Gli Stati Uniti non hanno più oggi degli alleati, veri alleati, con i quali non siano in uno stato di disagio. Gli europei fanno tutto quello che è loro possibile per evitare vere tensioni con Washington, ma le rivelazioni sulla vastità dello spionaggio americano hanno provocato veri e durevoli danni.  Con il Pakistan,per lunghissimo tempo pedina indispensabile del gioco strategico degli Stati Uniti in Asia del Suo Ovest, gli USA sono sull’orlo della rottura un mese su due, perché rinfacciano ai pakistani di voler giocare la loro carta sull’Afghanistan sostenendo i Talebani mentre i pakistani rimproverano agli Stati Uniti di considerare il loro Paese come fosse un territorio americano sul quale continuano a braccare ed uccidere gli jihadisti senza altra autorizzazione che quella della Casa Bianca e del Pentagono. Lo stesso vale in Medio Oriente, dove Kerry ha intrapreso la sua 17° maratona.

Con Israele, le cose vanno sempre peggio perché il Governo di Netanyahou non perdona all’equipe di Obama di mostrarsi sempre più insistente sulla conclusione di una definitiva soluzione con i Palestinesi e di cercare, parallelamente, di trovare un compromesso con gli iraniani sulla questione del nucleare. Nelle tappe previste a Gerusalemme e Betlemme Kerry tenterà di ridare impulso ai negoziati israelo-palestinesi, ma non sarà facile sbrogliare questo rompicapo, creato da un nuovo annuncio di Israele di costruire 1500 alloggi per i coloni a Al-Qods Est? Il Dipartimento di Stato ha riconosciuto che questa notizia minava sin dall’inizio il clima dei negoziati,  già falliti nel Settembre del 2010 per via della colonizzazione. A Gerusalemme, il Segretario di Stato americano cercherà piuttosto di “rassicurare” Netanyahu sulla “piccola” apertura americana a Teheran, pomo della discordia tra Israele e Stati Uniti, temendo Israele che Washington alleggerisca le sanzioni contro gli Iraniani senza reali concessioni sul nucleare. Con l’Egitto le cose non sono semplici perché gli Stati Uniti hanno disapprovato la destituzione di Morsi (pur non avendo mai parlato di “colpo di Stato”) e spingono, in nome della stabilità, all’apertura del dialogo con i Fratelli Musulmani. “Le relazioni americano-egiziane non possono riassumersi in mera assistenza”, ha però dichiarato Kerry nel corso della sua prima visita dalla caduta del Presidente islamista Morsi, avvenuta lo scorso 3 Luglio per mano dell’esercito. Il Segretario di Stato americano ha affermato che il suo Paese era determinato a continuare a lavorare con l’Egitto. Kerry ha lasciato il Cairo alla vigilia del processo del Capo di Stato deposto e dopo qualche ora di una visita che aveva come obbiettivo di riavvicinare i due Paesi, sui quali regna un clima di gelo da quando è intervenuto il colpo di forza contro il primo Presidente democraticamente eletto in Egitto e la repressione sanguinaria dei suoi sostenitori. Come ritorsione, Washington aveva chiuso parzialmente i rubinetti degli aiuti, essenzialmente militari. Ma lunedì scorso, Kerry ha tenuto a ribadire che Washington, “amico” e “partner” dell’Egitto, “s’impegnava a proseguire la cooperazione con il Governo ad interim”. Gli Stati Uniti hanno appoggiato negli ultimi tre decenni il predecessore di Morsi, Hosni Mubarak, rovesciato da una rivolta popolare all’inizio del 2011, facendo del più popoloso Paese dei Paesi arabi alleati un alleato di peso per mantenere la stabilità nella Regione. Lo scorso Ottobre,  il “ricalcolo” degli aiuti all’Egitto aveva raffreddato i loro rapporti, dopo che l’Egitto aveva dichiarato di voler “allargare le sue opzioni per “soddisfare i suoi interessi nazionali”. Affermando che “le relazioni americano-egiziane non possono riassumersi in mera assistenza”, Kerry ha sottolineato che “gli aiuti americani diretti al popolo egiziano sarebbero continuati in nome della lotta al terrorismo”. Da parte sua il Ministro degli Esteri egiziano Nabil Fahmy, che aveva recentemente definito “tesi” i rapporti con gli Stati Uniti, ha detto di “aver visto nei colloqui con il Segretario di Stato la volontà di riprendere queste relazioni in modo positivo”. La strada verso la democrazia in Egitto è ancora tutta in salita, ma oggi agli Stati Uniti serve di poter contare su questo grande e strategico Paese. In nome del compromesso tutto è lecito.

C’è poi la spinosa questione dell’Arabia Saudita, alleato degli alleati. Di fatto, e sebbene Washington lo neghi, le relazioni americano-saudite si sono non poco raffreddate, sia per la questione della Siria, che per via dell’Iran, la potenza sciita della Regione e bestia nera di Ryad. La Monarchia wahabita non aveva infattiannunciato lo scorso 18 ottobre il suo rifiuto di sedere al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, quando ne era stata appena chiamata a far parte? Un gesto senza precedenti per protestare contro “l’impotenza” del Consiglio – e quindi di Washington – nella crisi siriana. Lunedì  scorso a Ryad l’Arabia Saudita e gli Stati Uniti hanno cercato di minimizzare i loro punti di frizione su Siria, Iran e Palestina. Kerry ha incontrato il suo omologo saudita, il principe Saoud Faisal, nonché il Re Abdallah. Nel corso di una conferenza stampa congiunta, Kerry ha tenuto a precisare che la relazione tra i due Paesi aveva basi strategiche e durevoli. Anche il principe Faisal a insistito sul legame che univa i due Paesi: “Le divergenze sono normali e cerchiamo di smussarle attraverso il dialogo tra i due Paesi”, ha dichiarato il principe saudita. Ciò non toglie che Ryad rimproveri l’inazione degli Stati Uniti nella crisi siriana, dimostri preoccupazione per la mano tesa di Obama all’Iran e critichi la debolezza dimostrata da Washington nel gestire la crisi israelo-palestinese a discapito dei Palestinesi, oltre al poco entusiasmo mostrato nei confronti del nuovo Governo egiziano. Il Segretario di Stato ha tenuto a rassicurare Ryad su tutti i punti , comprese le condizioni poste a Teheran per la sua partecipazione alla Conferenza Ginevra2. Abdoullah al Askar, presidente della Commissione Esteri della Choura, il Parlamento saudita, ha auspicato che il viaggio di Kerry fosse servito la riavvicinare i punti di vista. “Penso che sia venuto per portare un cambiamento. Ci sono molti problemi ed incomprensioni tra i due Paesi, ma gli americani sono nostri alleati da 70 anni”, sottolinea al Askar.

Gli Stati Uniti escono da una serie di notevoli scivoloni diplomatici e tattici con molti loro “amici”. Ora è partita la fase di recupero delle vecchie alleanze e lo sviluppo di nuove. Il Segretario di Sato americano Kerry si recherà anche in Maghreb. Prima ad Algeri per una ripresa di contatto strategico tra Algeria e USA, lanciato nel 2012 a Washington e basato su di un ventaglio di questioni, tra le quali lotta al terrorismo, sicurezza, economia e società civile. Ultima tappa il Marocco dove verrà toccata la questione del Sahara Occidentale. Lo smalto del gendarme americano riprenderà a brillare?

 © Rivoluzione Liberale

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