Il Parlamento è il cuore di una liberal-democrazia. Con la bocciatura del Porcellum il nostro Paese è stato colpito al cuore, e di solito un colpo al cuore è un colpo mortale. Il Paese si regge su un Parlamento di fatto delegittimato, o comunque agonizzante. Non a caso, per evitare gli effetti deleteri di un Parlamento “delegittimato perché incostituzionale” la Consulta ha comunque spiegato che “vengono fatti salvi gli effetti di legge per il passato”.

Otto anni di Porcellum hanno prodotto la crisi politica ed economica che oggi attanaglia l’Italia stringendola in una morsa senza precedenti. In un’ottica liberale questa è la riprova che il progresso politico va di pari passo con il progresso economico, e viceversa. Ora tocca al legislatore disegnare una nuova legge elettorale avvalendosi dei risultati di una sentenza che ha bocciato il premio di maggioranza sul quale, fino ad oggi, si sono fondate le maggioranze che hanno governato il Paese, e il sistema delle preferenze, in virtù del quale, fino ad oggi, i partiti hanno ‘nominato’ i rappresentati del popolo ‘sovrano’.

Ristabilendo il giusto equilibrio tra potere giudiziario e potere legislativo, il Parlamento deve ora agire con prontezza e serietà accogliendo l’ultimo monito della Consulta, che si aggiunge agli innumerevoli moniti sollevati, nel corso del tempo, dal Capo dello Stato. Napolitano ha incalzato la classe politica per tre anni incassando, puntualmente, impegni disattesi. A nulla sono valsi i richiami alla “responsabilità” e gli anatemi  contro le “troppe inconcludenze e sordità” ed ora, di fronte alla “bocciatura” della legge elettorale pronunciata dalla Corte Costituzionale, Giorgio Napolitano si interroga sul “marasma” che, inevitabilmente, ne consegue. Non è facile immaginare quali siano le conseguenze se, anche questa volta, il Parlamento non si darà una mossa per colmare il vuoto normativo. Un vuoto normativo che per di più ha a che fare con gli elettori, coloro che dovrebbero essere il punto di riferimento dei rappresentanti di un Parlamento eletto nella maniera più legittima possibile.

Il governo, da parte sua, sembra aver già pronta una ricetta da sfoderare qualora si perseverasse nello stallo, e magari per evitare non le solite “fibrillazioni” ma una catastrofica ‘crisi di sistema’.

“Siamo pronti ad intervenire se lo chiedessero, vista la materia, i parlamentari”, dichiara Palazzo Chigi. Quindi la parola deve essere inevitabilmente assunta da coloro che sono stati deputati a legiferare in Parlamento. Costoro devono inevitabilmente assumersi l’onere e l’onore di spendere delle parole a proposito di riforma del sistema di voto, utilizzando opportunamente il menzionato “lasso di tempo” necessario, offerto alle Camere dalla Corte, per poi magari poter tornare nelle urne con più agilità e pulizia istituzionale.

Ci si attende un’accelerazione reale, magari subito dopo l’elezione del nuovo segretario del Pd – la prossima settimana, inoltre, il premier Letta è atteso in Parlamento per rinnovare la fiducia – perché le mancate riforme, prime fra tutte quella della legge elettorale, rischiano di acuire l’indigesto senso di “scetticismo” europeo che tanto ha ferito anche Palazzo Chigi suscitando il risentimento di un presidente del Consiglio di solito cauto. “Il commissario europeo è garante dei trattati europei e nei trattati europei non c’è la parola scetticismo”, ha ammonito Letta che ha aggiunto: “scetticismo è una parola che si riferisce ad un discorso politico”. Due giorni dopo le parole del commissario agli Affari economici di Bruxelles, Olli Rehn, colui che aveva manifestato ‘scetticismo’ a proposito del risanamento italiano, è approdato nel Belpaese il presidente del Consiglio europeo Herman Van Rompuy, sceso a Roma per riequilibrare i pesi incontrando Napolitano e il presidente Letta.

Letta ha esposto a Van Rompuy un apposito schema che sarà alla base della “fiducia sulle riforme”, in pratica “conti a posto”, sostegno all’occupazione – in primo luogo quella giovanile – riduzione del debito che dovrebbe addirittura  scendere al di sotto del famigerato 3% nel 2014, ed infine “tasse che cominciano a scendere per famiglie e imprese, e finalmente il segno più sul tema della crescita”.  L’obiettivo di Letta è, ancora una volta, il semestre europeo di presidenza italiana. “Il nostro obiettivo – ha affermato Letta – è quello di avere una legislatura della crescita anche in Europa, dopo cinque anni tutti concentrati purtroppo sull’affrontare la crisi e sulle politiche di sola austerità”.

Per ora, però, il presidente del Consiglio è costretto a sbrogliare le matasse in casa propria e il prossimo appuntamento, tanto atteso, è il necessario passaggio parlamentare di mercoledì 11 dicembre che, con il completo appoggio del Quirinale, “non può che assumere i caratteri di un dibattito sulla fiducia”.

Letta, a sua volta, si è dichiarato “molto soddisfatto” di fronte alla sentenza della Consulta ritenendo che “ora il Parlamento non ha più alibi e dovrà trovare un accordo sulle riforme e sulla legge elettorale”, più o meno le stesse parole pronunciate a Bruxelles dal vicepremier Alfano – che ha ritenuto la sentenza “ottima” – all’uscita del colloquio col presidente del Ppe Daul.

Il governo fa quindi quadrato attorno alla legge elettorale e cerca di schivare i colpi che arrivano da più parti, nello specifico dai tre leader extraparlamentari, coloro che mettono continuamente a dura prova l’esecutivo, ognuno con il proprio stile, tentando di destabilizzarlo per poter tornare al più presto alle urne, magari con un  Mattarellum opportunamente rivisitato.

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