I maggiori conflitti che oggi scuotono il Medio Oriente, vedono contrapporsi, dietro le quinte, la potenza sciita iraniana al Regno sunnita saudita.

Forse non è un caso se il doppio attentato kamikaze dello scorso 19 Novembre contro l’Ambasciata dell’Iran a Beirut sia stato perpetrato alla vigilia della ripresa dei negoziati sul nucleare tra i 5+1 (Stai Uniti,Russia, Cina, Francia, Gran Bretagna e Germania) e Teheran, a Ginevra il 20 Novembre. Se la scorsa estate, due attentati avevano già scosso la periferia sud di Beirut, roccaforte di Hezbollah, il Partito sciita sostenuto dal’Iran, è la prima volta che obbiettivi iraniani vengono presi direttamente di mira da un atto terrorista che ha causato la morte di 25 persone, tra i quali il consigliere culturale dell’Ambasciata, e 146 feriti. Questo perché l’Iran è direttamente parte in causa della doppia guerra in corso in Medio Oriente. La prima è più visibile ed è ben conosciuta. Oppone i siriani tra di loro, l’esercito regolare del Presidente Assad contro una ribellione multiforme. Teheran è un attore importante del conflitto. L’Iran, unico Paese sciita del Medio Oriente, sostiene economicamente e militarmente l’esercito siriano e i combattenti di Hezbollah, il Partito sciita libanese, presente sul terreno da quasi un anno. Un certo numero di ufficiali iraniani di Al Qods (truppe d’assalto dei Guardiani della Rivoluzione) servono da consiglieri a Hezbollah. Di fronte i ribelli, sunniti e molto divisi, tra gruppi di ribelli costituiti da giovani siriani sunniti modernisti  che hanno preso le armi contro la dittatura (sono la minoranza), alcuni combattenti vicini ai Fratelli Musulmani (sunniti “moderati”) e dei gruppi jihadisti tra i quali trovano riparo combattenti stranieri arabi più o meno affiliati ad Al Qaeda. E’ uno dei gruppi che ha rivendicato il doppio attentato di Beirut. Un avvertimento lanciato agli iraniani mentre si gioca la battaglia più importante alla frontiera tra Siria e Libano. Sostenuto dagli Hezbollah, l’esercito regolare, che riguadagna terreno a nord di Aleppo, vuole riprendere il controllo della Regione di Qalamoun, punto di passaggio dei ribelli verso il Libano. Da qui transitano i loro feriti, gli uomini e le armi.

Tutti questi gruppi di ribelli, jihadisti compresi, hanno come comune denominatore l’aiuto militare ed economico (in proporzione variabile) che ricevono dai Paesi del Golfo, in particolare dall’Arabia Saudita. Perché dietro al conflitto siriano, una seconda guerra, sotterranea, vede contrapporsi l’Arabia Saudita all’Iran. Questa trova sicuramente le sue fondamenta nella religione: il vecchio conflitto tra sunniti e sciiti, i due rami dell’Islam nemici dal VII secolo della nostra era. In Arabia Saudita si trovano i due principali luoghi sacri dell’Islam, La Mecca e Medina, e si ritiene per questo tutore del mondo sunnita (90% dei musulmani). Di fronte a lei gli sciiti, poco numerosi, raccolti intorno all’Iran, Hezbollah libanese, ma anche la minoranza Alawita della Siria e alla quale appartiene Assad. Di fatto, gli Alawiti sono sempre stati considerati come una dissidenza dello sciismo, ma oggi, la loro alleanza è politica come principalmente politica la rivalità tra l’Iran e l’Arabia Saudita. I due Paesi si contendono il predominio sul Medio oriente. E’ una guerra fatta attraverso gruppi di ribelli frapposti tra due potenze regionali in lotta per la loro supremazia. L’Arabia Saudita vede quindi di cattivo occhio l’estendersi dell’influenza iraniana nelle Regione e alla quale Teheran lavora da un decennio. Ancora più “pericoloso” l’avvicinamento che si potrebbe delineare tra gli Stati Uniti e l’Iran qualora si trovasse un accordo sul nucleare. In questa ottica, Riyad ha come priorità di far cadere Assad, l’alleato siriano di Teheran, che gli permette di essere presente fino alle rive del Mediterraneo.  Seconda preoccupazione: evitare che i negoziati di Ginevra vadano a buon fine. Se le sanzioni economiche e finanziarie degli Occidentali fossero tolte, anche solo parzialmente, il rivale iraniano ritroverebbe il suo posto di potenza in quell’area, tenendo conto dell’importanza dei numeri della sua popolazione (77 milioni di abitanti non sono pochi), del potenziale economico del Paese, della sua cultura e della sua Storia. Riyad teme l’influenza che l’Iran potrebbe avere sulle zone sciite nella “sua” regione petrolifera, in Barhein, in Irak (dove gli sciiti, in maggioranza, sono al potere), in Libano.

L’Arabia Saudita si trova paradossalmente dalla parte di Israele per quanto riguarda l’esito dei negoziati di Ginevra. La Francia, mai come oggi così vicina a Israele, come l’ha dimostrato il viaggio di François Hollande, ha scelto l’Arabia Saudita dai tempi di Sarkozy. Cinque milioni di euro di contratti sono stati firmati nel 2013 e queste cifre saranno presto raddoppiate. Questo spiega in parte la posizione intransigente di Parigi durante il primo round di negoziati che il Ministro degli Affari Esteri Fabius ha fatto naufragare. Certamente Parigi sta puntando molto in alto e il dover “scegliere” tra una delle due capitali la mette davanti al rischio di essere  strumentalizzata da l’una o l’altra. La posta in gioco è alta per tutti. Auspichiamo una soluzione che riporti l’equilibrio, tenendo presente che la Democrazia non si può né esportare, né imporre e che forse noi, in questa partita c’entriamo ben poco.

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