Ormai siamo bombardati via Facebook, via e-mail e via sms dagli inviti a votare per i quesiti referendari contro la privatizzazione dell’acqua. Prima di discutere se siamo d’accordo o meno sul referendum, bisogna almeno capire di cosa parla il referendum. Esso non è contro la privatizzazione dell’acqua, perché si scaglia contro un impianto legislativo che dice chiaramente che l’acqua è pubblica, così come la proprietà delle infrastrutture.

Il ‘referendario’ fa un errore logico volendo usare uno strumento che persegue un fine diverso da quello prefissato, infatti il referendum vuole eliminare l’obbligo di affidare la gestione della rete idrica attraverso gara pubblica. Vuole cioè abrogare il principio che la gestione dei servizi locali (non solo acqua ma anche trasporti, rifiuti, ecc.) può essere effettuata indifferentemente da un soggetto pubblico o privato, a patto che esso si dimostri migliore dei competitori in base a criteri misurabili; se questo principio vale per ogni tipo di appalto non si capisce perché non dovrebbe valere per un ‘bene pubblico essenziale’ come l’acqua. Per confutare questo principio il referendario fa un altro errore logico: sostiene che la gara è inutile perché ‘tanto in Italia si sa come va a finire’, la gara viene cucita addosso al privato ‘amico degli amici’. Questa argomentazione non regge perché l’eliminazione della gara impedirebbe comunque una forma ‘pubblica’ di controllo: è un po’ come dire che, visto che i ciclisti riescono ad aggirare i controlli o sono d’accordo coi medici che li effettuano, tanto vale eliminare l’antidoping.

Lo stesso errore logico viene fatto quando il ‘referendario’ ci ricorda che siamo dei ‘poveri illusi’ perché l’impalcatura delle legge funziona in astratto ma non può andare bene in Italia, dove la nostra classe politica non sarebbe capace di controllare. La conclusione del referendario, che è così diffidente della classe politica, però non è quella di farle gestire il meno possibile, ma quella di farle controllare se stesso, gestire la rete idrica, depurare le acque, ecc. È un po’come se al medico di cui sopra lo mandassimo al Mondiale o alle Olimpiadi e, oltre a continuare a fare l’antidoping, gli facessimo fare anche il ciclista pensando anche che la Federazione Ciclistica ottenga un risultato migliore e faccia bella figura.

L’acqua è un bene troppo prezioso e pertanto deve essere gestito secondo criteri di economicità, cioè aumentando l’efficienza, aumentandone la qualità, facendola pagare per quanto vale, eliminando gli sprechi. L’acqua è un bene pubblico che viene usata per bere, per troppo tempo è stato un ‘bene politico’ ed è stata usata per mangiarci sopra, per alimentare consenso e fare clientelismo.

Per rimanere nella metafora ritengo che sia giusto mantenere i controlli ‘antidoping’ sulla gestione dell’acqua e che forse essi vadano anche estesi a qualche referendario che espone argomentazioni fuori dalla logica e che non hanno nulla a che fare con i referendum.

