L’Italia, è un Paese vecchio, che non riesce, o meglio, non vuole rinnovarsi. Un simile sforzo imporrebbe studio, riflessioni, approfondimenti, ricerca di finezze culturali, che non si addicono alla pancia di un Paese pigro, che preferisce rimanere ancorato a vecchi schemi e stereotipi: fascismo-antifascismo, comunismo-anticomunismo, berlusconismo- antiberlusconismo, statalismo-liberismo, ma sempre in forme schematiche, corporative o meramente affaristiche.

In nome della presunta italianità della Compagnia di bandiera,  sono state dilapidate, in un baratro senza fondo, ingentissime risorse pubbliche, attraverso decine di interventi diretti e ricapitalizzazioni. Da ultimo, dopo aver rifiutato nel 2009 di cedere l’Alitalia ad Air France a condizioni molto più vantaggiose, lo Stato si è accollato l’enorme indebitamento della cosiddetta bad company, dichiarata fallita, ricorrendo alla finzione di scegliere la strada della privatizzazione, attraverso coloro, che vennero definiti “capitani coraggiosi”, i quali, invero, hanno versato somme irrisorie nel capitale della Compagnia, mentre l’apporto  maggiore è stato delle Banche. L’imprenditore abruzzese Toto , anzi, ha fatto l’insperato affare di liberarsi della fallimentare Air One, con la complicità di Banca Intesa. Oggi, di fronte a un nuovo collasso, il Governo Letta ha precettato Poste Italiane ad intervenire per l’ennesima, non certamente ultima, ricapitalizzazione. Tutti appaiono contenti ed applaudono: gli statalisti perché si è salvata la presunta italianità del vettore aereo, i sindacalisti perché per il momento è archiviato il doloroso tema degli enormi esuberi di personale e del relativo costo, palesemente fuori mercato, i liberisti perché la struttura sociale rimane quella di una società di capitali. Poste Italiane, apparentemente penalizzata per aver ubbidito disciplinatamente a quanto ordinato dal Governo, investendo nella disastrata Compagnia di bandiera i soldi dei risparmiatori italiani, potrà facilmente realizzare la fusione tra Alitalia e la propria Mistral Air, compagnia specializzata in trasporti postali notturni ed in voli Charter,  in perdita, acquistata a caro prezzo (precisamente nove milioni di Euro) dalla TNT Traco, temibile concorrente privato di livello internazionale. Tuttavia questa carneficina di risorse pubbliche viene festeggiata da tutti i settori politici ed è stato uno dei pochi casi in cui il Governo delle larghe intese non ha registrato contrasti, né al proprio interno, né con i partiti della maggioranza.

L’Italia, che non riesce ad uscire dalla Crisi e ad agganciare la crescita, allegramente danza sull’orlo del burrone di una spesa pubblica che, come nell’ulteriore salvataggio Alitalia,  continua ad allargarsi, mentre andrebbe drasticamente tagliata. Prosegue la stucchevole discussione sulla necessità di colpire i patrimoni, elevando ancora la pressione fiscale, che deprimerebbe ulteriormente l’economia, scoraggiando gl’investimenti. Intanto la insostenibile spesa pubblica del Paese più statalista del Continente non viene abbassata, per continuare nella follia di mantenere fannulloni, apparati inutili, burocrazia soffocante, privilegi sindacali e clientele politiche. Tutto come prima!

Avendo ceduto al PDL sull’IMU, il PD oggi deve ottenere un provvedimento sul lavoro, ma solo per ragioni elettorali. Infatti, non si parla neppure della necessità urgente di comprimere la spesa pubblica almeno per l’equivalente di venti punti di PIL nei prossimi cinque anni, al fine di ridurre corrispondentemente la pressione fiscale su cittadini ed imprese. Si fanno soltanto fumosi confronti a Palazzo Chigi con Confindustria e Sindacati per una carezza sul Cuneo Fiscale.

