Chi stacca la spina al governo “tradisce l’Italia”. È questa l’amara sintesi che emerge dalla mozione degli innovatori, un documento in otto punti stilato dall’ala governativa del Pdl guidata dal vicepremier Alfano. Un documento che prima della cena a Palazzo Grazioli era già sul tavolo del Congresso del 16 novembre. Ma durante la cena del giovedì sera Silvio Berlusconi ha messo sul piatto di Alfano la rassicurazione sul governo e la rinuncia alla crisi in cambio dell’unità, il tutto per evitare la scissione – ormai evidente – e per riprendersi il partito tutto intero, ala governativa compresa. “Voglio rilanciare Forza Italia all’insegna dell’unità e dell’assenza di correnti”. Avrebbe detto il Cavaliere.

Una trattativa dura  perché stavolta Alfano sembra fare sul serio. Il vicepremier è consapevole della presenza dei falchi che circondano la presidenza tantoché si è premurato di sottolineare che il documento in otto punti non è alternativo al documento della presidenza sul quale Fitto e Verdini hanno raccolto un numero consistente di firme, che si contrapporrebbero a quelle raccolte dagli alfaniani. Di fronte a questa conta il Cavaliere avrebbe detto: “Non va bene. Il documento che ti chiedo di firmare non è dei falchi, è il mio”.

I governativi, a loro volta, riferendosi al documento dei falchi, avevano già puntualizzato: “Anche chi ha sottoscritto quello può firmare il nostro”, ribadendo quindi la non alterità ma rimarcando con “il nostro” il clima di scissione e di spaccatura che si respira in casa Pdl-Fi.

Paradossalmente l’inaugurazione della nuova sede e della nuova Fi non ha agito da collante, come molto probabilmente auspicava il Cavaliere ma, al contrario, è servita per portare a galla i forti dissapori interni che Fabrizio Cicchitto evidenzia molto acutamente nella sua lettera aperta al presidente B., pubblicata sul Corriere della Sera di giovedì 7 novembre. “Rischi di diventare una vittima dei ‘falchi’ su una linea del tutto sbagliata, in alcuni casi frutto di estremismo, in altri di cinismo”, sottolinea Cicchitto il quale ipotizza un funesto “sbocco politico” di una “inusitata richiesta di crisi di governo” che si potrebbe giocare o sulla legge di Stabilità o sulla decadenza il prossimo 27 novembre. Cicchitto scongiura inoltre “elezioni pressoché immediate” perché “il Pdl-Fi regalerebbe al Pd la vittoria su un piatto d’argento: il centrodestra le affronterebbe azzoppato, senza un candidato forte, con Berlusconi impedito, con Alfano attaccato ogni giorno dai falchi”. Per di più, puntualizza Cicchitto, “ci assumeremmo la responsabilità di una crisi di sistema pur non essendone noi i principali colpevoli”.

Le colombe stavolta sono però ferme sulle loro posizioni e pretendono un accordo serio senza il quale sono anche disposte a non partecipare al Consiglio nazionale. Il vicepremier sostiene che il “suo” documento è blindato da 312 firme certe e altre 90 incerte, numeri che per Verdini sono “farlocchi” ed hanno la funzione di spaventare il Cavaliere. Ma Alfano stavolta non sembra disposto a cedere sulle cariche e ipotizza la nomina di due coordinatori nazionali – “uno per corrente” viene precisato nel documento in otto punti – un dato di fatto che testimonia l’assetto ormai ‘correntista’ del centrodestra azzurro sulla scia dell’avversario di centrosinistra. In definitiva o si raggiungerà l’accordo su tutto, partito e governo, oppure le colombe governative sono pronte allo scisma.

 “Il Letta-Alfano è un governo di emergenza – ricorda Cicchitto  – che deve misurarsi con due nodi: la crisi economica e l’esigenza delle riforme istituzionali”. Con questo scenario la battaglia “contro l’uso politico della giustizia” rappresenterebbe un salto nel buio per l’esecutivo di larghe intese. I critici rapporti di forza impedirebbero uno sbocco a livello di governo della suddetta battaglia. “Ora, col tuo aiuto, – afferma Cicchitto rivolgendosi al Cavaliere – dobbiamo fare insieme due cose: migliorare la legge di Stabilità, senza forzare strumentalmente, e costruire un partito con la tua leadership, la forte presenza di Angelino e una reale democrazia interna”.

Senza mettere in discussione la leadership berlusconiana – decadenza permettendo – per gli alfaniani il nuovo centrodestra azzurro dovrà essere caratterizzato da alti livelli di democrazia interna e i dirigenti dovranno essere il frutto di un consenso condiviso e maggioritario. Ed è proprio sui principi di democrazia interna del nuovo partito che il documento dell’ala governativa cita testualmente “l’introduzione di criteri di meritocrazia, di democraticità, di libertà delle opinioni e di dibattito”: una ventata di liberalismo che potrebbe finalmente predisporre il maggiore partito del centrodestra italiano alla concreta realizzazione della rivoluzione liberale tanto proclamata nelle idee, in venti anni di dominio patronale berlusconiano, quanto disattesa nei fatti.

La “separazione consensuale” proposta dal vicepremier – ciò che Alfano reputerebbe “la soluzione migliore per tutti”, con due partiti, Forza Italia e Pdl, che si riconoscono nella leadership berlusconiana – sembra però non essere condivisa dal Cavaliere che di ‘dividersi’ non vuol sentir parlare e, non rassegnandosi allo scisma, ripropone la corsa verso l’unità.

Niente “riconoscimento” delle componenti. Niente documenti contrapposti e secessionisti. Bensì un tacito accordo sul partito e sul governo di larghe intese. “A me il partito, a te il governo”: sarebbe questa l’estrema sintesi berlusconiana proposta in pasto ad Alfano nell’ennesima cena di Palazzo Grazioli.

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