E’ come se l’ Italia avesse deciso di chiudere bottega. Di scoraggiare chi volesse continuare a fare impresa investendo del suo. Più che le tasse, le storture del mercato del lavoro, la pubblica amministrazione invadente e tardigrava,  la giustizia lenta e minacciosa, la restrizione creditizia, potè la mala politica e una ideologia ottusa e avversa che non riesce a capire che l’ impresa crea benessere, quindi non va avversata ma aiutata entro le regole.

Per capire la tragedia dell’ Italia e del Sud in particolare, basta ricordare le centinaia di aziende che chiudono ogni giorno schiacciati dal debito col fisco, dalla concorrenza disinvolta e tollerante, e dalle molte che non chiudono solo perchè non hanno i soldi per pagare il T.F.R..E poi ci sono i morti per suicidio, come dire: lavoratori e padroni uniti nella disperazione.

La “Decrescita felice”, la “Demotorizzazione” dell’ auto, la “Disertificazione” delle aree industriali, la “Delocalizzazione” delle imprese, l’ antagonismo dei “NO TAV”, il “Sistema fiscale” che frena investimenti e innovazione, per il nostro Paese sono diventati una realtà sociologica.

La crisi che attanaglia il “Sistema Italia” ha rotto con la tradizione dell’ ascesa della classe piccola e media borghese.

Tutti si è diventati più poveri.

E i giovani, sempre più fragili e più accudenti, non riescono ad emanciparsi dalle loro famiglie e, per colmo d’ ironia, vengono definiti da questa stessa classe politica rovinosa e sfascista, inguaribili “bamboccioni”.

Questo il quadro di disfacimento che oggi ci si presenta.

Allora ci rassegniamo al declino?

No. L’ Italia ce la farà come ce l’ ha sempre fatta.

Ma perchè lo “stellone italia” ritorni a brillare subito, occorre una politica economica espansiva, a costo di fare la voce grossa in Europa. L’ austerity da sola soffoca           l’economia, restringe i consumi, accelera il declino.

Un associato mi diceva: Più che il “decreto del fare” occorre che il governo vari il “decreto del far fare”.

Ma questa classe politica è in grado di darsi una mossa?

Nella marina austriaca, sulle navi imperiali regie, quando soffiava la bora si parlava italiano: quando le cose vanno male in Italia si scimmiotta la politica economica liberale.

Ma c’ è ancora qualcuno in Italia che milita tra le diverse formazioni politiche che ha la forza, il coraggio di avanzare una ricetta liberale; l’ unica poi che salverebbe, l’ Italia dalle secche?

Non basta che da destra a sinistra si ostentano principi liberali: una visione liberale dello Stato e della società civile, come in economia così nell’ industria, necessitano di una mentalità, di una cultura, di una dottrina politica che implica non solo il fine, ma anche la preparazione e i mezzi per raggiungere quel fine. In altre parole una ideologia non si improvvisa. Bisogna essere liberali dentro per proporre e attuare una ricetta liberale.

In attesa di una ripresa internazionale che faccia da traino alla nostra economia e, ad un auspicato risveglio di coscienza liberale che ridesti l’ anima del nostro Paese, ci accontenteremo almeno in questo momento, di non assistere ai vergognosi balletti televisivi messi in scena dalle forze politiche, tesi più che altro a conservare la loro fetta di potere politico – elettorale e alla salvaguardia dei tanti, troppi privilegi che discendono dal loro essere parlamentare.

Ciò che noi come sindacato datoriale reclamiamo con forza è il “rispetto”. Rispetto per i nostri imprenditori iscritti alla nostra organizzazione e per tutti quegli altri che continuano a investire con coraggio e sacrifici nelle loro aziende, sorretti, loro sì, da quello spirito di responsabilità volto a preservare il tessuto produttivo del nostro Paese e a difendere insieme ai lavoratori i restanti e traballanti posti di lavoro.

Che si doti allora l’ Italia di istituzioni efficienti; che si diano più poteri al primo ministro; che si ridimensioni e si corregga il sistema camerale; che si intervenga sul Titolo V inserendo la clausola di interesse nazionale;  che si introduca il principio di responsabilità costituzionalizzando i fabbisogni standard.

Qualsiasi intervento risulta inorganico se prima non si mette mano ad un nuovo ed efficiente assetto istituzionale. Governi stabili, leggi approvate in tempi ragionevoli, regioni che anziché alzare steccati e imporre divieti si trasformino in fattore di competività e di sviluppo, sono soltanto alcuni esempi solutivi per rimettere l’ Italia in carreggiata e avviarla forte e stabile verso una Terza Repubblica.

Noi ancora ci vogliamo credere, o quanto meno sperare.

 © Rivoluzione Liberale

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