Una maggioranza “più piccola e più coesa” sostiene Enrico Letta e, paradossalmente, l’esecutivo incassa 171 voti al Senato come l’ultimo governo Berlusconi. “Non sono numeri risicati, sono numeri giusti e ci danno forza”, aggiunge Letta convinto che “scarti e scontri” sono ormai dietro le spalle.

Il premier cerca di sconfessare la “visione mediatica” che prefigura un “governo fragile”, ritiene di aver incassato una “fiducia importante e significativa” ed è convinto che la cosa migliore sia andare avanti, come del resto ha raccomandato anche il Capo dello Stato alla delegazione di Fi passata all’opposizione. “Abbiamo forza, coesione e prospettiva per tutto il 2014”, conclude Letta nella conferenza stampa che va in onda mentre nell’Aula di Palazzo Madama viene proclamata la decadenza.

È comunque necessario “stabilire il percorso con maggiore collegialità”, ma i colloqui non potranno concludersi prima dell’8 dicembre, giorno delle primarie del Pd. “Il giorno dopo mi confronterò con il nuovo segretario del Pd e sono convinto che sarà un confronto positivo”, dichiara Letta. In effetti la tenuta dell’esecutivo attuale sarà messa a dura prova anche dall’evento dell’8 dicembre, ma per ora occorre blindare la maggioranza e arginare la spinta verso nuove elezioni. Non è previsto nessun rimpasto e occorre “accelerare sul percorso delle riforme”. Il presidente Napolitano, a sua volta, mira a verificare sul piano parlamentare se tutto ciò è ancora possibile, dato che gli uomini del Cavaliere si sono autoesclusi mettendo a repentaglio il progetto di ingegneria istituzionale delle larghe intese.

Non è un caso inoltre che mentre il Senato decretava la decadenza il Consiglio dei ministri riunito in un clima di apparente unità abbia abolito la seconda rata dell’Imu (che non verrà pagata entro il 16 dicembre), o meglio rinominandola in altro modo, tantoché intorno alla metà di gennaio 2014 gli italiani si troveranno a dover pagare delle imposte accuratamente escogitate per far sì che la coperta non fosse troppo corta. “La coincidenza temporale non è casuale – sostengono a Palazzo Chigi – si è voluta dare il senso di una divaricazione netta”. E se Forza Italia rimprovera al Governo il “disprezzo per il Parlamento”, l’esecutivo sostiene invece di aver rispettato la sensibilità del centrodestra in un “passaggio delicato per la storia politica del Paese”. I lettiani sono preoccupati per le future mosse dell’ex senatore Berlusconi che dalla piazza minaccia: “E adesso non si possono più fare le riforme”.

La preoccupazione principale del Governo è il superamento del semestre europeo dal 1 luglio al 31 dicembre 2014 ma dopo il passaggio di Fi all’opposizione, dopo la decadenza, con Renzi che minaccia “Finish”, l’esecutivo di Enrico Letta non può sottovalutare un eventuale caduta a picco. Con l’avvenuta decadenza e  un assetto della maggioranza indubbiamente nuovo “il governo delle larghe intese è saltato”, sostiene Renzi che aggiunge: “Questo governo non può continuare ad andare avanti facendo finta che tutto sia rimasto uguale”.

In fondo il nocciolo della questione non è la legge di Stabilità, che così com’è serve a tenere i conti in ordine ma non assicura le misure fondamentali per risollevare il Paese facendolo tornare a crescere. La questione più spinosa è un rinnovato assetto del sistema partitico laddove i partiti sono tutti più o meno in crisi perché, al di là del berlusconismo, dovranno necessariamente svincolarsi dalla logica imposta dalla leadership carismatica di uno solo per tornare ad essere delle palestre di discussione e di elaborazione di idee e di programmi concreti. Occorre “andare avanti”, come auspica Enrico Letta (sostenuto in questo suo pensiero dal presidente della Repubblica) ma occorre anche sradicare tutto ciò che in vent’anni di storia politica italiana si è ampiamente costruito danneggiando il dibattito pubblico e il Parlamento, già duramente provato dalle amare vicende che hanno determinato la fine della Prima Repubblica. Nella Seconda Repubblica, quella che doveva segnare un cambiamento e un rinnovamento a beneficio dei cittadini – e quindi del Paese reale beffeggiato dai politici della Prima Repubblica – non è avvenuto il superamento del punto critico ed ora quel punto critico risulta enormemente ingigantito. La gigantografia è opportunamente rappresentata dalla mancata riforma del sistema di voto, ad esempio, che molto presto (3 dicembre) verrà sottoposto a dura prova da parte della Consulta. Se il Governo e l’attuale classe politica vogliono evitare dolorosi rimproveri da parte della storia devono seriamente provvedere ad una dura revisione della legge elettorale, altrimenti potrebbe pensarci la Corte costituzionale mettendo in campo una pesante redistribuzione dei seggi alla Camera – rivedendo in particolare il generoso ‘premio di maggioranza’, attribuito senza una soglia minima – che potrebbe compromettere seriamente la nuova maggioranza generatasi con l’uscita di Forza Italia e spianando, magari, la strada alle elezioni anticipate.

Se l’attuale legge elettorale verrà dichiarata ‘illegittima’, a causa del premio di maggioranza, sono in bilico 200 deputati che rischiano di essere ridistribuiti tra i vari gruppi potenziando, con questa eventuale operazione, il clima di incertezza già di per sé imperante.

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