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Si è aperto il processo ai presunti assassini dell’ex Primo Ministro libanese Rafic Hariri, ma il Libano continua ad essere teatro di violente manifestazioni tra campi opposti.

“Il Tribunale speciale per il Libano ha cominciato a scrivere le prime pagine di vera giustizia la cui strada porterà alla fine dell’impunità e degli assassinii politici”. All’Aia, in Olanda, è stato una giorno storico per Saad Hariri, ricorda il quotidiano libanese L’Orient le Jour. Il Tribunale speciale delle Nazioni Unite ha aperto il 16 Gennaio il processo degli assassini di suo padre, ucciso in un attentato il 14 Febbraio del 2005. Nel box riservato agli accusati però nessuno. “Procederemo come se gli accusati fossero presenti e si fossero dichiarati non colpevoli”, afferma il giudice David Re. In effetti, i quattro sospettati (più uno aggiunto alla lista lo scorso Ottobre) – tutti membri di Hezbollah, movimento sciita libanese –  erano assenti perché latitanti o forse morti, impossibile avere la certezza della loro sorte. Mustafa Bedreddine, Salim Ayyash, Hussein Oneissi e Assad Sabra saranno quindi giudicati in contumacia. E’ sicuramente un atto giuridicamente e simbolicamente forte per il Libano e per l’intera Regione. Dopo la guerra civile (1975-1990) e l’occupazione del Libano dall’esercito israeliano (fino al 2000), un crimine politico avrà finalmente un esito giuridico, mettendo fine all’impunità che ha regnato finora. Ma per i libanesi, così come per gli esperti, la soluzione del processo non serberà nessuna sorpresa. Il Tribunale speciale per il Libano (TSL) può unicamente condannare singoli individui, e non organizzazioni o Stati. Certamente l’impunità è tolta, ma il TSL non potrà condannare che gli esecutori, non i mandatari. Mandatari ben individuati per Farid Makari, vice-Presidente del Parlamento libanese, presente alla prima udienza all’Aia. “I veri colpevoli dietro a questi assassinii politici sono la Siria (il regime di Assad è alawita, un ramo dello sciismo) ed Hezbollah”, afferma Makari.

Dopo l’attentato contro il Primo Ministro, che ha causato la morte di altre 23 persone e il ferimento di 226, l’occupatore siriano viene rapidamente messo sotto accusa, non amando Damasco quell’influente oppositore sunnita. Un mese dopo lo scoppio dell’autobomba carica di 2,5 tonnellate di esplosivo, la Rivoluzione del Cedro si mette in moto e centinaia di migliaia di libanesi marciano per le strade per forzare Damasco a ritirare le sue truppe dal Paese. Ma questo ritiro non ha riportato la calma nella vita dei  libanesi. Il 2005 è stato un anno di svolta fondamentale, che definisce la fine dell’era siriana, ma è anche l’inizio di un feroce scontro tra i rappresentanti politici di due campi: la Coalizione del 14 Marzo (alleanza nata durante la Rivoluzione del Cedro che comprende i simpatizzanti sunniti di Saad Hariri, figlio del Primo Ministro assassinato)  e dell’Hezbollah sciita. La società libanese è polarizzata. Il TSL è, in qualche modo, anche lui stesso un fattore di polarizzazione. Creato ufficialmente dalle Nazioni Unite nel Marzo del 2009, il Tribunale diventa subito oggetto di tensioni, teatro di una battaglia tra due campi avversi. In effetti, se i sostenitori del figlio di Hariri vi vedono l’occasione di riparare ad una ingiustizia, gli uomini di Hezbollah denunciano regolarmente frodi e corruzione che emanano da questa “macchinazione israelo-americana”, contro il movimento sciita. Un movimento divenuto dominante in Libano. Hezbollah è riuscito da incunearsi nello spazio libero lasciato dai siriani, entrando nel gioco politico, influenzando le istituzioni ed attivandosi in campo sociale. Nove anni dopo, la morte di Rafic Hariri brucia ancora in Libano. Tanto più che le armi non hanno più taciuto da allora e che gli assassinii politici sono continuati. Qualcuno vuole dimostrare che il TSL non riuscirà ad sconfiggere la violenza. Violenza riaccesa dal conflitto che dal 2011 scuote la vicina Siria. Hezbollah combatte apertamente accanto alle forze alawite di Bachar al Assad, soprattutto nelle zone vicine alla sua frontiera, come a Damasco a ad Homs. E da qualche mese, il conflitto siriano arriva fino nelle strade libanesi. Ormai il Paese del Cedro vive al ritmo dell’esplosione delle autobombe.

Un caos civile che colpisce un Paese già politicamente ed economicamente esangue. Il Libano non ha un vero Governo da quasi un anno e il suo Primo Ministro, Najib Mikati, dimissionario da marzo 2013, ricopre ancora la sua carica. Difficile per la classe politica adoperarsi  nel risolvere la sfida economica alla quale è confrontato il Paese. Con una guerra civile alle porte, il Paese ha perso uno dei suoi sbocchi commerciali. I novecentomila rifugiati siriani in Libano (1 abitante su 5), minacciano la fragile economia del Paese. Una popolazione povera, vista a volte di cattivo occhio dai libanesi – che temono per il loro impiego –  e che fa riemergere antiche paure. Il Libano teme che la sorte dei rifugiati siriani prenda una piega politica, come era successo per i profughi palestinesi, diventati parte in causa della guerra civile libanese.

 

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