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4 COMMENTI

  1. Ma se il pubblico ha dato prova di non saper gestire le risorse idriche nè da solo , nè in partecipate miste pubblico/ privato, come si fa a pensare che sia capace di controllare con autorevolezza chi li gestisce in vece sua? Con quali strumenti?
    A Parigi e Berlino sono tornati alla gestione pubblica dopo aver sperimentato quella privata. Qualcosa ce la dovrà pur insegnare.
    Comunque, senza dare del dopato a nessuno riporto qualche cifra sullo stato attuale.
    In Toscana i servizi idrici sono già gestiti da società miste pubblico-private (senza che peraltro l’annoso problema del poltronificio sia stato risolto, anzi nientemeno che il presidente di Publiacqua spa, Erasmo de Angelis è in quota Pd). Tutte queste società chiudono il 2010 in attivo. In particolare Publiacqua spa con un utile netto di 14,7 mln di euro e Acque spa di 12,6 mln. Che equivalgono ad un rendimento intorno al 9%. La norma nazionale attualmente in vigore garantisce al gestore che la tariffa sia tale da assicurare una remunerazione sugli investimenti pari al 7%. Questo significa che le tariffe sono state troppo alte oppure gli investimenti troppo bassi rispetto alle previsioni. In entrambi i casi il regolatore ha fallito. La fonte? Luciano Baggiani, presidente Associazione nazionale Autorità e Enti di ambito! (pubblicato il 21/5/11 sul Corriere della Sera edizione fiorentina).
    I rendimenti delle società di gestione sono ben al di sopra della media della borsa di Milano, mentre le inefficienze e i disservizi sono restati inalterati, come testimoniato dai toscani che questi referendum abrogativi li hanno firmati con una partecipazione di gran lunga superiore alla media nazionale.
    Qui in Toscana la spesa è di 248 euro per 120mc/anno ed in 8 anni ha subito un aumento del111%. A Latina la gestione è in mano alla multinazionale francese Veolia dove si sono registrati aumenti delle tariffe del 300% e dove le perdite sono rimaste al di sopra del 60 % addirittura più della media nazionale!!.
    Io non so come andranno le cose in futuro (ma non lo sa nemmeno chi è favorevole alle norme attualmente in vigore) ma so come è andata a finire l’approvazione dell’ultimo piano tariffario di Publiacqua con quest’ultima ( il controllato) che diffida il controllore che a sua volta aveva contestato alla spa di gestione il mancato rispetto degli standard di servizio nel rapporto con gli utenti inviando una sanzione di 2,6 mln di euro. Ed il cda dell’Ato che fa verbalizzare la richiesta di un esposto alla Corte dei conti, in cui si contestano cospicue voci di spesa che nulla hanno a che vedere con il miglioramento della rete: 16 mln aggiornamento software, 3 mln pubblicità, 2 mln consulenze. Querelle che nel frattempo finisce nei costi della bolletta degli utenti. Tutto questo per dire che in una vera liberalizzazione gli organi di vigilanza a tutela dei cittadini dovrebbero essere garantite ex ante (come conditio sine qua non) e non ex post, come è avvenuto fino ad oggi con i provvedimenti assunti sia dai governi di centrodestra che da quelli di centrosinistra, dove si è intervenuti tardivamente e malamente. E l’attuale Governo non sembra di certo offrire maggiori garanzie.

  2. La domanda essenziale, da cui dipende tutto il resto è questa: ‘ma se il pubblico ha dato prova di non saper gestire le risorse idriche nè da solo , nè in partecipate miste pubblico/ privato, come si fa a pensare che sia capace di controllare con autorevolezza chi li gestisce in vece sua?’
    nessuno pensa che il pubblico sia o diventi automaticamente ‘capace’, semplicemente perchè questo non può stabilirlo nessuna legge. Tutte le storture della gestione dell’acqua di cui hai parlato sono state possibili con l’attuale sistema legislativo (cioè senza il decreto Ronchi), quindi nemmeno la sua abrogazione renderebbe migliore il sistema e più capace il pubblico. Non si tratta di disegnare il sistema migliore in assoluto, ma di costruire un’architettura che, non potendo eliminare l’ignoranza, l’incompetenza o l’incapacità, cerchi di eliminare le connivenze e le commistioni (cioè l’interesse a diventare incapace, pur non essendolo).
    Le gare pubbliche e l’istituzione di una Authority dovrebbero avere questo scopo: non potendo eliminare l’incapacità a controllare, si cerca di eliminare l’interesse a non farlo. Si cerca di segregare i ruoli di controllore e gestore mettendoli in conflitto, facendo in modo che entrambi traggano giovamento esclusivamente dal loro scopo principale: ‘gestire l’acqua’ e ‘controllare il gestore’ evitando accordi che vadano a scapito della collettività. Nel contesto attuale la legge Ronchi non può peggiorare le cose: male che vada (e cioè che l’Authority non abbia poteri, che non controlli su gare disegnate ‘ad aziendam’, che non faccia decadere contratti non rispettati e che non intervenga nemmeno la magistratura) tutto rimarrà com’è; di contro l’abrogazione del decreto Ronchi certamente non migliorerà in alcun caso le storture attuali.

