L’obesità normativa che caratterizza il Belpaese è forse il sintomo più evidente dello scarso peso nella società civile di un discorso forte a proposito di etica pubblica. Al contrario, una maggiore attenzione verso il principio da rispettare piuttosto che verso il cavillo da aggirare favorirebbe la diffusione di una più generale sensibilità etica un po’ in tutti i settori della società, partendo dalla politica e dalle istituzioni.

Sarebbe auspicabile procedere con poche e chiare norme a forte contenuto morale che non lascino ampio spazio alle interpretazioni e, soprattutto, occorrerebbe un buon senso più acuto per evitare la messa in scena ripetuta di estenuanti teatrini.

C’è poi il problema della coscienza di ogni persona che occupa una responsabilità all’interno delle istituzioni; qualora tale coscienza non fosse sufficiente deve comunque essere corretta con norme più evidenti e cavilli più puntigliosi. Eppure la coscienza è il presupposto fondamentale della buona amministrazione della cosa pubblica, del servizio che la politica deve rendere al Paese. La coscienza è il presupposto del libero dispiegarsi del progresso etico e morale di una società civile degna di questo aggettivo che non dovrebbe avere la funzione di mero ornamento ma, al contrario, dovrebbe rappresentare il sale di ogni comunità.

Il progresso verso la realizzazione di una società più civile è il progresso verso uno Stato di diritto inequivocabile. Dovrebbe essere questo – parafrasando Kant – il “compito morale” di tutti gli uomini e di tutte le donne che rappresentano le istituzioni o operano all’interno di esse. Il dovere della responsabilità è direttamente proporzionale all’autocoscienza umana e, come insegna Popper, la libertà risiede nella responsabilità.

La storia, inoltre, assume il senso che gli uomini le danno: “Benché la storia non abbia alcun senso – afferma Karl Popper – noi possiamo darle un senso”. Sono gli uomini a introdurre finalità e significato nella natura e nella storia ma affinché ciò avvenga occorre essere liberi, liberi da ogni tipo di catenaccio, che sia anche un catenaccio giudiziario.

Accanirsi sulla questione decadenza tuona infine come uno schiaffo al Paese reale che combatte quotidianamente contro la crisi, nonostante la questione del delicato intreccio tra politica e giustizia. Si tratta tra l’altro di una questione che appare scontata, anche il Pdl si sta preparando al dopo Berlusconi e sembra che lo stesso vicepremier Alfano abbia consigliato al Cavaliere di non accanirsi più di tanto sulla questione perché ciò servirebbe solo ad acuire le persecuzioni. “E comunque, noi il 2 ottobre abbiamo detto come la pensavamo – ha puntualizzato Alfano – non abbiamo cambiato idea”.

Un invito a non alterare gli equilibri di governo, quindi, che si aggiunge alle parole del premier Letta, il quale alla richiesta di avanzare un ritocchino alla Severino ha risposto con la “netta separazione” fra la vita del governo e le vicende giudiziarie dell’ex premier, un principio sottolineato anche nella relazione che Letta aveva esposto alle Camere il 2 ottobre, il giorno della fiducia (fiducia esposta anche dal Cavaliere). Letta non sembra disposto a percorrere l’“autostrada” indicata da Berlusconi per risolvere il nodo dell’irretroattività della legge Severino e in Senato si voterà tutti in maniera “palese”, ossia a carte scoperte. Sarà quindi “battaglia” dura in Parlamento – “sarà battaglia per ripristinare il diritto alla democrazia”, assicura Alfano – che entro metà novembre dovrà comunque pronunciarsi sull’affaire decadenza e di certo si tratterà di un passaggio doloroso per la strana maggioranza delle larghe intese.

Il Pdl intanto si ricompatta intorno al suo leader semidecaduto e, sul come comportarsi con il governo di Enrico Letta una volta che il Cavaliere sarà decaduto, il capogruppo Renato Schifani – colui che ha definito la vicenda ‘voto segreto-voto palese’ “una pagina buia della democrazia” – assicura: “decideremo insieme”. L’enigma che un eventuale scissione del centrodestra post decadenza provochi una irrimediabile crisi di governo rimane comunque aperto ma, ottimisticamente, il premier in carica afferma che il governo andrà avanti lo stesso, prescindendo dal sostegno del Cavaliere, perché ci sono in numeri. Il 2 ottobre “è nata una nuova maggioranza politica” ha ricordato Letta, anche se le sorti di tale maggioranza sono tutt’altro che granitiche e inequivocabili.

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