«Sono sempre stato convinto che la straordinaria bellezza del nostro Paese debba essere resa fruibile a tutti. Questa mia convinzione, purtroppo, non viene condivisa dalla classe politica e, più in generale, da chi rappresenta lo Stato e le sue varie articolazioni. In Italia si lavora per occultare la bellezza, considerata non un patrimonio collettivo, ma un fatto personale, riservato alla solitudine degli assessorati e alle stanze polverose delle sovrintendenze. Una norma di epoca fascista, la legge Bottai, ancora oggi vigente, parla espressamente di conservazione dei beni culturali. Il rito costante del nostro Paese è quello del conservare, magari nel sottoscala di un ministero o negli anfratti di località inaccessibili.

Ma soprattutto lo Stato non crede più nella cultura, nel fatto che essa rappresenti un valore e possa generare valore. Nell’ultimo decennio si è assistito alla masochistica ritirata degli enti pubblici dal settore dell’arte e cultura. Alla crisi globale, innescata dal fallimento della Lehman Brothers, e a quella successiva, che ha preso di mira i debiti sovrani, si è reagito con politiche di austerity e con tagli di bilancio in tutti i settori, una risposta quantomai sbagliata, perché incapace di distinguere ciò che rappresenta una risorsa e ciò che, al contrario, è una spesa improduttiva.

Dal 2012 il budget del Ministero per i Beni e le Attività culturali ha perso il 27 per cento del suo valore. I numeri sono impietosi: di fronte a una spesa pubblica che nel suo complesso si aggira intorno agli 800 miliardi di euro, il bilancio del MIBAC è stato ridotto a poco più di un miliardo e mezzo di Euro, una cifra sostanzialmente identica a quella di un Paese molto più piccolo, come la Danimarca, e addirittura 1/3 rispetto al budget dello Stato francese. Nella classifica europea degli stanziamenti statali destinati alla cultura, l’Italia è tristemente fanalino di coda, dopo Grecia, Irlanda e Malta. Il MIBAC assegna appena lo 0.1 per cento del Pil. L’incapacità gestionale dello Stato è mostrata da un’ulteriore considerazione: i residui passivi della contabilità speciale, ossia le spese per finanziare i progetti, ammontano al 44  per cento, con casi limite, come quello di Pompei, dove nel 2009 i residui hanno raggiunto quota 51,88 per cento.

Se si passa dai dati generali a quelli settoriali, la sostanza non cambia, perché l’accetta ha colpito in maniera indiscriminata tutte le espressioni del mondo della cultura. Il Fondo Unico per lo Spettacolo dai 507 milioni di Euro del 2003 è stato ridotto ai 398,8 milioni di Euro del 2013, con un calo del 23,1 per cento nell’ultimo decennio, e le fonti di finanziamento integrative, come quelle provenienti dal Gioco del Lotto, sono diminuite del 64 per cento dal 2004. I fondi per la tutela, nella programmazione ordinaria 2013, sono crollati a soli 47 milioni di Euro, 76 per cento in meno rispetto al 2004, e i fondi per il restauro sono calati del 31 per cento, nel Paese che detiene il più grande patrimonio artistico del mondo.

Il confronto tra le nostre istituzioni culturali e quelle straniere è sconfortante: il British Museum riceve 85,5 milioni di Sterline l’anno, la Tate Gallery 38,7 milioni, il Reina Sofia beneficia 42,3 milioni di finanziamento pubblico e il MAXXI poco più di 4 milioni.

Qual è la conseguenza di questo totale disinteresse nei confronti della cultura, da parte dello Stato e della classe politica? L’Italia è uscita dal G8 dei Paesi più appetibili. Adesso si trova al quindicesimo posto del Country Brand Index 2013, che misura l’attrattività del marchio-Paese, superata da realtà come Canada, Giappone, Nuova Zelanda, Australia e Finlandia.

Il paradosso è che le aziende culturali hanno notevolmente migliorato la capacità di auto finanziarsi e negli anni della crisi hanno addirittura creato nuova occupazione dipendente (più 10 per cento dal 2008). Nel 2011 l’industria culturale ha prodotto 76 miliardi di euro, pari al 5.4 per cento del PIL, ed occupa attualmente il 5.6 per cento dei lavoratori.