    • La legge Ronchi accentua quanto già avviato dalle precedenti leggi varate dal centrosinistra, obbligando tutti i gestori pubblici a passare ad una gestione mista, come indicato nel testo della legge riportata qui di seguito, mentre una sua abrogazione creerebbe un vuoto normativo che potrebbe riportare alla discussione in Parlamento. Invece, in questo contesto normativo, se l’argine dell’ Authority non dovesse funzionare i danni nei confronti dei cittadini, sarebbero ben peggiori di quelli visti finora, perchè fino all’entrata in vigore del decreto Ronchi l’accesso poco controllato dei privati in collusione con il gestore pubblico è stato tutto sommato contenuto. E temo che questo Governo sia poco credibile nel mantenere le promesse, altrimenti non ci sarebbe bisogno di una Rivoluzione liberale.
      Comunque, colgo l’occasione per ringraziare delle articolate ed intelligenti repliche. Il recupero della credibilità della politica agli occhi sfiduciati dei cittadini passa anche attraverso questo lavoro prezioso d’informazione e di aperto e libero confronto di opinioni.
      Grazie di nuovo e complimenti a tutta la Redazione.
      Dal decreto:
      “a) le gestioni in essere alla data del 22 agosto 2008 affidate conformemente ai principi comunitari in materia di cosiddetta “in house” cessano, improrogabilmente e senza necessità di deliberazione da parte dell’ente affidante, alla data del 31 dicembre 2011. Esse cessano alla scadenza prevista dal contratto di servizio a condizione che entro il 31 dicembre 2011 le amministrazioni cedano almeno il 40 per cento del capitale attraverso le modalità di cui alla lettera b) del comma 2;
      b) le gestioni affidate direttamente a società a partecipazione mista pubblica e privata, qualora la selezione del socio sia avvenuta mediante procedure competitive ad evidenza pubblica, nel rispetto dei principi di cui alla lettera a) del comma 2, le quali non abbiano avuto ad oggetto, al tempo stesso, la qualità di socio e l’attribuzione dei compiti operativi connessi alla gestione del servizio, cessano, improrogabilmente e senza necessità di apposita deliberazione dell’ente affidante, alla data del 31 dicembre 2011;
      c) le gestioni affidate direttamente a società a partecipazione mista pubblica e privata, qualora la selezione del socio sia avvenuta mediante procedure competitive ad evidenza pubblica, nel rispetto dei principi di cui alla lettera a) del comma 2, le quali abbiano avuto ad oggetto, al tempo stesso, la qualità di socio e l’attribuzione dei compiti operativi connessi alla gestione del servizio, cessano alla scadenza prevista nel contratto di servizio;
      d) gli affidamenti diretti assentiti alla data del 1° ottobre 2003 a società a partecipazione pubblica già quotate in borsa a tale data e a quelle da esse controllate ai sensi dell’articolo 2359 del codice civile, cessano alla scadenza prevista nel contratto di servizio, a condizione che la partecipazione pubblica si riduca anche progressivamente, attraverso procedure ad evidenza pubblica ovvero forme di collocamento privato presso investitori qualificati e operatori industriali, ad una quota non superiore al 40 per cento entro il 30 giugno 2013 e non superiore al 30 per cento entro il 31 dicembre 2015; ove siffatte condizioni non si verifichino, gli affidamenti cessano improrogabilmente e senza necessità di apposita deliberazione dell’ente affidante, rispettivamente, alla data del 30 giugno 2013 o del 31 dicembre 2015;”

      il testo integrale è consultabile al seguente link:
      http://www.politichecomunitarie.it/normativa/16946/dl-25-settembre-2009-n-135

      • la discussione è interessante, comunque c’è da dire che l’affidamento ai privati è possibile già ora e che questo referendum vuole abrogare le gare ad evidenza pubblica…che sono l’unico modo per controllare e limitare corruttele e connivenze.
        comunque vada il referendum l’impianto legislativo rimarrà perssochè identico (ti rimando al mio ultimo commento sull’altro articolo sull’acqua per la spiegazione, non voglio ripetermi), l’unica differenza essenziale sarà l’abrogazione della norma anti-parentopoli che impedisce assunzioni dei parenti fino al 4° grado….la battaglia è tutta ideologica (pertanto ancora più importante). saluti.

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