“La ripresa è a portata di mano”, nel 2014, ma l’Italia è più povera, aumenta l’esclusione sociale, la competitività è al minimo, l’export soffre, le tasse sul lavoro e sul capitale sono ancora troppo alte.

L’Unione europea affonda le mani nelle piaghe del Belpaese e ne denuncia non solo la debole stabilità politica ma ne rileva anche lo stato di povertà e ricorda che l’Italia deve essere un Paese che dia la percezione di voler avanzare; per dare quest’impressione l’Italia deve però sciogliere il nodo delle riforme (tanto attese), deve diminuire la pressione fiscale, deve mantenere un quadro politico stabile.

Tutte richieste lecite e un’analisi ineccepibile, soprattutto perché fotografa finalmente la realtà, ma come se ne esce da questo vulcano Italia nessuno lo sa, con precisione. Il magma incandescente infuoca la società dove cresce la disoccupazione (12.5%), soprattutto quella giovanile (40.4%), infuoca i partiti dove sono in corso delle diatribe estenuanti per fissare le poltrone e per cercare di barcamenarsi tra crisi governativa ed elezioni anticipate, comunque da scongiurare senza una riforma della legge elettorale. Il magma, infine, infuoca anche il governo che, nonostante si regga sua una maggioranza piuttosto solida e decisa ad andare avanti con la schiena dritta, è quotidianamente minacciato, sia da destra sia da sinistra, soprattutto a proposito della legge di Stabilità che con i suoi oltre tremila emendamenti rischia la confusione più totale. Anche l’Europa, obiettivamente, sostiene che tremila emendamenti sono “troppi”, occorrerebbe dire che sono anche insostenibili perché il loro eccessivo peso rischia, inevitabilmente, di far collassare una legge già di per sé fragile per ovvie congiunture economiche e politiche. Il cuneo fiscale torna ad essere un nodo alla gola insieme alle coperture delle due rate dell’Imu che gli italiani nel 2013 non dovranno pagare (come promesso in campagna elettorale).

La legge di Stabilità dovrebbe prefigurare la situazione del Paese nei prossimi tre anni, l’orientamento che il Governo e il Parlamento dovrebbero dare al Paese. Ecco perché la legge di Stabilità è la cartina al tornasole del sistema Italia: l’incertezza alberga all’interno delle istituzioni e di conseguenza rende confusa, poco risolutiva, la vecchia finanziaria. In parte è vero – come afferma il presidente del Consiglio – che nelle acque in cui si naviga questa legge di Stabilità non è “troppo poco” ma, di certo, non è ancora ‘abbastanza’ per tornare a galla.

Sulla legge di Stabilità, inoltre, non si vince e non si perde, perché in gioco c’è il Paese; di conseguenza Pd e Pdl dovrebbero rassegnarsi al pareggio invece di continuare a giocare con la legge di Stabilità per mascherare le difficoltà interne ai loro partiti, in pratica per celare la confusione che attanaglia le proprie oligarchie.

Ancora una volta il Paese si ritrova vittima di una politica poco dialettica, scarsamente risolutiva e altamente instabile. Servirebbe “un briciolo di responsabilità”, come ammonisce per l’ennesima volta il tenace Capo dello Stato a proposito di legge elettorale, l’altra matassa intricata della quale ancora non si riesce a trovare il capo. Si continua a bocciare le proposte e non si riesce a fare chiarezza sul ‘Porcellum’, il “Mattarelum’ o addirittura un “super Porcellum”. Aspettando l’analisi di dicembre della Consulta, che paradossalmente potrebbe cavarsela con un semplice monito al Parlamento, l’iter della legge elettorale continua ad arrancare in Senato anche perché mancano all’appello altri tre appuntamenti decisivi: il Consiglio nazionale del Pdl ( 16 novembre), il voto sulla decadenza (27 novembre) e le primarie del Pd (8 dicembre). Il governo Letta è vincolato ai suddetti tre appuntamenti e nel frattempo studia un eventuale decreto per varare, per l’appunto, un “super Porcellum” in sostanza proporzionale perché il primo obiettivo è la tenuta delle larghe intese. Il decreto legge a proposito di legge elettorale – per il quale c’è comunque bisogno del sostegno della maggioranza in Parlamento – sarebbe la soluzione estrema, e evidentemente la più magra, per risolvere una questione di democrazia, come lo è appunto il sistema di voto di un Paese, che non dovrebbe essere risolta “per emergenza”, e quindi per decreto, ma avrebbe bisogno di un ampio dibattito parlamentare che sia oltremodo costruttivo, altrimenti è difficile continuare a parlare di democrazia e di libertà nel Belpaese.

Le istituzioni sono soffocate da “un clima avvelenato e destabilizzante” – come ha ricordato Napolitano accogliendo Papa Bergoglio al Quirinale – immerse in una “faticosa quotidianità, dominata dalla tumultuosa pressione e dalla gravità dei problemi del Paese”.

“Quanto siamo lontani nel nostro Paese – ha affermato con rammarico il Capo dello Stato rivolgendosi al pontefice – da quella ‘cultura dell’incontro’ che ella ama invocare, da quella sua invocazione, dialogo,dialogo, dialogo”. Un dialogo che si rivela necessario per superare la crisi politica ed economica in corso.

Da Lipsia, invece, il premier Letta, ha sottolineato  la necessità di una svolta dell’Ue per combattere le diseguaglianze. “L’Italia è un Paese dal cui successo o insuccesso può dipendere una parte dell’uscita dalla crisi della Ue”, ha aggiunto il premier sottolineando la necessità di mettere in campo delle politiche comuni, proprie di un’Europa federale in cui i Paesi membri siano legati da vincoli di solidarietà.

Le speranze di fiducia sono lecite e incoraggianti ma senza le riforme strutturali, costituzionali, senza una seria riforma della legge elettorale tali speranze sono destinate a deludere di nuovo gli italiani. Nella modernità la libertà consiste nell’abbattimento corale delle diseguaglianze per realizzare una società più equa e più giusta. Come afferma John Rawls libertà ed eguaglianza non sono valori in conflitto e l’equità distributiva mira a rendere eguale il diseguale valore delle eguali libertà. Una società giusta corrisponde ad uno schema di cooperazione stabile nel tempo plasmato da un principio base di reciprocità di cittadinanza. In definitiva l’Italia dovrà di certo fare di più – in particolare a proposito di indebitamento che per l’Ue “rimane una significativa fragilità per il Paese, date anche le prospettive di crescita debole” – ma dovrà fare di più anche l’Europa. Non si tratta, meramente, di instaurare degli obiettivi di giustizia sociale ma di mettere in campo delle efficaci misure di buon senso che abbiano un valore antropologico prima che economico: le sfide dell’oggi sono anche “sfide antropologiche”, ha sottolineato Napolitano, e per superare la crisi è necessario riposizionare l’individuo al centro, far valere dei parametri umani e morali irrinunciabili, che sono poi dei parametri ‘liberali’. “In questa missione è essenziale anche il ruolo dell’Europa”, per restituire all’uomo la dignità come propria dimensione naturale. 

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