Nonostante gli sforzi dei privati, la percentuale di Pil prodotta dal settore culturale è meno della metà rispetto al resto d’Europa. L’Italia ha circa 3.400 musei, 2.100 aree e parchi archeologici, 43 siti considerati dall’Unesco “Patrimonio dell’Umanità”. Eppure, come ha confermato un recente report di Pricewaterhouse Coopers, dal titolo “Valore dell’arte: una prospettiva economico-finanziaria”, il nostro Paese non riesce a creare valore economico, e di conseguenza posti di lavoro, adeguati alle sue potenzialità. Per fare un esempio, gli Stati Uniti, con la metà dei siti italiani, hanno un ritorno economico sedici volte superiore al nostro. Restando in Europa, anche la Francia e il Regno Unito hanno performance nettamente superiori, con un ritorno compreso tra 4 e 7 volte. 

La cultura è chiaramente una risorsa anticiclica, con una capacità moltiplicativa straordinaria. Ogni euro di valore aggiunto ne attiva altri 1,7, nel commercio, nel turismo, nei trasporti, nell’enogastronomia. Gli 80,8 miliardi prodotti nel 2012 ne hanno messi in moto altri 133, arrivando, tra diretto e indotto, a oltre 214,2 miliardi di Euro.  Ma lo Stato, masochisticamente, continua a disinvestire nel settore, in ossequio a una precisa filosofia, icasticamente rappresentata dal motto “con la cultura non si mangia”. Non è un caso che nessuno dei partiti politici candidatisi alle ultime elezioni abbia parlato di cultura all’interno del proprio programma. 

Lo stesso decreto “Valore cultura”, voluto dall’attuale ministro per i Beni e le Attività Culturali, Massimo Bray, pur evitando i famigerati tagli di cui il settore è stato vittima negli ultimi anni, si limita a tamponare le falle del sistema, senza introdurre veri criteri di stampo meritocratico, che incentiverebbero una maggiore efficienza. Si distribuiscono risorse, ma non vengono premiate le realtà più virtuose.

Nel decreto permane, in maniera significativa, la tradizionale diffidenza nei confronti dei privati e del mercato. Non solo le donazioni a favore della cultura non vengono premiate fiscalmente. Manca soprattutto una visione strategica, secondo cui il patrimonio artistico-culturale non deve produrre costi, ma fornire una resa. Manca uno schema di razionalizzazione del sistema, in particolare di quello museale. Sembra assurdo, ma in Italia non siamo neppure d’accordo sul numero di musei presenti sul territorio: 3.430 per la Corte dei conti, 4.120 per il Touring Club, 4.739 per la Fondazione Abbracciamo la cultura, 4.764 per l’Istituto Bruno Leoni, che cita come fonte lo stesso Ministero.

Questo dilettantismo e questa mancata valorizzazione del patrimonio artistico-culturale sono la conseguenza del dilettantismo e dell’indifferenza della classe politica. Io sono di tutt’altro avviso. Io considero la cultura la vera e propria “energia pulita”, senza la quale l’Italia è destinata ad inabissarsi. Non siamo più un grande Paese industriale. L’industria di Stato, quella che ci ha reso la quinta potenza economica del pianeta, viene messa in vendita a capitalisti senza capitali, che le riserveranno un destino simile a quello di Telecom, svenduta agli stranieri. Le grandi aziende private, strette dalla crisi, delocalizzano. La piccola e media industria arranca di fronte alla concorrenza internazionale. Non si investe più nell’agricoltura, la ricerca scientifica langue. Ci rimangono solo due asset, due risorse che occorre assolutamente valorizzare per promuovere lo sviluppo economico, sociale e civile del Paese: il territorio e la cultura.

Purtroppo sono stato diretto testimone dell’ostracismo da parte della classe politica e degli enti pubblici nei confronti della cultura, anche quando a volersene occupare è il privato no profit. Atteggiamenti incomprensibili, che vanno in rotta di collisione con la legge fondamentale del nostro Paese. La Costituzione repubblicana, infatti, all’articolo 118 parla espressamente di sussidiarietà verticale: quando lo Stato latita, è il privato, in particolare quello di natura sociale, ad intervenire per garantire i servizi pubblici.

Contrariamente al dettato costituzionale, questo non avviene. Il privato non viene mai messo nelle condizioni di lavorare proficuamente con il pubblico. A questo punto sono giunto a una conclusione: la formula “sinergia tra pubblico e privato” è priva di senso. Io credo ormai solo nella sinergia tra privato e privato, soprattutto quello non profit, che, nonostante l’indifferenza della politica e l’ostracismo della burocrazia, rappresenta l’unica vera speranza del nostro Paese.

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