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Articolo tratto da il Giornale,a cura di Nicola Porro

“Se fosse un romanzo si dovrebbe ispirare a Vendita Galline Km 2, la saga di Delfina e dei suoi amorazzi liberi scritta da Aldo Busi una ventina di anni fa. In realtà la storia della Compagnia di San Paolo, primo azionista di Intesa Sanpaolo, e dei poteri che ci girano intorno ha a che vedere con le galline di Luca Remmert. E con la tribolata, nel senso da lui poco amata, presidenza di Sergio Chiamparino. Remmert dovrà infatti rinunciare per il prossimo anno e mezzo al suo florido e biologico allevamento di galline ovaiole, per occuparsi, si immagina, a tempo pieno della Fondazione. Chiamparino, oramai lo sanno anche i sassi, molla la potente Fondazione e vuole ritornare a fare politica. Chi lo conosce bene la spiega così: «Chiamparino è drogato di politica. Ce l’ha nel sangue. Dopo aver mollato il comune di Torino si sarebbe aspettato da Bersani qualche nuovo ruolo del partito democratico. E invece al massimo lo riceveva Migliavacca (Maurizio ex coordinatore organizzativo del Pd). Ci ha pensato e ha aspettato un po’. Ma quando gli hanno offerto la Fondazione che poteva fare? E ora che si apre la battaglia per la presidenza del Piemonte era inevitabile che si facesse avanti. Era ed è in crisi di astinenza».
Lasciando perdere le motivazioni intimistiche, resta una questione politica finanziaria, non di poco conto. La Compagnia di San Paolo non è esattamente il Rotary (con tutto il rispetto per la nobile associazione), ma il primo azionista della prima banca italiana. E il cambio di guardia ai suoi vertici qualche ripercussione la può avere. Il successore di Chiamparino, Remmert viene considerato un uomo molto vicino all’ex uomo forte di Torino, Enrico Salza. Come quest’ultimo è un liberale (di sinistra) e vicino alla famiglia Agnelli, oggi Elkann. Il suo rapporto con il potente numero uno della Cariplo (Giuseppe Guzzetti), altro azionista di Intesa, sembra più che solido. Per farla breve, il pendolo del controllo della Compagnia (e indirettamente di Intesa) propende ora di più verso la borghesia tradizionale piemontese che verso la politica. Come ha fatto notare Lodovico Festa sul Foglio resta però un sapore amaro in questa vicenda. Non si può considerare la Fondazione un tram su cui salire al bisogno. E la breccia sulla sua politicizzazione è aperta. Con le conseguenze, a cascata, sulla banca che controllano. Con molta lucidità un paio di anni fa l’unico presidente di una Fondazione che ha venduto la sua partecipazione rilevante nella banca da cui originava, e cioè Emmanuele Emanuele (numero uno della Fondazione Roma) nella sua relazione scriveva: «Emerge in modo nettissimo come i comportamenti assunti da gran parte delle Fondazioni di origine bancaria in rapporto alle reiterate ricapitalizzazioni delle banche partecipate fosse frutto di scelte errate che si comprendevano soltanto con la pervicacia dei loro vertici, impegnati a giocare un ruolo da protagonisti negli assetti proprietari delle banche… che così facendo mettevano a repentaglio proprio l’attività di utilità sociale a favore del territorio, che doveva rappresentare il loro principale impegno».
Emanuele ricordava, inoltre, come secondo un’indagine di Mediobanca le prime sei Fondazioni italiani abbiamo distrutto sette miliardi di valore in dieci anni. La sostanza è che nel rapporto tra le Fondazioni e le banche che esse controllano si stanno definendo tre paradigmi. Quello più unico che raro della Fondazione romana che decide di dismettere la sua partecipazione nella banca conferitaria (Capitalia, poi Unicredit) perdendo così ogni ruolo politico-finanziario, e stringendo la propria missione alla migliore gestione del patrimonio, diversificato, e ad opere di utilità sociale. Un secondo polo è quello alla Fondazione Monte dei Paschi di Siena. In cui non si vuole (anche se si dovrà) perdere peso nel controllo della banca conferitaria. E su questo secondo modello si può a buon titolo includere la Compagnia di San Paolo. E il terzo modello, quello proprio dei cuginetti della Cassa di Risparmio di Torino, che prevede una partecipazione, piccola ma pensante, nella banca conferitaria (Unicredit), ma in una logica di sistema misto: in cui il peso dei soci privati è destinato a crescere.”

