente felice. Anzi, la madre diceva che il denaro portava solo disgrazie. Da ragazzo Nino credeva che quella teoria fosse legata alla rabbia per il decadimento economico della famiglia. Poi, crescendo, se ne convinse anche lui. L’esperienza, però, non gli fece cambiare carattere: rimase l’ottimista che era, sempre allegro e di buon’umore. Aveva dei momenti di assenza durante i quali odiava tutti coloro che non appartenessero alla cerchia dei pochi amici di cui si attorniava e che adorava.

Non si sposò mai – nonostante le continue e anche durevoli relazioni sentimentali – né ebbe figli. Non ne volle avere per non mettere al mondo – diceva – innocenti destinati a essere infelici e disadattati. Perché tali erano – secondo Nino – le persone intelligenti e di valore. Eppure, amava i bambini e più di una volta pensò di adottarne uno che, tanto, era già nato. Le donne di cui si innamorava volevano mettere al mondo loro stesse un figlio. A quel tempo le adozioni non erano facili da realizzare (del resto, credo che siano complicate – non si sa perché – anche al giorno d’oggi). C’era da espletare pratiche severe e interminabili. Né Nino ispirava un senso di stabilità e sicurezza per poter ottenere un bimbo in adozione. Del resto, la burocrazia era uno dei tanti mali sociali che combatté per tutta la vita. E poi, come avrebbe potuto adottare un bimbo essendo clandestino? Con lui, quindi, si estinse la dinastia dei marchesi d’Onofrio, che, all’epoca dell’Unità d’Italia, avevano accusato apertamente i Savoia – pur non essendo affatto filo Borbone – di avere defraudato il Regno delle Due Sicilie delle riserve auree custodite nei caveaux del Banco di Napoli. È da allora – sosteneva Nino – che il Sud, un tempo fiorente, oggi colonizzato dall’Italia, vive nella miseria.

Era un uomo pieno di iniziative e risorse. Aveva un fascino straordinario e anche una fertilissima immaginazione. Non c’era donna che resistesse alle attenzioni di Nino, seppure non fosse quello che si definisce comunemente un bell’uomo. Piccolo e tarchiato, il viso butterato e, per questo, mascherato da una folta barba per cercare di apparire più gradevole. Però, il sorriso era luminoso e contagioso, lo sguardo penetrante e magico. Conquistò un’affascinante e famosa attrice di Broadway, cui Nino arrivava poco più su della spalla, offrendole per il compleanno un fascio di rose rosse al risveglio. La ragazza abitava al 13° piano di un grattacielo in Park Avenue. Non si sa come si fosse procurato una scala antincendio, proprio di quelle usate dai vigili del fuoco (ma, in America tutto è possibile). Vi salì una mattina e, dopo una pericolosa e interminabile salita – non se l’era immaginata così faticosa – Nino bussò alla finestra della stanza da letto della ragazza con un enorme mazzo di fiori in mano.

A un salumiere che non gli stava simpatico perché non gli faceva credito – si era diffusa nel quartiere la voce che Nino d’Onofrio non pagasse mai i debiti – giocò un tiro mancino. Sul biglietto da visita mise il numero di telefono della salumeria come se fosse quello del suo atelier, dato che da diversi anni non ne possedeva più uno. Dava cento dollari la settimana alla cassiera perché rispondesse a chi lo cercava: Questa è la residenza del divino maestro, che non risponde mai personalmente al telefono: se crede, lasci un messaggio. Ogni cassiera che andava via lasciava l’eredità a chi la sostituiva. Cento dollari facevano comodo a qualsiasi ragazza, in cambio di un impegno così leggero e innocente. Quando, dopo diversi anni il salumiere scoprì il giochetto, per mesi gli diede la caccia per fargliela pagare. Nel frattempo Nino era stato sfrattato per morosità e aveva cambiato quartiere.

Con le persone che amava frequentare era un perfetto gentiluomo, con la povera gente era molto generoso, con i giovani sempre disponibile ad aiutarli e instradarli. C’erano categorie di persone che riteneva avessero conseguito molto più di quanto loro stessi avessero desiderato. Per esempio i galleristi, i ristoratori e i proprietari di cliniche. Insomma, era convinto che alcuni contribuiscono allo sviluppo della società e altri, invece, ne approfittano. Contro costoro aveva intrapreso una guerra personale. Quando una di queste categorie gli capitava a tiro per Nino era un giorno felice. Ce l’aveva soprattutto con chi specula sulla sofferenza e sul dolore. E anche con gli alberghi di lusso, dove una stanza costa al giorno molto più di quanto guadagni uno dei dipendenti in un mese.

