L’espressione “scaricabarile” ha origine nel fatto che, quando occorreva spegnere un incendio, la gente del vicinato, chiamata dal suono delle campane del villaggio, si metteva in fila a partire dal pozzo e sino alla casa in fiamme.

Ognuno passava il secchio pieno d’acqua a chi seguiva nella fila sino all’ultimo che poi lo vuotava sulle fiamme o giù di lì, e quindi lo ripassava vuoto ad un altro della fila, che a sua volta lo inoltrava al suo vicino sino a raggiungere nuovamente la persona posizionata all’inizio della catena, che nel frattempo aveva dato inizio ad un nuovo giro di secchio.

Così facendo, la responsabilità di spegnere l’incendio veniva delegata a chi seguiva nella fila, e l’operazione si ripeteva ogni volta che il secchio cambiava di mano.

Inutile dire che, il più delle volte, quella tecnica manifestava tanta buona volontà ed un encomiabile esempio di solidarietà sociale, ma serviva praticamente a ben poco, perché solitamente l’incendio finiva comunque per celebrare la sua tragica vittoria, distruggendo la casa di turno.

E’ questa l’espressione che normalmente si usa nell’ambiente di lavoro, dove, quando un errore viene commesso, nessuno se ne assume la responsabilità e prova invece a scaricarla su qualcun altro; e si è poi generalizzato nella pratica politica, con ciascuno dei protagonisti impegnato ad affibbiare ad altri la responsabilità delle sue azioni od omissioni.

Più o meno, è questo anche  il meccanismo che si è messo in moto negli ultimi giorni della campagna elettorale per le amministrative, in particolare per Milano e per Napoli, col Presidente del Consiglio che si è prima speso sino all’inverosimile in un referendum che doveva servire alla sua ennesima promozione personale, salvo poi a defilarsi quando ha cominciato ad avvertire la possibilità e poi la probabilità del responso negativo, cercando di addebitarlo “ante litteram” ai candidati da lui sponsorizzati, anche al di là di ogni prudenza.

Ed è ciò che si sta sviluppando, in termini ben più consistenti, anche oggi, a risultato negativo acquisito, nel tentativo di sottrarsi alla responsabilità politica che egli stesso ha deciso di assumere sopra di sé allorché si è messo personalmente in gioco, addirittura candidandosi inutilmente come consigliere comunale, con ciò sollecitando un plebiscito personale che poi non c’è stato, e così finendo per danneggiare il risultato degli stessi candidati, che magari avrebbero perso egualmente, ma certamente non in termini così pesanti e generalizzati su tutto il territorio nazionale.

La parola d’ordine che gli esponenti del PdL sembrano ora avere immediatamente memorizzato, quasi fossero un solo uomo, è che occorre “coprire la Corona”, allontanando dal leader il peso dell’insuccesso e scaricandolo per l’appunto sui candidati, definiti come deboli ed inadatti al ruolo.

Tuttavia, ancora una volta le bugie hanno le gambe corte e non portano da nessuna parte.

Chiunque abbia un minimo di buon senso capisce da solo quello che anche noi abbiamo cercato di dire sin dall’inizio di questa campagna elettorale.

La posta in gioco era la credibilità del Presidente del Consiglio e la sua millantata ed inossidabile presa sull’opinione pubblica, messa in forse dalle sue ultime performance interne ed internazionali, ma mai così pregiudicata come in questa occasione, che ha rivelato come il governo del Paese sia oggi affidato non più, come sino ad ieri, alla più forte, ma addirittura alla più debole delle minoranze elettorali.

Lo sconfitto di queste elezioni amministrative ha quindi un solo nome, ed i sindaci eletti, sia a Milano che a Napoli, ma anche altrove, al di là dei loro meriti personali che possono in qualche caso anche esserci, non sono altro che i beneficiari di questo anomalo referendum, mentre i loro competitori, al di là dei loro possibili demeriti, appaiono come le vittime di questo anomalo plebiscito, piuttosto che come gli sconfitti della competizione amministrativa.

Sarebbe bene che di questo inequivocabile risultato prendesse atto la stessa classe dirigente del PdL, che ancora oggi si identifica col Governo del Paese, decidendo di archiviare una stagione che ha fatto all’Italia tutto il male possibile all’insegna di un bipolarismo brutale che ha riesumato i peggiori spiriti animali che da sempre albergano nella società italiana, archiviando definitivamente la stagione degli slogan offensivi e dello scontro permanente, ed evitando in particolare di insistere nella pratica dello scaricabarile, che il più delle volte non serve nemmeno a spegnere l’incendio.

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