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La corretta via per le Fondazioni

In questi giorni, alla luce del caso Mps, la polemica sul ruolo delle Fondazioni di origine bancaria  torna a riempire le cronache dei nostri giornali. Ancora una volta, nel mirino c’è l’indissolubile sodalizio tra le Fondazioni e le banche, e soprattutto l’influenza esercitata sul sistema bancario dalla classe politica, presente in maniera massiccia all’interno delle stesse Fondazioni. Vicende come quella di Siena, e situazioni altrettanto paradigmatiche, a Genova, a Macerata, a Ferrara, ripropongono, con toni crescenti di polemica, la critica alle leggi sulle Fondazioni, le quali, a causa dei loro comportamenti, stentano a trovare argomenti con cui difendersi. La tanto sbandierata «Carta delle Fondazioni», presentata in pompa magna nel giugno 2012 al 22° Congresso dell’ACRI, ha mostrato tutta la sua inconsistenza, come è emerso dal caso di Sergio Chiamparino, l’ex sindaco di Torino, poi presidente della Compagnia di San Paolo, ora auto-candidatosi alla presidenza della Regione Piemonte. Secondo la Carta, la politica avrebbe dovuto essere espunta dalle Fondazioni: la realtà dei fatti si è incaricata di smentire queste dichiarazioni di principio.

In questo mondo, però, c’è una felice eccezione, ed è quella della Fondazione Roma, la sola ad avere pienamente rispettato il dettato delle fondamentali norme in materia, la Legge Amato e la Legge Ciampi, che prevedevano, anche attraverso incentivi di natura fiscale, la progressiva fuoriuscita delle Fondazioni dal capitale delle banche e l’utilizzo del patrimonio a scopi di utilità sociale, in modo da dare una risposta concreta ai crescenti problemi del sistema italiano di welfare.

La Fondazione Roma, unica tra le grandi Fondazioni di origine bancaria, ha operato correttamente, nel solco di una normativa che non va abbandonata, ma piuttosto applicata integralmente. La Fondazione ha progressivamente dismesso la sua partecipazione nella banca conferitaria, con grande tempismo e lungimiranza, prima che la crisi travolgesse il sistema bancario mondiale, e ha devoluto i proventi delle proprie attività patrimoniali a beneficio del territorio di riferimento. Non ha aderito alle suggestioni dell’allora ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, che portarono l’intero sistema delle Fondazioni ad aderire all’improvvida avventura della Cassa depositi e prestiti, la cui natura e le cui finalità erano estranee a quelle delle Fondazioni stesse. La Fondazione Roma non è ricorsa a roboanti dichiarazioni di principio ma, con un proprio regolamento, ha prescritto che la politica restasse fuori dai propri organi direttivi, all’interno dei quali siedono invece i rappresentanti della società civile. Ma, soprattutto, ha svolto, con efficacia e competenza, quella mission che la Legge Amato e la Legge Ciampi avevano disegnato per le Fondazioni, e rappresenta oggi un presidio sicuro per tutta la comunità. La Fondazione Roma, peraltro, considerata l’assenza di soggetti preposti, ha deciso di allargare la mappa dei propri interventi al Meridione d’Italia e a quel Mediterraneo che è la culla della nostra civiltà, allo scopo di sostenere i cosiddetti «popoli dei barconi», i quali, contrariamente alle indicazioni dell’Unione Europea, devono essere aiutati a promuovere lo sviluppo dei loro territori d’origine.

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