Si poteva fare di più ma per ora è tutto ciò che si è potuto fare. Il decreto legge preludio della futura legge di Stabilità, che dovrà essere il frutto di un futuro dibattito parlamentare, non accontenta nessuno. Diviso il mondo del lavoro: il leader degli imprenditori, Giorgio Squinzi, dichiara che occorre più coraggio perché la legge di Stabilità “così come sembra configurarsi, ci allontana dall’obiettivo di dare vigore alla lenta ripresa che si sta delineando”. I lavoratori, a loro volta, minacciano uno sciopero generale che il presidente di Confindustria ritiene comunque “inutile” invitando tutti a “rimboccarsi le maniche per spingere nella direzione giusta il Paese”. In definitiva, “il fatto che le critiche vengano da Confindustria e dai sindacati – riferiscono fonti di Palazzo Chigi mentre il premier è a Washington – dimostra che la manovra è equilibrata. Comunque in Parlamento si potrà migliorare”.

La stabilità rimane il primo obiettivo che il premier Letta ha ribadito anche dalla Casa Bianca, dove incontrando il presidente Obama ha sottolineato la necessità di tenere i conti in ordine per non alimentare la spirale del debito e l’aumento dei tassi di interesse. I mercati hanno infatti accolto positivamente il lavoro del governo italiano sulla legge di Stabilità e lo spread è sceso ai livelli del luglio 2011, data in cui non si era ancora scatenata la speculazione sul debito sovrano dell’Italia e sull’euro. Di certo la situazione propizia del mercato delle finanze è stata improntata all’ottimismo anche grazie all’accordo raggiunto tra democratici e repubblicani a Washington, che ha favorito l’innalzamento del tetto del debito negli Usa, ma gli operatori dichiarano che la manovra italiana sulla legge di Stabilità ha ricevuto il beneplacito degli investitori e, come ha ribadito il presidente Obama al premier Letta, l’Italia può essere considerata ancora “un partner affidabile”.

Una manovra di Stabilità giudicata da più parti modesta dal punto di vista delle risorse messe in campo, ma che ha come primo obiettivo il rispetto “scrupoloso” degli obiettivi di bilancio per poi proseguire sulla strada della crescita. È una manovra che tenta di agganciare la ripresa, seppur timidamente, anche se 11,6 miliardi di euro nel 2014 ( e circa 7,5 per ciascuno dei due successivi) non bastano per far sì che il Paese risalga la china. Rimane il problema dell’urgenza lavoro che non trae grande beneficio dal magro aumento in busta paga previsto; rimane il problema dell’accesso al credito di imprese e famiglie. “Le tensioni sull’offerta dei prestiti restano un freno alla ripresa”, ribadiscono gli economisti della Banca d’Italia addebitando le colpe in primo luogo alla recessione, mentre le banche sono solide e ben patrimonializzate.

Per Bruxelles le priorità rimangono comunque il contenimento del debito e la riduzione del costo del lavoro attraverso un taglio più deciso della spesa pubblica che per ora non risulta particolarmente aggredita. Tutte le eventuali modifiche del decreto legge in questa direzione sono state rimandate al dibattito parlamentare che si preannuncia alquanto acceso anche perché il flebile equilibrio delle larghe intese cela le forti tensioni interne ed esterne ai partiti della maggioranza, compresa Scelta civica dove, a ridosso della legge di Stabilità, il professore ha abbandonato il suo ruolo di presidente non condividendo la richiesta di 11 senatori di essere più clemente nei confronti dei provvedimenti messi in campo dall’esecutivo.

Premier e vicepremier, coadiuvati dal ministro dell’economia e dal ministro della difesa, avrebbero in sostanza liberato una manovra in tre tempi, ossia diluita in tre anni, sviluppando un consapevole esercizio di equilibrio per tentare di ammortizzare i colpi di un Pd visibilmente diviso, alle prese con la nuova nomina del proprio segretario da effettuarsi a primarie fatte entro l’8 dicembre, e un Pdl ormai correntista, spaccato tra lealisti e governisti, che si logora attorno all’affaire ‘decadenza’, un vero e proprio caso politico-giudiziario che calendario alla mano potrebbe slittare fino a fine novembre. Una manovra di Stabilità ‘prendere o lasciare’ non avrebbe lasciato molti spazi di pensiero e di azione e avrebbe soffocato ogni decisione, mentre è chiaro che sul piano politico molte decisioni sono ancora da prendere, e molte altre da interpretare. La politica blinda così le politiche in gioco in quanto ognuna delle forze in campo è pronta a innalzare i propri paletti di fronte alla manovra, quella di Stabilità, che risulta essere la manovra delle manovre e insieme un’occasione decisiva per manifestare il proprio dissenso nei confronti delle larghe intese.

L’intesa tra Letta, Alfano, Mauro e Saccomanni non è di per sé sufficiente per mantenere in piedi la stabilità tanto ambita. Il vice Fassina, tra l’altro, avanza le sue dimissioni dichiarando di essere stato “estromesso dai lavori preparatori” e ricevendo l’appoggio del segretario democrat che, riguardo alla decisione del viceministro dell’economia, afferma: “Non credo sia a causa di questa legge di stabilità, credo che lamenti una mancanza di collegialità e credo che abbia ragione”.

Prima di tutto occorre proseguire sulla strada delle riforme, alla quale lo stesso presidente Napolitano ha dichiarato di aver vincolato il rinnovo del proprio mandato, e occorre instaurare una più ampia cooperazione in virtù della quale Destra, Sinistra e un piccolo Centro abbiano la volontà di mettere in campo un progetto politico comune che non sia continuamente minacciato dalle loro diatribe interne ma si sviluppi realmente al servizio del Paese, contribuendo a realizzare l’interesse generale: più lavoro, meno tasse e una spesa pubblica ridotta.

Il dissenso è il sale della democrazia e della discussione liberale ma i dissensi non dovrebbero opprimere il ragionamento né tantomeno soffocare la razionalità politica, se un po’ di razionalità ancora c’è all’interno delle istituzioni. Dal punto di vista della libertà, la politica dovrebbe arricchirsi di ogni presa di posizione per costruire una sintesi comune in grado di coniugare tutti i diversi punti di vista. Una sintesi che, recuperando l’insegnamento insito nel liberalismo come ‘teoria e prassi del limite’, sia in grado di superare ad ogni passo il  “punto critico”, ciò che einaudianamente rispecchia la capacità di contemperare continuamente esigenze opposte o semplicemente diverse.

 © Rivoluzione Liberale

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