Letta scommette su “un nuovo inizio” con una maggioranza “numericamente più debole” ma almeno “più coesa”. Il premier  preme su “un gioco di squadra tra giocatori che si fidano gli uni degli altri”. Il premier in carica rilancia il suo esecutivo forte anche dell’appoggio dell’alleato Alfano e incassa una fiducia ‘nuova’. Una fiducia rinnovata con 379 sì, 212 no e due astenuti alla Camera; 173 contro 127 al Senato. Letta propone ai due rami del Parlamento e al Paese un’agenda di “obiettivi realizzabili e tempi certi” e annuncia che nelle prossime settimane proporrà un nuovo patto di governo: “Lo chiamerò ‘Impegno 2014’”, afferma.

Il tempo necessario è sempre lo stesso: diciotto mesi dallo scorso aprile per portare fuori dalla crisi una società “fragile e stordita”, rilanciare l’occupazione e riformare le istituzioni. Il nuovo patto di governo, “Impegno 2014”, si firmerà a gennaio con la partecipazione anche di Renzi e Alfano, senza però che la fiducia incassata mercoledì venga nuovamente messa a repentaglio. Ribadito, inoltre, l’imprinting europeo tantoché, con determinazione, Letta afferma: “Chiedo un mandato per un’Europa migliore, chi vuole isolare l’Italia, chi cerca consenso con il populismo antieuropeo non voti la fiducia”.

Letta traccia “un prima” e “un dopo” e, quasi con orgoglio, fa intendere che le larghe intese con il Cavaliere sono ormai tramontate. Un discorso, quello di Letta, che appare mantenersi sulla superficie assicurando però di avere in mano la squadra vincente pronta a “giocare all’attacco”. La fiducia rispecchia per Letta un “patto generazionale che imprime una svolta all’Italia”, dopo un “ventennio sprecato”. “Un nuovo inizio” è necessario per evitare “di rigettare nel caos tutto il Paese proprio quando sta rialzandosi”. Letta rimarca inoltre il rispetto per i suoi alleati reduci da una travagliata scissione che li ha allontanati dagli amici di sempre: “Io ho un profondo rispetto per coloro che hanno avuto il coraggio di dividersi dai compagni di viaggio di una vita – afferma Letta -, assumo un impegno personale nei loro confronti, e questo impegno ci riguarda tutti”. Un impegno che, tacitamente, estende anche al suo nuovo compagno di viaggio, il neosegretario dei dem, che nel frattempo ha incontrato Napolitano, proprio nel frangente di tempo in cui Enrico Letta teneva il suo discorso alla Camera. Un colloquio meno freddo del solito ma non del tutto morbido. Il sindaco di Firenze ha esposto le sue priorità anche al Capo dello Stato, “forte del mandato ricevuto dalle primarie”.

“Ho vinto le primarie – ha sottolineato Renzi al Colle – l’elettorato mi ha scelto e mi ha eletto sulla base di alcuni punti che io ho proposto: taglio dei costi della politica, riforma elettorale, job act, abolizione del Senato vera, che non sia quella roba che propone Quagliariello, un nuovo rapporto con l’Europa. Non voglio far saltare il Governo su queste cose: voglio che le faccia, sennò sarà un disastro per il Paese e allora verranno veramente a cercarci con i forconi”. Parole quasi dure che preannunciano una dura battaglia sull’approvazione delle riforme, prima fra tutte la riforma elettorale, rispetto alla quale Renzi sembra non transigere, minacciando addirittura un accordo con Berlusconi. Rispetto ai Cinque Stelle, invece, Renzi afferma: “Grillo in un tweet mi propone di rinunciare ai rimborsi elettorali previsti per il Pd in questa legislatura. Sto pensando di farlo”.

Per il sindaco fiorentino stabilità non  vuol dire immobilismo e da segretario alza il tiro esigendo l’attuazione delle riforme fondamentali. Per Letta alla base delle riforme devono comunque esserci “istituzioni che funzionino e una democrazia più solida”. Sulla legge elettorale inoltre – definita la  “peggiore d’Europa” – questo Governo non si pronuncia apertamente ma Letta sottolinea che “Governo, maggioranza e Parlamento” devono lavorare “per restituire ai cittadini lo scettro”. Per Renzi, invece, “si tratta di una materia che non riguarda la maggioranza e il Governo” e nell’affermare questo si riferisce ad un eventuale “potere di veto” che potrebbe essere avanzato da Alfano e che rischierebbe di “mandare la storia per le lunghe”.

In definitiva Letta auspica che la fine delle larghe intese sia l’inizio di un nuovo corso per questa legislatura travagliata e, per ora, aspira semplicemente a varcare il traguardo 2015. Sulla scia del suo nuovo compagno di viaggio fiorentino, oltre ad una legge elettorale di stampo maggioritario, che garantisca “una democrazia dell’alternanza”, e alla riforma del mercato del lavoro, Letta enuncia un elenco di riforme istituzionali mai attuate in vent’anni: il superamento del bicameralismo perfetto; la riduzione del numero dei parlamentari; la riscrittura del titolo V della Costituzione sui Rapporti tra Stato e Regioni; il lavoro sull’articolo 138 della Carta; la cancellazione del finanziamento pubblico e l’abolizione delle Province. Sulle riforme istituzionali si gioca in sostanza la stabilità del governo e riguardo a Renzi Letta sostiene: “Siamo partiti con il piede giusto” ma “sappiamo tutti e due che, se tra noi finisse male, sarà una maledizione che ci seguirà tutta la vita”. Con lo sguardo fuori dal Palazzo, dove inondano le proteste, Renzi sottolinea invece che “o sarà cambiamento o sarà fallimento”. Dal Nuovo Centrodestra Alfano ha chiesto nel frattempo un programma politico da condividere per l’intero 2014, come per ‘blindare’ l’esecutivo. Proprio sulle alleanze Letta è comunque convinto che “oggi ci sono le condizioni” e, buttandosi alle spalle le vicende berlusconiane, sottolinea le “sollecitazioni componibili espresse dal nuovo leader del Pd, del Nuovo Centrodestra e delle altre componenti della maggioranza”.

“L’Italia è pronta a ripartire – ha affermato Letta – ed è nostro obbligo generazionale aiutare a farlo”. Il premier annuncia ottimisticamente una crescita dell’1% nel 2014 e del 2% nel 2015, un pronostico che tutto il Paese reale si augura si realizzi anche se a proposito di tasse non si è entrati nel merito delle misure, confinando l’impegno del Governo a “continuare a far scendere contemporaneamente il debito, il deficit, le spese di parte corrente, le tasse su famiglie e imprese piccole e grandi”. Il dito viene puntato, ancora una volta, sul semestre europeo che per il presidente del Consiglio non è “un appuntamento rituale e burocratico”. “Il nostro semestre europeo – ha sottolineato Letta – deve ridare energia a un’Europa con le batterie scariche” e l’obiettivo del 2% nel 2015 è raggiungibile solo con l’attuazione di misure strutturali a sostegno della crescita che non possono prescindere da un uso più razionale ed efficiente dei fondi Ue, oltre che dall’eliminazione di quei “colli di bottiglia” che frenano la competitività delle piccole e medie imprese italiane.

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