Il bipolarismo muscolare non accenna a placarsi, principalmente a proposito di pressione fiscale e Imu che è ormai un evergreen bipartisan. Il dibattito attorno allo stoppato reato di clandestinità – abolito da un voto congiunto di Pd, Sel e Cinque Stelle, che ha inasprito le posizioni di un Pdl visibilmente in crisi e ha spaccato la roccaforte dei grillini – ha acuito le divergenze alimentando un fuoco già rovente. Rimangono invece pressoché invariati gli sviluppi a proposito di legge elettorale, riforme costituzionali e finanziamento pubblico ai partiti per il quale alla Camera è ancora ‘bagarre’. “In questi ultimi tempi – ha ammonito Letta – ho dovuto dedicare tempo ed energia ad altro, non certo alla promozione delle riforme e all’aumento della competitività”. Monti, da Scelta Civica, afferma: “O il governo fa le riforme o non ci interessa più farne parte”. L’unico traguardo, per ora a metà strada dato che manca il voto del Senato, è il decreto sul femminicidio.

I provvedimenti di clemenza, indulto ed amnistia, messi in campo dal Capo dello Stato, contribuiscono ad inasprire le tensioni; contro i suddetti provvedimenti si sono scagliati i grillini – con la loro controproposta presentata direttamente al Quirinale – i leghisti, e non solo. Dalle sponde del Pd Epifani sottolinea che occorre escludere “ i reati già esclusi in passato” e puntualizza: “La commistione con le vicende di Berlusconi non ha alcun senso”. Alfano controbatte invitando i democratici “a non trasformare tutto in un referendum su Berlusconi” e auspica che il Pd “non traduca le parole di Napolitano in norme contro una persona”. Per il Pdl la riforma della giustizia rimane una priorità e il segretario annuncia che il suo partito ne sarà “il motore”.

Il principale “banco di prova della nuova maggioranza” – ha dichiarato il premier Letta – è comunque la legge di stabilità. “Da qui vedremo e verificheremo se la stabilità politica è un valore acquisito”. Sulla legge di stabilità non sono ammessi gli “aut- aut” che hanno caratterizzato la vita dell’esecutivo fino ad oggi perché “con gli ultimatum non si governa”.

In casa Pdl avanza il timore che il Pd voglia approfittare del clima di instabilità del principale avversario politico, nonché alleato di governo, per avanzare delle richieste a proposito di Imu, nello specifico rimettere in gioco la seconda rata, in particolare per le rendite più consistenti. In questo contesto Il premier Letta dichiara di non voler rompere l’asse con Alfano “impegnato” – come rilevano a Palazzo Chigi – “a giocare nel Pdl  la partita della vita contro l’ala sfascista. E riaprire adesso la questione dell’Imu vorrebbe dire alzare una palla d’oro ai falchi berlusconiani”. Tantoché a proposito di emendamenti “tutte le eventuali modifiche”, sottolineano fonti vicine al presidente del Consiglio, “verranno esaminate quando verrà scritta la service-tax. Non certo adesso”. In definitiva il dossier-Imu risulta archiviato rispetto a misure più urgenti che dovrebbero rappresentare il perno della legge di stabilità, in particolare la riduzione del costo del lavoro – una manovra da 4-5 miliardi anche se per Confindustria servirebbe una misura più forte mettendo sul tavolo almeno 10 miliardi– finalizzata a rendere più consistenti le buste paga dei lavoratori “in modo da permettere una ripresa dei consumi, maggiori margini di competitività per le imprese e incentivi alle aziende che assumono a tempo indeterminato”. Per ora i conti del Tesoro hanno approvato la manovrina da 1,6 miliardi di euro necessaria per colmare lo sforamento dello 0,1% nel rapporto deficit- Pil: 500 milioni dovrebbero rientrare dalla vendita di immobili demaniali; 1,1 miliardi dai tagli alle spese ministeriali e dalla riduzione dei margini di spesa per gli enti locali. Sembrerebbe saltato l’aumento di Ires e Irap dal 101 al 103%, l’incremento delle accise sulla benzina di 6,5% centesimi al litro e i 330 milioni per finanziare la cassa integrazione.

L’impatto finanziario legato alla legge di stabilità, che il Consiglio dei ministri dovrebbe approvare all’inizio della prossima settimana, sarebbe pari a circa 15 miliardi, un punto percentuale del Pil. Una sfida decisiva per il Paese stretto nella morsa della crisi e in balìa di “maggioranze variabili” come quella formatasi tra Pd, Sel e Cinque stelle a proposito di immigrazione. In sostanza, si dibatte arditamente attorno al reato di clandestinità – che ha spaccato pesantemente anche il movimento Cinque stelle – mentre in un Paese civile e in un mondo occidentale fondato sulla difesa dei diritti dell’uomo, non si dovrebbe nutrire alcun dubbio a proposito di rispetto della vita umana; soccorrere, per di più, non dovrebbe essere considerato un reato. Altra cosa invece è punire chi, speculando, fa di tante vite umane un traffico indegno, consumato nelle acque del Mediterraneo tra la Libia e l’Europa; chi in pratica alimenta i sogni di coloro che tentano di fuggire dalla guerra e dalla mancanza di libertà  accompagnandoli spesso sulla rotta della morte.

È comunque una guerra tra poveri. Proteggere il diritto alla vita e alla libertà di ogni individuo, prescindendo dalla nazionalità e dalle etnie, è un dovere istituzionale fondante di ogni democrazia liberale, ma in balìa della crisi uno Stato democratico e liberale dovrebbe preservare il diritto dei cittadini ad avere i propri diritti, cercando di non alimentare la sete di giustizia che permea gli interstizi della società civile. Il risentimento tra la popolazione è forte perché per molti sono molteplici le difficoltà che rendono faticoso il percorso per arrivare a fine mese; è un risentimento nutrito, con forza, contro una classe dirigente che cerca di preservare se stessa dismettendo quote sempre più consistenti di beni comuni o rincarando le imposte, che calpesta senza sosta la dignità dei cittadini onesti calpestando la rivoluzione liberale.

 © Rivoluzione Liberale

 

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