Ma dov’è l’iniziativa del Governo? Esiste un progetto condiviso in vista della presentazione della Legge di Stabilità?  Eppure oggi la compagine sembra più solida, da quando il gruppo dei parlamentari (principalmente senatori) guidato da Alfano, ha dimostrato che, pur essendo minoranza nel PDL, aveva i numeri minimi per salvare il Governo e farlo andare avanti. I governativi hanno dimostrato di essere disposti anche a spaccare il partito e persino ad abbandonare Berlusconi, indebolito dai guai giudiziari. In tale contesto il coro opportunista del circuito mediatico dominate, ha definito quella dei ministri berlusconiani ribelli una vittoria, non il ricatto di un numero di parlamentari, minoritario. Quella stessa stampa, condizionata dall’egemonia culturale della sinistra, che ieri beffeggiava i “responsabili” che salvavano l’Esecutivo del Cavaliere dalla mozione di sfiducia di Fini, ha  trasformato quello che altrimenti sarebbe stato definito un tradimento, in un successo politico.

Sicuramente Berlusconi aveva commesso un errore quando, a causa del voto nella Giunta delle Elezioni sulla sua decadenza dal Senato, aveva disposto le dimissioni della delegazione al Governo, ma in un partito padronale, così è. Semmai ha dovuto cambiare opinione perché una parte dei senatori e deputati, da lui nominati,  era pronto ad abbandonarlo,  secondo la logica della politica opportunistica, che, anche il capo del PDL, ha contribuito ad affermare in Italia. Oggi, i ministri del PDL, pretendono la esclusione dalle cariche di partito dei rappresentanti dei cosiddetti lealisti, ancorché maggioritari nel partito. Gli stessi definiscono il Congresso ed il conseguente confronto democratico, che potrebbe effettivamente  diventare l’attesa svolta di un movimento padronale, inopportuno, osteggiandolo in tutti i modi,  consapevoli  di non poterlo vincere ed adombrando il pericolo di una spaccatura. Questa invece è già in atto, ma Alfano e compagni intendono realizzarla quando si saranno rafforzati, attraverso il potere, che discende dall’essere gli unici rappresentanti del PDL al Governo ed avranno ottenuto il consenso del PPE ad accettare quale partito affiliato il loro nuovo soggetto, eventualmente unificato con i democristiani di Casini e di Scelta Civica. Al contempo contano di ottenere l’espulsione  della nuova Forza Italia 2.0 di Berlusconi, azzoppato dalle sue vicende giudiziarie, che sono lontane dall’essere finite. Infatti, poiché è ritenuto  ancora in grado di spostare una massa ingente di voto popolare, il progetto é  di eliminarlo dalla competizione elettorale. Non basterà quindi la assegnazione ai servizi sociali. Il suo partito dovrà  essere spezzato in due o tre tronconi e, principalmente, bisognerà colpire lui stesso, ancora duramente, con provvedimenti restrittivi della libertà personale ed aggressioni feroci al patrimonio.

Questa ci sembra una fotografia istantanea della situazione italiana, che purtroppo non ci piace e nella quale non ci riconosciamo, ma è assolutamente realistica e non ci consente di arruolarci con nessuna delle parti. Siamo ostili allo statalismo veterosindacale  del PD, non ci piacciono i partiti padronali, vorremmo soggetti valoriali, mentre sogniamo una società aperta e più liberale, innanzi tutto nei principi, nei costumi, nell’etica pubblica. Il traguardo ci sembra lontano, nonostante il fallimento evidente della Seconda Repubblica, del leaderismo, della semplificazione, del pernicioso federalismo all’italiana, del tentativo riuscito per lungo tempo di far passare una legge elettorale liberticida, come il porcellum, quale garanzia per la  stabilità e la governabilità. Il nostro progetto non può che mirare a ricercare una parte di quel consenso popolare, che si sta liquefacendo, dopo la ulteriore delusione dell’antipolitica del M5S, puntando ad una massiccia adesione di cittadini, donne ed uomini, giovani, professionisti ed imprenditori, ma anche disoccupati, diseredati,  meridionali in preda alla disperazione, in una grande alleanza tra i primi e gli ultimi della società, per promuovere una vera rivoluzione culturale, morale, economica, istituzionale. Oggi, più che mai il PLI, che si avvia a celebrare il ventinovesimo Congresso, con l’ambizione di riunire tutti i liberali dispersi e quelli che sentono nella ribellione un sintomo istintivo di liberalismo, è un partito gobettiano!

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