Un nuovo crollo ha colpito l’area archeologica di Pompei. Nella Domus 21 dell’Insula V, Regio VIII, una sezione di muro non affrescato di almeno un metro si è sgretolato. Via dell’Abbondanza non se la passa bene. La Soprintendenza minimizza definendolo “cedimento”.

La noiosa prassi, purtroppo, è l’occasione per considerare con attenzione la questione. Il muro interno alto 1,80cm è ora mancante della propria parte superiore. È evidente che gli interventi tra il 2011 e il 2013 di messa in sicurezza, salvaguardia e tutela di oltre 100 punti critici della città non sono stati affatto sufficienti. Difatti non è mai stata effettuata una prevenzione sufficiente ai bisogni del sito.

Per prevenzione qui è da intendere la manutenzione ordinaria, ma del resto vi sono troppo poche persone ad occuparsene. La causa di questo ultimo danno al patrimonio archeologico in questione sono le erbacce, banali in modo degradante, e appunto la mancata manutenzione quotidiana.

E Renato Petra, coordinatore nazionale Ugl-Intesa Beni Culturali, lo sa bene: “Per almeno 15 anni sono stati effettuati solo interventi di somma urgenza. Quelli che si fanno senza gara. Niente manutenzione”. Ancora ci si meraviglia quando, dopo numerosi crolli minori e a 3 anni da quello parziale della Domus dei Gladiatori nel novembre 2010, la situazione non è minimamente mutata.

È questa la volta di una delle case più visitate lungo il decumano inferiore per la peculiare presenza un thermopolium, una sorta di pub dell’antichità, dove consumare bevande calde, ma anche fredde e vivande varie. Non si tratta di un ambiente prezioso a livello decorativo. È seguita la scoperta dell’esistenza di una cisterna casalinga adibita alla raccolta delle acque piovane, ma sicuramente non ne è valsa la pena.

Non si può più fare i buonisti e riferirsi a eventi tali, come se fossero frutto della casualità. È l’incuria il vero male, che ci porta a rappezzare in maniera approssimativa e irrisoria falle ormai irreparabili. Il brivido arrecato dalla sensazione di non farcela, dal cercare una soluzione troppo tardi quando ormai non ce n’è e magari riuscire a farcela per il rotto della cuffia è una passione tutta italiana.

Il decreto Valore Cultura è diventato legge (212/2013) da ormai un mese, ma Pompei sta ancora aspettando (il suo status quo) la nomina del direttore generale e del suo vice, di importanza vitale come catalizzatori del piano di gestione previsto. Il piano di gestione deve venire consegnato all’UNESCO entro il 31 dicembre 2013, altrimenti i fondi stanziati verranno persi.

L’Italia non ha grossi problemi a ottenere finanziamenti e sostegno: il suo grosso problema è l’incapacità vergognosa di rispettare le scadenze e le condizioni d’uso, anche nel caso di una burocrazia non eccessivamente opprimente. Quando si pensa di essere quasi al sicuro, incombe sempre il rischio di vedersi soffiare sotto il naso offerte irrinunciabili. Perché? Perché non ci si prende per tempo e non si opera con la serietà adeguata, eppure gli altri Paesi ce la fanno. Ognuno scarica le mansioni all’altro per l’antica legge dello scaricabarile ripetuta ad infinitum, come se non fosse affare di nessuno.

A volte sembra che privati e finanziatori internazionali facciano di tutto per spingerci a reagire e a non perdere quello che abbiamo. Tuttavia quelli a cui davvero dovrebbe interessare sono gli stessi Italiani, i detentori di questo tesoro dal valore inestimabile, specialmente dal punto di vista immateriale (fa paura, ma diciamolo). Allora muoviamo le coscienze non solo dei governanti, ma anche dei governati, del popolo, educhiamole, autoeduchiamoci a questo sentire comune, manifestiamo la nostra sofferenza con azioni costruttive per il bene della nostra societas.

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