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In Bangladesh è tempo di elezioni; “elezioni farsa” le hanno chiamate. Il 5 gennaio, dopo una notte caratterizzata da violenze e morte, le urne del Paese hanno accolto la popolazione bengalese; un appuntamento elettorale insolito, visto che il maggior partito di opposizione (BNP) ha chiesto alle masse di non andare a votare.

Non solo. Prima della votazioni molti seggi (soprattutto scuole) sono stati incendiati, così da risultare inagibili e scoraggiare la massa dei votanti.

A dire la verità, non si potrebbe neanche parlare di “massa”, visto che la percentuale di affluenza è stata bassissima.

Il risultato, che appariva scontato domenica, si è rivelato tale: l’Alleanza Popolare Bengalese ha ottenuto una grande vittoria e ciò anche grazie alla richiesta dell’opposizione. Una richiesta paradossale quella del BNP che ha largamente favorito il partito di governo.

Il Bangladesh pre elettorale  è stato più simile ad un teatro degli orrori che a un Paese che va a votare: si calcola che almeno 20 persone abbiano perso la vita negli scontri prima della votazione.

Questo perché la situazione politica è sempre più complicata. Da quando il governo del primo ministro Hasina non si è dimesso lasciando il campo a un governo tecnico per la gestione delle elezioni (una tradizione, in Bangladesh), l’arena politica si è infiammata più che mai. Si calcola che, negli scontri fra civili e polizia, da ottobre, siano morte oltre 150 persone. Un’ondata di violenza che non accenna a diminuire, soprattutto dopo la vittoria di Hasna, agli occhi degli altri partiti (BNP e Partito Islamico), illegittima.

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