Non pranzava né cenava mai da solo. Era sempre attorniato da diversi amici e amiche, che invitava nei ristoranti più costosi di Manhattan senza mai pagare il conto. Lo firmava. Quando avrò qualche spicciolo in tasca passerò a pagare, diceva al proprietario, che alla fine interveniva, quando camerieri e direttore non erano riusciti a incassare. E aggiungeva. Lei, però, si auguri che io non torni per pagare, perché questo conto con la firma di un artista del mio rango vale molto di più del denaro che le debbo. Tutti i commercianti hanno qualcosa da nascondere, se non altro al fisco o all’ufficio d’igiene. Nessuno, per poche centinaia di dollari, si rivolgeva alla polizia. L’unico inconveniente era che Nino non poté mai recarsi due volte nello stesso ristorante. Non possedette mai una carta di credito né un conto in banca per non essere individuato. Aprì un conto in una piccola banca del New Jersey quando scoprì di essere molto malato e gli rimanevano pochi mesi di vita. Depositò mille dollari, che ritirò l’indomani per acquistare un biglietto d’aereo di sola andata per l’Italia, dove aveva deciso di morire. Lasciò sul conto un dollaro e mezzo. Il libretto d’assegni gli serviva per elaborare l’ultima truffa ai danni del proprietario di una clinica romana, che non aveva ancora individuato, ma che era certo di trovare. Con le poche energie che gli rimanevano voleva divertirsi, girare l’Italia, giocare nei casinò, invitare per l’ultima volta gli amici a cena.

L’unico suo parente viveva a Caserta. Non lo vedeva da anni. Il povero cristo credètte che fosse andato a trovarlo per chiedergli soldi. Nino non sapeva che cosa fosse il prestito perché non ne aveva bisogno. Il suo piacere era di imbrogliare coloro che riteneva sfruttatori della società. Infatti, al cugino regalò un piccolo capitale: tutte le opere che aveva portato dagli Stati Uniti. Rimase da lui pochi giorni, il tempo necessario a individuare per telefono – impresa più difficile del solito – il pollo che lo avrebbe mantenuto lussuosamente nei pochi mesi che gli restavano da vivere. Elesse domicilio in un’elegante clinica specializzata in malattie del fegato. Il proprietario era la vittima designata. Arrivò in limousine con valige di pelle e un corredo di abiti, camicie, pullover di grandi firme. Aveva acquistato tutto, facendo mandare il conto in clinica.

Personale e medici della casa di cura non avevano mai visto un miliardario così eccentrico e generoso e molto ammalato. Non aveva neppure mercanteggiato sul costo delle cure e del soggiorno. Dopo avere conquistato la fiducia del proprietario, Nino gli propose un accordo. Avendo un solo assegno, non poteva utilizzarlo per ritirare il denaro che gli serviva quotidianamente per le spese correnti. Né aveva una carta di credito perché era una forma di pagamento troppo invasiva della privacy. Avrebbe dovuto ritirare tutti i soldi che aveva sul conto, che erano tanti. E non era possibile. Non sapeva nemmeno quanti fossero. Promise al proprietario di nominarlo suo erede universale, non avendo eredi perché solo al mondo.

Nino volle fare le cose in regola: chiamarono un notaio che redasse il testamento alla presenza dell’erede universale. In cambio di tanta generosità il proprietario della clinica – sapeva che a Nino davvero non rimaneva molto tempo da vivere – gli avrebbe messo a disposizione una Mercedes con autista e il denaro necessario per pagare i conti di alberghi e ristoranti quando si allontanava da Roma. Nino volle vivere i suoi ultimi giorni nel lusso più sfrenato. Il pollo – come lo chiamava – ammirò talmente la sua serenità, nelle condizioni di salute in cui si trovava, che in due occasioni gli diede anche del denaro per andare a giocare al casinò, a Montecarlo. Peccato che non potrò vedere la sua faccia quando saprà che posseggo solo un dollaro e 50 cents, furono le sue ultime parole. Ecco che cosa rimpiangeva Nino, non la vita, che si concludeva a 66 anni. In fondo, per lui era stato solo un gioco, sia vivere che morire. Questa la filosofia che cercò di diffondere tra chi lo apprezzava.

Il brano è tratto dal libro di Roberto Tumbarello SI SALVI CHI PUÒ, un saggio divulgativo sulla Comunicazione. Secondo l’autore, comunicare è un’arte, ma anche un’esigenza di vita di cui chiunque dovrebbe avere qualche nozione per difendersi dalle insidie della società.

Per contenere il prezzo a soli 12 euro (spese postali comprese) il libro non si trova nelle librerie.   Si può ordinare inviando un’emailinfo@edizioniradici.net, telefonando allo 0773 280474 begin_of_the_skype_highlighting end_of_the_skype_highlighting o visitando il blog www.sisalvichipuo.net

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