L’eredità più grande che ci ha lasciato Nelson Mandela rimarrà la sua opera di riconciliazione in Sudafrica, missione a priori impossibile in una Nazione lacerata da decenni di segregazione razziale e dove ancora oggi i pregiudizi separano le comunità.

Il Sudafrica del 1990, anno della scarcerazione di Mandela, emergeva da tre secoli e mezzo di dominazione Bianca, dei quali più di 40 anni passati sotto un regime razzista istituzionalizzato unico al Mondo: l’apartheid. Aiutato dal pragmatismo dell’ultimo Presidente dell’apartheid Frederik de Klerk, Mandela riuscì ad imporre una transizione pacifica verso la Democrazia. “E’ arrivato Il tempo di curare le ferite. E’ arrivato il tempo di colmare i fossati che ci dividono. E’ arrivato il tempo di costruire”, dichiarava nel suo discorso di insediamento come primo Presidente democraticamente eletto. Era il Maggio 1994. Per la prima volta nella Storia, l’intera comunità Nera aveva potuto votare. Durante tutta la sua presidenza, Mandela ha moltiplicato i gesti di perdono, sia per ispirare la maggioranza Nera che per rassicurare la minoranza Bianca, ancora detentrice delle chiavi della finanza e dell’esercito del Sudafrica. Andò a trovare l’ex Capo di Stato Botha e prese il the da Betsie Verwoerd, vedova dell’architetto dell’apartheid Hendrik Verwoerd che mise al bando l’ANC (African National Congress) nel  1960. Organizzò un banchetto in onore del capo dei Servizi  dell’apartheid, Niels Barnard, quando andò in pensione, e ricevette a pranzo il procuratore del processo del 1953 che lo spedì a Robben Island, Percy Yutar. L’immagine del primo Presidente Nero dell’Africa che indossa la maglia della squadra nazionale dei Springboks per la loro vittoria della coppa del Mondo di rugby nel 1995, condividendo la gioia degli Afrikaaner contemporaneamente al loro sport preferito, è forse la fotografia del più alto momento dell’euforia riconciliatrice. Mandela si spese in mille attenzioni nei confronti della comunità di quasi 5 milioni di Bianchi. “Avremmo avuto un bagno di sangue se (la riconciliazione) non fosse stata la nostra base politica”, ricorderà Mandela più volte ai suoi critici, nelle correnti africaniste o sulla stampa nera, che gli rimproveravano di fare troppo per i Bianchi. Il primo Governo post apartheid fu eminentemente multirazziale  – Neri, Bianchi, Meticci – e ancora oggi ogni comunità ha la sua rappresentanza. Nel 2010, fu una Nazione multirazziale ad intonare durante il Mondiale di calcio organizzato in Sudafrica le note dell’inno nazionale, mescolando le lingue xhosa, zulu, sotho, afrikaans e inglese. Per Mandela, l’evento planetario fu una vera consacrazione, una festa condivisa per uno sport a lungo relegato nei ghetti neri. L’asse portante della riconciliazione è stata la Commissione verità e riconciliazione (TRC) creata alla fine del 1995 e presieduta dall’Arcivescovo Desmond Tutu, coscienza morale della lotta all’apartheid. La TRC, che ascoltò più di 30mila vittime e carnefici, proponeva il perdono e l’amnistia in cambio di confessioni pubbliche. Vere e proprie catarsi, queste audizioni hanno però lasciato delle zone d’ombra. Qualcuno si è pentito per non aver perseguito in modo incisivo  i responsabili di molte atrocità dell’apartheid. Ricordiamo che nel Paese che lascia Mandela, le relazioni razziali sono ancora a fior di pelle.

La domanda che si pone ora è di sapere quali potrebbero essere le conseguenze politiche dopo la morte del padre della “Nazione arcobaleno”. A priori, non dovrebbero esserci grosse sorprese. Il “dopo Mandela” è cominciato molto tempo fa, quando si è ritirato dal potere nel 1999, a 81 anni, dopo aver voluto concludere un solo mandato (cosa che alcuni suoi sostenitori gli hanno amaramente rimproverato). Quello che dispiace è vedere come l’ANC, il vecchio Partito che ha condotto Mandela alla Presidenza del Sudafrica diciannove anni fa, è oggi accusato di aver tradito i valori del suo mentore. Il Partito centenario che ha lottato contro l’apartheid, il Partito che da quando Mandela è diventato Presidente è rimasto sempre al potere perde la sua guida nel momento peggiore. A meno di un anno dalle elezioni presidenziali, il Congresso Nazionale Africano attraversa una zona di forti turbolenze. Lo scorso 10 Maggio perdeva un suo sostenitore storico: l’Arcivescovo anglicano e Premio Nobel per la Pace Desmond Tutu, indignato per la piega che aveva preso il movimento. Pochi giorni dopo, alcuni veterani dell’ex braccio armato dell’ANC, l’MK, annunciavano la creazione di un nuovo Partito, il South Africa First. “L’ANC ha perso la sua strada, è stato rapito dalla fame di ricchezza che però è andata in mano solo ad alcune élite politiche, quando la maggioranza della gente combatte con la povertà”, è stata la giustificazione di tale decisione. A seguire, l’ex militante anti apartheid Mamphela Ramphele, oggi importante donna d’affari, crea  a sua volta un partito di opposizione e il 13 Ottobre, il radicale e populista Julius Malema, ex presidente della Lega della gioventù dell’ANC, escluso dal Partito per indisciplina, porta il colpo di grazia raggiungendo  a sua volta l’opposizione creando il movimento dei Combattenti per la Libertà Economica (EFF), che prona la nazionalizzazione  delle miniere e delle banche e la confisca delle terre agricole appartenenti ai grandi proprietari terrieri Bianchi. A di là delle divergenze ideologiche, tutti gli scissionisti dell’ANC fanno la stessa costatazione: il vecchio Partito è minato dalla corruzione, dal nepotismo e dalle guerre intestine. Seduto su immeritati allori per anni di potere ottenuto con troppa facilità, grazie all’aurea di Mandela, si sta rivelando sordo alla collera sociale che bolle da un anno nelle miniere e nelle aziende agricole di un Paese dove il tasso di povertà e disoccupazione raggiungono sempre livelli record.

Riusciranno questi nuovi dissidenti lì dove il Congresso del Popolo, creato dall’ex Presidente Thabo Mbeki,non è riuscito nel 2009? L’ANC è sempre per il cuore della maggioranza dei sudafricani il Movimento che li ha liberati dall’apartheid e sa fin troppo bene usare questa carta elettorale. Finora solo l’Alleanza Democratica (DA), un Partito di opposizione multirazziale ma ancora percepito come il Movimento dei Bianchi liberali, è riuscito a scalfire il monopolio dell’ANC sulla politica sudafricana,  rubandogli, nel 2009, la provincia del Capo occidentale, ma è forse l’inizio della fine. I sondaggi danno perdente il vecchio Partito nel prossimo round, quello del 2019. Desmond Tutu spera apertamente che ciò avvenga prima: “Il migliore omaggio a Mandela sarebbe una Democrazia vera e funzionante”, ha voluto ricordare ai suoi concittadini.

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