Il risanamento della finanza pubblica e il nuovo patto di stabilità – La buona notizia è che trascorsi ormai quasi vent’anni dalla firma del trattato di Maastricht (1992) l’Italia ha finalmente un piano per rientrare dall’eccessivo debito pubblico (attualmente il 120% del Pil) verso il livello previsto dal trattato, pari al 60% del Pil.

La cattiva notizia è che i fondamentali dell’economia italiana, in particolare il tasso di crescita stagnante da ormai più di dieci anni (attualmente 1,1% del Pil) che deriva dalla caduta senza precedenti della produttività, rendono il piano non sostenibile.

Una semplice equazione ci ricorda che il debito si mantiene stabile quando il disavanzo della pubblica amministrazione (ovvero il deficit fiscale attualmente pari al 4,1% del Pil) non supera la crescita del Pil nominale, che è dato dalla crescita “reale” (attualmente 1,0%) più la variazione dei prezzi, che nel sistema dell’euro non dovrebbe superare il 2%. Perciò in prospettiva – con una piccola correzione – il debito pubblico italiano dovrebbe mantenersi stabile nel rapporto con il Pil.

Ma con la revisione del Patto di stabilità i Paesi dell’euro, e quindi anche l’Italia, si sono impegnati a riportare il livello dei rispettivi debiti pubblici al 60% con un piano di rientro ventennale che dovrà iniziare con il bilancio del 2014. Nel nostro caso questo impegno, su cui i mercati, le agenzie di rating e i governi dei Paesi che hanno interesse a evitare un default del debito pubblico italiano, eserciteranno una stretta vigilanza, si traduce nell’impegno a ridurre il rapporto fra il debito pubblico e il Pil del 3% all’anno.

Dato che la previsione di crescita realistica non può eccedere l’ 1,5% e l’inflazione il 2%, ne segue che l’Italia dovrà azzerare il deficit fiscale (balanced  budget) con una correzione da 4 a 6 punti percentuali del Pil, a seconda che i tassi di interesse si mantengano stabili o (più probabilmente) aumentino di uno o due punti percentuali.

Come azzerare il deficit fiscale – Che una correzione di tale entità possa avvenire con il ricorso all’inasprimento fiscale è fuori discussione. La pressione fiscale in Italia (43% del Pil) è già a livelli da record fra i Paesi occidentali, e questa circostanza (con la tassazione degli utili delle imprese che supera il 70%) fa parte della spiegazione delle ragioni della caduta degli investimenti e della produttività nel nostro Paese.

Dal lato della riduzione delle spese pubbliche le prospettive non sono migliori. Il grosso delle spese della pubblica amministrazione è costituito da: a) spese per il personale; b) spesa sanitaria; c) pensioni. Ridurre in modo sostanziale la spesa per il personale non è realistico, anche perché si tratterebbe di sostituire stipendi con sussidi alla disoccupazione. La spesa sanitaria in Italia è già a livelli inferiori alle medie europee, pur con una popolazione mediamente più anziana: se molto può ancora essere fatto per la qualità della spesa, ben poco potrebbe essere fatto in termini di risparmi netti. Il sistema pensionistico è il vero nodo gordiano del settore pubblico. Ma anche in questo caso è impensabile che si possa ridurre la spesa: tutt’al più prorogando le età pensionabili si potrebbero ridurre le aliquote di contribuzione che gravano sui lavoratori attivi; questa tuttavia è una questione molto complessa, su cui si ritornerà in seguito.

La conclusione provvisoria è che – con  i livelli di crescita italiani – la strada dell’azzeramento del deficit fiscale non è sostenibile.

Le strade alternative – Per ridurre il rapporto fra debito e Pil si possono considerare tre opzioni alternative: a) l’uscita dall’euro; b) un’ imposta patrimoniale; c) la ripresa delle privatizzazioni del patrimonio pubblico mobiliare e immobiliare. La prima rappresenterebbe una sorta di “suicidio del debitore”. L’uscita dall’euro – senza considerare le difficoltà tecniche – potrebbe determinare una crescita più elevata del Pil italiano in termini nominali per effetto della combinazione svalutazione del cambio/inflazione come avveniva prima di Maastricht; ma l’aumento dei tassi che i mercati richiederebbero per finanziare il debito pubblico italiano determinerebbe un effetto netto senz’altro – e di gran lunga – negativo.

L’abbattimento del debito con il ricorso a una “patrimoniale” sui privati per essere significativo richiederebbe un’imposta con una base molto vasta, che finirebbe per incidere  non solo sui grandi patrimoni, ma anche su una vasta platea di risparmiatori e di proprietari di casa d’abitazione. Questo significherebbe ripianare il debito pubblico facendo indebitare i privati: un’idea che forse potrebbe piacere ai cultori dello Stato hegeliano, ma che non avrebbe mai il consenso degli elettori di uno Stato democratico.

La terza opzione è rappresentata dalla ripresa della politica delle privatizzazioni, che infatti era stata avviata dopo Maastricht riducendo di un quarto il debito pubblico, ma poi interrotta. Il patrimonio delle pubbliche amministrazioni in termini di imprese pubbliche a vario titolo, e quello immobiliare, è rimasto in Italia a livelli da socialismo reale o cubani. In un articolo successivo prenderemo in esame come si potrebbero evitare gli errori del passato.

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