Mentre a Wall Street  il premier Letta rassicura gli investitori internazionali sulla stabilità dell’Italia, nel Belpaese vanno in onda le “dimissioni di massa” dei parlamentari pidiellini pronti a rafforzare il tiro per pronunciare ben presto una roboante crisi di governo.

Ancora  una volta trionfa la volontà di far pagare al ‘Paese reale’ le nefaste conseguenze della sciagurata alleanza delle ‘larghe intese’, continuamente minacciate da gesti velleitari e profondamente irresponsabili. “Non ho respirato un clima di solidarietà – afferma Letta dagli Usa – mentre ero di fronte all’assemblea delle Nazioni Unite a difendere la stabilità dell’Italia”. “Attività istituzionali” che hanno rappresentato “un’umiliazione” per il Belpaese non hanno supportato “il mio sforzo di rappresentare al meglio l’Italia”, ha puntualizzato Letta.

Il Paese è vittima di un “gesto politico istituzionalmente inquietante”, come lo ha definito il Capo dello Stato Giorgio Napolitano, e i rappresentanti che siedono in Parlamento sembrano aver smarrito non solo il senso di responsabilità – in funzione del quale dovrebbero agire e sul quale dovrebbe reggersi il loro mandato – ma  il basilare senso della realtà e della serietà istituzionale.

Dagli Stati Uniti il premier Letta afferma che “è necessario un chiarimento a prescindere” e ribadisce di condividere a pieno le parole del Capo dello Stato Giorgio Napolitano. Dopo una giornata torrida in cui i parlamentari pidiellini hanno innescato una vera e propria bomba ad orologeria che potrebbe minare la tenuta del governo, dalla Columbia University Letta preannuncia che salirà al Colle per chiarire il da farsi insieme al presidente della Repubblica, il maggiore azionista del suo governo.

Presidente e capo del governo reagiscono all’unisono alla minaccia di dimissioni di massa innalzata dai parlamentari azzurri e all’unisono si propongono di mettere in salvo il Paese, “vedere come andare avanti”, precisa Enrico Letta. Entrambi affermano che in Italia  non è in corso nessun “colpo di Stato” e che vige lo Stato di diritto; il presidente Napolitano sottolinea inoltre che né il Colle né il premier possono interferire sulle sentenze di condanna definitiva.

Una  posizione ferma quella del Capo dello Stato che non lascia  spazio a dubbie interpretazioni. Napolitano definisce inutile qualsiasi tipo  di “operazione eversiva” e si prepara al peggio scongiurando, nel contempo, un “ravvicinato” scioglimento delle Camere che sarebbe il frutto, tra l’altro, di pressioni indebite.

Il Paese è comunque sempre più ostaggio di indebite questioni politiche inevitabilmente legate alle vicende di un uomo solo. In questo contesto il presidente della Repubblica suggerisce ai parlamentari del Pdl di esprimere “la loro vicinanza politica e umana” al proprio leader “senza mettere in causa il pieno svolgimento delle funzioni dei due rami del Parlamento”. “Non occorre poi neppure rilevare – sottolinea Napolitano – la gravità e l’ assurdità dell’evocare un ‘colpo di Stato’ o una ‘operazione eversiva’ in atto contro il leader del Pdl”. In questo contesto Napolitano ribadisce “l’applicazione di una sentenza di condanna definitiva, inflitta secondo le norme del nostro ordinamento giuridico  per fatti specifici di violazione della legge” ciò che si rivela un “dato costitutivo di qualsiasi Stato di diritto in Europa”.

Sia in Parlamento sia in Senato i capigruppo del Pdl considerano invece “realistica” la definizione “colpo di Stato”, finalizzato all’estromissione del loro leader dal sistema politico e con un lettera aperta a Napolitano spiegano le ragioni (e le finalità) delle “dimissioni di massa”. Il segretario Angelino Alfano, invece, durante l’assemblea dei gruppi a Montecitorio, ha puntualizzato: “Siamo un partito che non farà l’errore dei partiti della Prima Repubblica, perché questo partito non si dividerà, è unito e resterà tale. Perché è stretto intorno al suo leader, al quale è legato dall’affetto, dalla stima e dalla forza degli ideali comuni”.

Parole decise quelle del segretario azzurro  – “serve sincera condivisione e reciproco rispetto” – che lasciano presagire una eventuale crisi delle ‘larghe intese’ qualora il prossimo 4 ottobre venisse sentenziata  la definitiva decadenza politica del Cavaliere, che ha già in serbo una roboante vendetta mediatica e di piazza con la quale rilanciare la chiamata alle armi di Forza Italia, un movimento e un partito che ha sancito la nascita dell’equivocabile partito personale e leaderistico, regalando all’Italia il conflitto di interessi e una moltitudine di aspettative ancora disattese.

Di certo il concetto di stabilità che il premier Enrico Letta ha cercato di difendere al di là dell’Atlantico – dove ha illustrato le risorse del progetto “Destinazione Italia”  finalizzato ad incoraggiare gli investimenti esteri – appare ora più che mai scolorito e se non sarà il Pdl a minare la stabilità  politica del momento sarà il Pd ad approfittare della barca che traballa, sperando di affondarla per magari rilanciare l’operazione Renzi. In queste acque così insicure Enrico Letta si affida al Capo dello Stato sperando in un’ennesima opera di salvataggio in virtù della quale poter evitare, ancora una volta, che il Paese affondi nell’incertezza dettata da una nuova crisi, che sarebbe inevitabilmente anche una crisi di responsabilità.

 © Rivoluzione Liberale

 

 

 

 

 

 

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