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In queste settimane, a Venezia, si discute di toponomastica. Prima è stato un assessore del Comune, incaricato di revisionare i nomi delle strade (che a Venezia sono, perlopiù, calli) e che ha fatto un pasticcio traducendo i nomi tradizionali – in una città che ancora si culla delle memorie della sua Serenissima Repubblica, pur morta e sepolta, – dal veneziano all’italiano, con conseguente indignazione generale dei cittadini.

Ora, lo stesso Consiglio Comunale è al lavoro su un’altra modifica, altrettanto – ci sembra – assurda ed inutile dove non scientemente dannosa. In occasione dei lavori di rifacimento di Piazzale Cialdini a Mestre, il Consiglio ha deliberato per il cambiamento di nome di questo pubblico spazio in ragione, viene riportato, della inadeguatezza della figura del generale Cialdini che, stando a quanto asserisce il Consiglio, si sarebbe macchiato di gravi ‘crimini contro l’umanità’ (peraltro in un periodo in cui giuridicamente tale nozione non esisteva) nel reprimere il Brigantaggio al Sud d’Italia.

La Nuova Venezia, quotidiano locale, indice quindi un sondaggio per chiedere ai cittadini a chi vorrebbero fosse intitolata la piazza e la risposta, abbastanza inequivocabile, è che la collettività vorrebbe obliterare la figura di Cialdini a favore di Franco Basaglia (o forse anche della moglie Franca Ongaro, sembra che lo spazio possa essere intitolato in joint venture).

Al di là della decisione presa dal Consiglio, sorgono inevitabilmente alcune considerazioni che vale la pena sviscerare al fine di rintracciare, dietro ad una mozione apparentemente innocua, un piano più complesso che ha origini ormai cinquantenarie e che dal 1946 ad oggi mina la coesione nazionale del nostro paese.

Già perché il nostro Paese è un paese ma non è (più) una Patria. La parola Patria, che deriva dal latino Patres (= padri), è quel sostantivo che indica non solo il luogo in cui si vive ma soprattutto il luogo dell’anima in cui i nostri ‘padri’ hanno vissuto prima di noi, in cui hanno impostato degli insegnamenti cui vogliamo rifarci, in cui, infine e come disse una volta Indro Montanelli, “riposano i nostri morti”.

L’Italia, dal 1946 ad oggi – cioè da quando si è deciso di tagliare il cordone ombelicale che la univa a Casa Savoia, unico simbolo visibile della lotta per l’unità nazionale, – è un Paese ma non è più una Patria. E lo smantellamento sistematico della nostra identità nazionale continua, spesso ad opera di una classe politica che invece di difendere le vestigia di un passato a volte glorioso e a volte meno (e del resto era Churchill che diceva, da buon liberale: Right or wrong, my Country, giusto o sbagliato, è sempre il mio paese), si impegna a fondo per far credere alla gente che l’Italia sia nata grazie alla Resistenza, alle Sinistre, al ’68 e a quello che il pensiero dominante del momento suggerisce.

Vengono in mente i festeggiamenti per il 150° dell’Unità d’Italia. Come non ricordare lo spot della RAI, tv di Stato pagata da tutti noi, che ci raccontava dei 150 anni dell’Italia facendo passare in sovrimpressione le date 1946-2011 ? Forse che 2011 meno 1946 fa 150 ? Assolutamente no, saprebbe dircelo anche uno dei giovani studenti del libro Cuore, se non fosse che questo nostro paese di smemorati ha bandito anche Cuore, un classico della pedagogia infantile che l’Europa ci invidia, dai curricula scolastici della Repubblica.

Indubbio che un personaggio come Franco Basaglia meriti uno spazio pubblico dedicato: non già per la sua Legge 180, attuata negli anni con faciloneria ed eccessiva leggerezza, ma anche e soprattutto per il contributo filosofico che lo psichiatra veneziano ha dato al ragionamento sulla malattia mentale.

Il vero problema quindi non è dedicare uno spazio a Basaglia, è piuttosto toglierne uno a Cialdini, eroe del Risorgimento e facitore materiale (con tanti altri) della nostra unità nazionale. L’intento di certa sinistra italiana – esterofila per genesi, in quanto da sempre succuba prima del bolscevismo sovietico e quindi del sessantottismo francese – è quello, nemmeno troppo nascosto, di cancellare intere porzioni della storia d’Italia a favore di rivisitazioni faziose e spesso puerili.

Viene in mente, non senza tristezza, il caso delle migliaia di ufficiali e soldati del Regio Esercito che, dopo aver scelto la prigionia in Germania pur di non servire sotto Salò, tornarono in Italia e si videro trattare da traditori, imboscati, inetti che erano andati “in vacanza all’estero” mentre i Partigiani liberavano l’Italia dai Nazisti.

A ciò si aggiunga che La Nuova Venezia riporta, in una sua intervista, che il capogruppo PD in Consiglio Comunale sostiene che sia bastato “guardare Cialdini in internet” per capire che il nome della piazza andava cambiato. “Io di Cialdini sapevo ben poco” torna a dire il medesimo politico, quasi a giustificarsi di aver fatto la scelta giusta e che sì, dopo aver controllato, si è schierato dalla parte giusta. Davvero le nostre scuole sono così povere da non insegnare più chi sono le persone che hanno lottato e sono morte per liberare l’Italia dal dominio straniero?

E’ retorica – mi si dirà. In realtà, queste tradizioni, che negli altri paesi non si sognerebbero mai di dimenticare, sono i mattoni di cui è fatto l’edificio Nazione. Togliamone uno per volta e vedremo crollare il Palazzo Italia su se stesso: purtroppo quel momento non sembra lontano, se un amministratore locale ricorre a Wikipedia per decidere di una delibera comunale.

Sembra doveroso ricordare, ribadire fino alla noia se necessario che gli stati pre-unitari, quelle realtà che oggi da più parti – sia dal meridionalismo neo-borbonico che dal padanismo neo-serenissimo – vengono lodate ed idealizzate con idillica inaderenza alla realtà storica non erano se non dei piccoli e spesso provinciali staterelli che ben poco poterono garantire alle popolazioni loro soggette. D’accordo, nelle Due Sicilie ci fu la Napoli-Portici, una delle prime ferrovie italiane. E tuttavia ciò non deve farci dimenticare che fu il Risorgimento a traghettare l’Italia nella modernità, fu il conte di Cavour con il suo amore per l’Inghilterra, fu Casa Savoia che mise a rischio ciò che aveva – un piccolo ma florido regno, soprattutto “certo” – in favore di un sogno che doveva ancora nascere.

Indro Montanelli, che del Risorgimento fu sempre anche critico e che di esso era capace di rilevare le grandezze come pure i limiti, scrisse una volta in una delle sue Stanze: “chi vuole cacciare i Savoia dalla Storia d’Italia non è che un bugiardo e un impostore perché i Savoia hanno fatto l’Italia; male, ma l’hanno fatta.”

Cerchiamo di non disfarla noi, si potrebbe aggiungere.

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