Lo spettro di un nuovo ciclo di violenze avvolge nuovamente  l’Egitto, dopo che tre attentati hanno ucciso lunedì  nove tra soldati e poliziotti all’indomani degli scontri che avevano già provocato la morte di  51 civili.  Scontri nati in margine a manifestazioni islamiste. Questo perché, nonostante la repressione implacabile della quale sono il principale obbiettivo, i partigiani del Presidente islamista Mohamed Morsi, destituito e arrestato dall’esercito tre mesi fa, hanno giurato di intensificare le loro manifestazioni contro questo “colpo di Stato”.

Dopo un tregua relativa delle dispersioni sanguinarie dei loro assembramenti, questa nuova ecatombe, seguita dagli attentati di lunedì, fa temere non solo una spirale di vendette da parte dei gruppi radicali, ma anche un nuovo peggioramento della crisi economica, proprio quando i Paesi occidentali cominciavano ad autorizzare nuovamente i tour-operator a proporre l’Egitto ai loro clienti. Uno di questi attentati, un autobomba che ha ucciso tre poliziotti davanti al commissariato a Al-Tur, è stato perpetrato proprio a sud della Penisola del Sinai, una zona turistica  non lontana da Charm el-Cheik, dove i turisti stanno tornando dopo una lunga assenza. Ad Ismailya, nel Canale di Suez, sei soldati sono stati uccisi da sconosciuti che hanno aperto il fuoco sulla loro pattuglia, in una regione in preda, come il Sinai, al moltiplicarsi di attacchi di gruppi islamisti, molti dei quali “figli” di Al Qaeda. Nella notte, alcuni razzi avevano anche danneggiato una grande antenna di un centro di comunicazione satellitare a Maadi, un quartiere esclusivo del Cairo. Questi attacchi sono avvenuti subito dopo che le autorità e i pro-Morsi si sono accusati a vicenda di aver aperto il fuoco nel corso delle manifestazioni che reclamavano il ritorno dell’ex Presidente islamista. Il bilancio abbiamo visto è pesante: almeno 51 morti dei quali 47 al Cairo.

Il Segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon ha condannato queste violenze e la Gran Bretagna ha manifestato tutta la sua “profonda preoccupazione”. La Francia ha ugualmente denunciato questi eventi facendo appello “al rispetto della libertà di assembramento e di manifestazione”. Mohamed Morsi, primo Presidente eletto democraticamente in Egitto, è stato destituito e arrestato lo scorso 3 Luglio da parte dell’esercito dopo che milioni di manifestanti avevano chiesto la sua uscita di scena. Dal 14 Agosto, le forze organizzate dai militari hanno ucciso più di un migliaio di manifestanti pro-Morsi e arrestato più di 2000 Fratelli Musulmani, tra i quali quasi tutti i leader. Secondo gli osservatori, la strategia dei Fratelli Musulmani è di dimostrare che sono sempre lì e che la loro forza può ancora mobilizzare le masse. Vogliono provare che non c’è stabilità possibile senza di loro e che la loro esclusione dai giochi, minerebbe la ripresa economica dell’Egitto. Domenica scorsa al Cairo i manifestanti pro-Morsi, “pacifici” secondo loro, sono “stati attaccati a sangue freddo da alcune forze del colpo di Stato che hanno mirato per uccidere”, ha dichiarato un portavoce dell’Alleanza per la Democrazia e contro il colpo di Stato, una coalizione mossa principalmente dai Fratelli Musulmani. Il Ministero degli Interni, in un comunicato ha affermato che “ erano scoppiati degli scontri tra civili e Fratelli Musulmani” che “hanno utilizzato armi e munizioni che hanno causato la morte di 47 persone”, tenendo a precisare che le forze di sicurezza erano riuscite ad imporsi e controllare gli scontri. Il Generale Ayman Helmi, portavoce del Ministero ha voluto sottolineare che “la polizia aveva usato solo gas lacrimogeni”. Ma alcuni testimoni hanno visto diversi civile provocare i manifestanti al loro passaggio per le strade della città. Dei poliziotti, alcuni in abiti civili, hanno più volte aperto il fuoco sui manifestanti. L’esercito, il Governo, quasi tutti i media e una grande maggioranza della popolazione definisce “terroristi” i Fratelli Musulmani, quegli stessi Fratelli Musulmani che avevano vinto, a grande maggioranza, le elezioni del 2011.

Mentre il Paese è in stato d’allerta dal 14 Agosto scorso, mentre la capitale è sottoposta al coprifuoco notturno e cosparsa di posti di blocco, il dispiegamento di soldati è ancora più impressionante dopo i fatti di Domenica. E le violenze rischiano di intensificarsi, perché i pro-Morsi si sono appellati a “tutti gli egiziani a manifestare massicciamente in marce non violente”, in particolare il venerdì. “Nessuno potrà impedircelo, e lo faremo a qualsiasi costo”. Questo il loro monito. La collera e la frustrazione dei partigiani del Presidente islamista Morsi farà scivolare anche l’Egitto verso il terrorismi islamista? La serie di attentati perpetrati in questi giorni sembrano essere la conferma della ripresa di una certa attività terrorista. Il bando da ogni attività e la cancellazione dalla lista delle ONG autorizzate nel Paese rafforzeranno il loro senso di marginalizzazione. I Fratelli Musulmani, secondo le nuove disposizione della giustizia egiziana,  non possono più essere attivi sul terreno o finanziare le loro attività sociali. Forse riusciranno a raccogliere fondi, ma avranno molte difficoltà a ridistribuirli sotto forma di aiuti sociali. La tentazione di girarsi verso altri tipi di “attività” e passare ad atti sempre più violenti  è facilmente intuibile.

Ufficialmente l’Egitto ha dichiarato guerra al terrorismo, ma la guerra contro il terrorismo è una guerra che, per sua natura non ha fine. E il pericolo e lì dietro l’angolo perché diversi gruppi derivati dai Fratelli Musulmani si stanno marginalizzando e radicalizzando e tutto questo alimenta la macchina repressiva. Si sta tornando all’Egitto degli anni ’90, quando il gruppo Gamaa al-Islamiya era all’apice della sua attività. Tutti ricordano il tragico attacco contro dei turisti a Luxor nel 1997. Ci furono 60 vittime. Oggi quel gruppo salafista jihadista si sente come il “vero” rappresentante dell’Islam e potrebbe sentirsi erede legittimo dei Fratelli Musulmani, prova vivente che l’Islam politico è un fallimento. L’esercito e i cristiani saranno allora i loro obbiettivi privilegiati. Gli esperti prevedono lo sviluppo di un clima di violenza a bassa intensità, dilatato su più anni, che non destabilizzerà il potere, ma porterà incertezza nel futuro della sicurezza del Paese, incertezza che influenzerà tutte le attività dell’Egitto. Sembra che gli Stati Uniti vogliano “mollare” il loro grande alleato. E questo forse non è proprio un bene.

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