mandela

Il Sudafrica di Mandela non sarà più lo stesso. Per quanto le celebrazioni per la morte del leader politico siano finite in questi ultimi giorni e la sua memoria resti fresca nelle menti delle persone, nel Paese già si parla di grossi cambiamenti.

È quanto affermano i maggiori media internazionali, dopo il boato mediatico dei funerali, quando tutto ormai tace. C’è chi afferma che gli esponenti dell’ANC (African National Congress, il partito di Nelson Mandela) vogliano istituire una dittatura di colore; altri sono pronti a giurare che la segregazione razziale non finirà mai del tutto e che la morte dell’ex presidente sudafricano risveglierà i risentimenti antisemiti.

Il Sudafrica, anche detto paese dell’arcobaleno per la quantità di etnie (4 le maggiori, la maggioranza Bantu) presenti sul territorio, oggi è un pozzo di ricchezza ma non per gli indigeni. Oro, piombo, materie prime, sgorgano a volontà per chi ha facoltà di investirvi. La popolazione locale, invece, resta in buona parte (più del 30%) in condizioni di deprivazione e vive con meno di un dollaro al giorno. Nonostante il Paese sia attanagliato dalla piaga dell’AIDS, il Sudafrica è entrato a ragione, nel 2010, fra le potenze emergenti (BRICS).

Lo stesso Paese dell’apartheid, oggi viene annoverato fra le nazioni potenzialmente in grado di rimpiazzare le economie occidentali, oggi in declino. Tuttavia, negli ultimi tempi, la crescita sudafricana sembra aver subìto una battuta di arresto, non arrivando neanche all’1% nel 2013. Una situazione che ha messo in allarme da tempo l’attuale Presidente, Jacob Zuma appartenente all’ ANC. È proprio quest’ultimo soggetto politico a preoccupare di più, dopo la morte di Madiba: si teme infatti che le faide interne al partito, già diviso in correnti prima della morte di Mandela, possano distruggere i progressi ottenuti in questi anni in un soffio. Già si parla, ad esempio, di seguire l’esempio dello Zimbabwe che ha espropriato le terre dei bianchi senza alcun avvertimento.

© Rivoluzione Liberale

243