La mostra Alighiero Boetti a Roma, disponibile ancora fino al 6 ottobre, inaugura ufficialmente l’anno espositivo al MAXXI. Un’incredibile personale, a quasi 20 anni dalla morte del maestro, fa sì che si fruisca di 30 opere, molte inedite o raramente esposte, con accostamenti a lavori di Francesco Clemente e Luigi Ontani.

Un ottimo intervento curatoriale di Luigia Lonardelli ha permesso un allestimento per niente soffocante e che si confà alle architetture delle sale a disposizione. Sentirla trattare della mostra rende difficile slegare dal risultato la sua indole che suggerisce capacità, delicatezza, modestia e pacatezza.

Roma viene illuminata di una luce nuova, quella del Sole caldo e assieme ancora timido di levante. Boetti (1940-1994) si è appunto posto come uno tra i nostri ultimi orientalisti, attraverso il suo costante status di viaggiatore, straniero, tutt’al più soggiornante.

Al centro sono anche i rapporti dell’artista torinese intessuti con i colleghi in particolare con gli affezionati Clemente e Ontani, con cui condivideva la passione per il Medio Oriente. Alighiero Boetti cambia il nome in Alighiero e Boetti nel 1972, anno emblematico del trasferimento a Roma e periodo della prima mappa. Abbandona le prime opere in black and white vicini all’Arte Povera per l’estrema libertà coloristica e sperimentazione, influenzando così il panorama degli anni ’80.

Non mancano mai per lui i viaggi in Oriente che accompagnavano la residenza nella città eterna, trampolino di lancio e porta d’Oriente; come se l’Oriente, quantomeno secondo l’etimologia dal verbo latino orior (“sorgo, nasco”), non possa che essere il luogo della rinascita.

L’esposizione si apre con il filmato Untitled and Unfinished (Afghanistan) dell’artista inglese Jonathan Monk, che, con non poche difficoltà, conduce un viaggio per i luoghi dell’artista. Egli fa riferimento al desiderio non soddisfatto di Boetti, menzionato al termine della biografia a opera della prima moglie Annemarie Sauzeau, riguardante alla dispersione delle proprie ceneri.

È in mostra la sua ultima opera, il tappeto-testamento, realizzato tra la fine del 1993 e dopo la sua morte nel 1994. Un’opera per i familiari che, in accordo con la tradizione dei kilim persiani, rappresenta l’universo, in questo caso quello dell’artista. Gli elementi della sua esistenza sono dunque racchiusi da una cornice composta da diverse bordature.

Grazie all’acquisizione in comodato d’uso da parte del figlio Matteo, sono rese disponibili le 2 tele di Orme, esposte solo alla Biennale di Venezia del 1990. L’intimità dello studio e la ricerca dell’artista rappresentate sono stai motivo di Premio Speciale della Giuria.

Importante è il dittico Faccine (1977, la prima versione) con la cooperazione della figlia Agata di appena 5 anni: trattasi di stampe da colorare a propria preferenza, nella totale libertà di Boetti e dell’ipotetico collaboratore dalle costrizioni della produzione artistica.

Un inedito assoluto è poi una mappa degli anni ’80, che presenta un universo geopolitico diverso da quella della collezione MAXXI. Le bandiere sono variate, ma continua a prospettarsi la duplicità ontologica tra il disegno boettiano e la realizzazione delle ricamatrici afghane. Boetti, sempre cosciente della propria posizione, mantiene l’Oriente lontano, come se le Mappe rimanessero meri oggetti occidentali da consultazione, testimoni di viaggi materiali e metaforici.

Una sala intera è occupata dai coloratissimi 51 ricami delle Poesie con il Sufi Berang, opera coautoriale rarissima per la mostra epocale Magiciens de la Terre del 1989 al Centro Georges Pompidou. Boetti chiede all’amico poeta di comporre una poesia per ogni ricamo, quindi emerge in alfabeto latino tra i caratteri Farsi la firma “Alighiero e Boetti e Berang”.

© Rivoluzione Liberale

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