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I composti pericolosi dell’arsenale chimico siriano dovrebbero essere evacuati martedì prossimo, secondo i piani dell’OIAC. Ma la complessa procedura va avanti a rilento, mentre la guerra non aspetta e continua a mietere morti.

Lo smantellamento dell’arsenale chimico fa i conti con la guerra. Tre mesi e mezzo dopo la stretta di mano tra John Kerry e Sergei Lavrov a Ginevra, gli elementi più pericolosi avrebbero dovuto essere portati fuori dalla Siria il 31 Dicembre. Il calendario sembrava già sin dall’inizio quasi irrealizzabile tanto le scadenze erano ravvicinate e la quantità del materiale da neutralizzare, 1300 tonnellate, impressionante. Mentre scocca la prima campana, sebbene il processo sia stato innescato, si è già accumulato del ritardo dovuto ai numerosi ostacoli incontrati. Dopo il censimento dei siti portato a termine alla fine di Ottobre, il trasporto è la seconda fase dell’operazione di smantellamento. L’ONU e la OIAC conducono i lavori, ma la responsabilità del trasporto degli agenti chimici è del Regime siriano. Dei container sono arrivati dagli Stati Uniti e dislocati sui 12 siti. Secondo la road map dell’OIAC, rivelata lo scorso 15 Novembre, le armi e gli agenti chimici di “categoria 1”, i più pericolosi, devono essere portati verso il porto di Lattaquié con camion blindati russi, prima di essere imbarcati su due cargo. E’ questa l’operazione che dovrebbe arrivare a termine martedì. I container saranno poi scortati da navi danesi e norvegesi, verso un porto italiano – Trieste, Napoli o Sicilia, ma non si ha ancora nessuna conferma –  dove gli agenti chimici saranno trasferiti a loro volta sulla Cape Ray, una nave americana. Verranno distrutti sulla nave, in acque internazionali. Il 18 Dicembre, il Direttore esecutivo dell’OIAC, Ahmet Uzumcu, aveva già messo le mani avanti non escludendo possibili ritardi nel trasporto, ma fiducioso che la distruzione avvenisse entro il gennaio 2014. La scadenza sembra molto, troppo vicina, visto che, secondo fonti di Le Figaro, sembra ci vogliano dai 45 ai 60 giorni per la distruzione. I cargo dovranno poi riprendere la rotta verso Lattaquié per recuperare il resto dell’arsenale. La gran Bretagna ha inviato una sua nave per la sicurezza del ritiro delle armi chimiche e prevede i distruggere 150 tonnellate di quelle meno pericolose. Il resto dovrebbe essere preso in carica da società private.

Dall’arrivo sul posto degli esperti alla fine di Settembre, il ritmo di lavoro è stato molto serrato. Malgrado ciò, l’ONU e l’OIAC hanno ammesso sabato che le scadenze non sarebbero state rispettate per imprevisti che hanno rallentato tutto il processo: il recente sciopero della dogana libanese, il meteo e le condizioni di sicurezza. Malgrado questi fattori l’OIAC non ha voluto modificare le date fissate. Lo scorso 18 Dicembre, gli agenti e le armi chimiche siriane erano ancora in fase di impacchettamento, disperse nei 12 siti controllati dal Regime. Per portarle al porto, bisogna prendere la strada che collega Damasco, Homs e Lattaquié, area strategica della guerra che oppone l’esercito ai ribelli. Secondo il New York Times questo smantellamento solleva un paradosso, perché presuppone una vittoria di Bachar el Assad nella battaglia per il controllo della strada. E gli Stati Uniti, parte indispensabile dello smantellamento, sostengono i ribelli. Ma questa guerra non è poi tutta un paradosso?

Una volta l’evacuazione riuscita, altri problemi nasceranno: la distruzione via idrolisi sulla Cape Ray produrrà 8 milioni di tonnellate di rifiuti, che dovranno essere riciclati. Di questo dovrebbero occuparsene le società private che si sono fatte avanti per distruggere le armi meno “pericolose”. Ma in realtà è tutta un’incognita: prima tra tutte la riuscita dell’operazione sul cargo americano che porterà a termine questa operazione in mare aperto e per la prima volta in assoluto. Inoltre tutte queste “tappe” hanno un costo. La fattura dello smantellamento dovrebbe aggirarsi tra i 35 e i 45 milioni di euro. Ad oggi, il fondo messo a disposizione è accreditato sui 9,8 milioni di euro. La Cina da parte sua  ha promesso 15 milioni di dollari. Ma presto bisognerà tirar fuori altri soldi. Di fronte ai mezzi dispiegati per evacuare  e distruggere le armi chimiche del Regime – navi, blindati, GPS, telecamere di sorveglianza, ambulanze –  i ribelli accusano la comunità internazionale di preoccuparsi più della sorte degli agenti chimici che dei siriani. La guerra, cha ha causato la morte di 126 mila persone, non conosce tregua e gli ultimi bombardamenti del 15 e 16 Dicembre ad Aleppo, hanno ucciso altre 300 persone. Le armi convenzionali fanno continue stragi e l’assenza di armi chimiche non impedisce al Regime siriano di dispiegare una panoplia di armi “sporche”: barili di TNT  – più a buon mercato dei missili russi – bombe incendiarie, bombe a implosione, bombe a grappolo. Tutte hanno la caratteristica di non fare alcuna distinzione tra combattenti e civili.

La guerra non finirà con lo smantellamento dell’arsenale chimico e probabilmente neanche con la Conferenza di Pace Ginevra2, che potrebbe essere ancora una volta spostata a data da destinarsi. Quando Damasco ha accettato di cooperare all’accordo firmato tra gli Stati Uniti e la Russia, fornendo la lista delle sue armi e dei suoi agenti chimici, abbiamo sperato nell’apertura di uno spiraglio politico in questo conflitto. Ma facendo finta di “piegarsi” nella soluzione di questo problema, Bachar el Asad sembra soprattutto essere riuscito nel distogliere l’attenzione della Comunità Internazionale da un problema molto più grande: la fine di una guerra vergognosa.

© Rivoluzione Liberale

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