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I leader appartenenti all’Asean sono apparsi imbarazzati per le tensioni tra i due giganti economici della Regione.

Dall’inizio di Dicembre, i diplomatici giapponesi negoziano alacremente con i loro omologhi delle 10 Nazioni appartenenti all’Associazione delle Nazioni del Sud-Est asiatico (ASEAN) con il fine di scrivere, in un comunicato che lasciasse un segno alla fine del loro summit in corso lo scorso fine settimana, a Tokyo, una condanna delle recenti iniziative diplomatiche cinesi. Speravano ottenere una critica decisa sulla creazione da parte di Pechino di una zona aerea di identificazione cinese (Adiz) sopra al Mar della Cina orientale, che ingloba dei territori controllati dal Giappone. Ma il Primo Ministro giapponese, Shinzo Abe, alla fine non avrà ottenuto che una timida messa in guardia. “Siamo d’accordo per cooperare maggiormente per garantire la libertà di volo e la sicurezza dell’aviazione civile, nel rispetto dei principi universalmente riconosciuti dal Diritto Internazionale”, hanno concluso i partecipanti. La Cina si è risentita, pro forma, per gli apprezzamenti diffamatori” di Shinzo Abe. Ma ha potuto constatare che l’Asean è profondamente imbarazzata per il contenzioso tra le due più grandi potenze economiche della Regione. Diversi Paesi asiatici, che hanno a loro volta dei contenziosi con Pechino, sembrano decisi a raggiungere il Governo giapponese nella sua resistenza alla pressione cinese. E’ soprattutto il caso delle Filippine, della Malesia o ancora del Vietnam. Hanoi e Tokyo hanno tra l’altro fatto sapere che il Giappone ha seriamente preso in considerazione la possibilità di consegnare delle navi ai guardiacoste vietnamiti, che sono, a loro volta, pressati dalla flotta cinese nei pressi delle loro coste.

Ma diversi altri membri dell’Associazione, come la Cambogia, la Birmania o il Brunei, appaiono molto più reticenti alla pressione nipponica e rifiutano di mettersi contro il gigante cinese, che si è imposto come uno dei loro maggiori partner economici e commerciali. In effetti l’Asean ha due principi. Il primo, è di rimanere uniti. Il secondo è quello di osservare una certa neutralità, di avere dei rapporti cordiali con tutte le parti. E quindi, a rigor di logica, con la Cina. L’Asean può tranquillamente rimanere legata al Giappone senza trovarsi costretta a condividere i suoi problemi bilaterali. A Tokyo, diversi dirigenti politici hanno apertamente una rapida riconciliazione tra le due nazioni, e  richiamato il Paese a concentrarsi sullo sviluppo delle sue relazioni economiche con l’Asia del Sud-Est. Avendo pienamente colto questo punto strategico diplomatico, il Governo nipponico ha, durante il weekend di incontri, moltiplicato le promesse di aiuti. Il Governo di Shinzo Abe ha soprattutto resa nota la cifra di 2000miliardi di yen (14 miliardi di euro) da destinare in donazioni e prestiti, spalmati in cinque anni, da distribuire ai Paesi del Sud-Est, cercando di finanziare soprattutto nuove grandi infrastrutture.

Non è da sottovalutare la forza motrice generata da Abe e dalla sua Abenomics. Il Giappone rivuole un posto di primissimo paino tra le potenze mondiali. Una delle carte più importanti è appunto l’economia. Possiamo vedere il bicchiere mezzo vuoto o mezzo pieno: l’ultimo rapporto trimestrale Tankan, pubblicato lunedì mattina in Giappone, mostra che la fiducia dei grandi capitani d’industria e risalita ai livelli più alti da sei anni a questa parte. Ma parallelamente, gli stessi grandi imprenditori hanno ridimensionato le loro previsioni di investimento per il 2014, un atto di prudenza che, se confermato, potrebbe mostrare i limiti di questa famosa politica di rilancio estremo voluta dal Primo Ministro nipponico. Tra le buone notizie annoverate dallo studio pubblicato dalla Banca del Giappone, il miglioramento del morale tra Settembre e Dicembre ha colpito non solo i grandi, ma anche i proprietari di PMI, ed ha toccato sia il settore manifatturiero che i servizi. Gli imprenditori sembrano ritrovare la speranza di una ripresa economica durevole, ma aspettano ulteriori segnali da parte delle autorità prima di lanciarsi in investimenti più importanti. Il “circolo virtuoso” previsto dal Governo non è ancora completamente rodato, e la mancanza di un innalzamento delle retribuzioni e degli investimenti, di una ripresa dei consumi interni e delle riforme strutturali promesse e non ancora attuate fa andare tutti con i piedi di piombo. Il Ministro Abe ha in effetti recentemente promesso di presentare nel 2014 la sua “terza freccia”, un programma di riforme strutturali che vanno a completare le misure di rilancio monetario e di bilancio prese dalla sua nomina all’inizio del 2013. Nel primo semestre, la crescita giapponese ha superato quella degli altri Paesi del G7, prima di calare nel terzo trimestre a causa del rallentamento nelle esportazioni. Gli economisti si aspettano però una nuova accelerazione fino a Marzo 2014, all’avvicinarsi dell’entrata in vigore, il 1° Aprile, dell’aumento di tre punti dell’Iva, che passerà dal 5% all’8%, e potrebbe provocare un rallentamento della crescita se da qui ad allora, i salari nipponici non saranno rivisti al rialzo dai datori di lavoro.

La sfida tra Giappone e Cina se non si svolgerà sull’improbabile terreno militare o sul delicato piano diplomatico, avrà un seguito prettamente economico. Il “piccolo” Giappone è un lottatore instancabile, la “grande” Cina forse un gigante dai piedi d’argilla. 

© Rivoluzione Liberale

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