Transformer

 

Aspects of Travesty, Richard Saltoun Gallery, 13 December – 28 February 2014
Courtesy Richard Saltoun Gallery
Photography: Peter White

La galleria Richard Saltoun nell’area londinese di Fitzrovia propone Tranformer: Aspect of Travesty fino al 28 febbraio: non tanto un remake, quanto un «rifacimento infedele», come lo definisce la giovane curatrice italiana Giulia Casalini, della mostra omonima del 1974 presso il Kunstmuseum Lucerne. Si apre il sipario nel suo 40esimo, dopo l’impegnativa opera di ricerca e il continuo scambio con gli artisti ancora in vita.

Il dinamico progetto curatoriale vuole «riattivare e riarchiviare» il materiale, spezzando i confini temporali per riconsegnarne l’importanza storica e relazionarsi con una pratica degli anni ’70 ancora oggi attiva. La materia dell’esposizione è il travestimento, teorizzato come esplorazione di  sessualità alternative e produzione dell’identità. Il travestimento è pura performance; il medium privilegiato nella mostra è infatti la fotografia, capace di incamerare un momento caratterizzato dalla fuggevolezza di un happening.

Giulia Casalini stessa associa all’arte fotografica «il tentativo di catturare l’essenza della performance, quel momento speciale, l’incapsulare la società del tuo tempo»; così per lei la macchina fotografica ha assunto la funzione di «macchina del tempo». Gli scatti presentano soggetti (spesso autoritratti) che «posano, stando di fronte agli altri, travestitisi, in trasformazione, nel divenire l’altro da sé (sovente donna) o l’osservatore». Il visitatore è coinvolto da queste figure che hanno bisogno di colui che le possa elevare allo status di performance, che le possa portare sul palco.

Tipica della cultura queer (transgender, bisex, omosessuale) è la comune The Cockettes (“Le Civettuole”), fondata nel 1969 a San Francisco da George Harris alias Hibiscus, che offre intrattenimento come forma di espressione di ideali di libertà e autoaffermazione. Di questo fenomeno, ritrovabile anche nella scena di Londra, sono esposte una locandina, le foto-documentario (1969-1973), ad opera dell’americano Andrew Sherwood, delle prime Cockette con Hibiscus ritrattovi, e l’opera His Majesty The Queen (1973) dello svizzero Luciano Castelli. Proprio quest’ultima, che, tra scintillio di paillettes e capelli lunghi, associa l’aggettivo maschile his al sostantivo femminile queen nel senso comune di drag queen, è puntata da un riflettore esterno, tipico elemento teatrale.

Il rarissimo catalogo della mostra del 1974 non è sufficiente a comunicare un’idea effettiva dello show. Esso tratta addirittura opere che non erano esposte e riporta solo 3 fotografie della medesima sala; la successiva “messa in scena” vuole creare il dialogo lineare che mancava alla prima. La versione svizzera consisteva in un progetto enorme tra soggetti e materiale. È stato impossibile recuperare tutti i pezzi originari: quelli presenti, se non per quelle dell’unica artista donna Katharina Sieverding, sono stati consigliati dagli artisti. Un corpus di 80 esemplari, in prestito da musei, gallerie, collezioni, artisti, e quasi tutti in vendita.

Anche nella libera Svizzera l’evento anticonvenzionale aveva creato un certo shock e impatto politico. L’intenzione degli artisti interessati non poteva essere fonte di equivoci, data l’evidente implicazione. L’occasione aveva segnato in modo indelebile la vita degli artisti, molti dei quali dopo di essa sono spariti (come un misterioso Marco da Amsterdam) o hanno cambiato stile. La TV svizzera aveva girato un reportage di un’ora e mezza, di cui all’entrata viene trasmesso un estratto, concesso da Leo Castelli.

Il campo d’indagine della curatrice, impegnata in analoghe iniziative a venire in Italia, combacia con quello della recentemente inaugurata (un anno fa) galleria Richard Saltoun. L’interesse commerciale è affiancato a quello storico-artistico; proprio questo ha permesso una collaborazione ottimale tra i 2, che propongono un ciclo di eventi a corollario. A Londra tra eventi simili risuona la musica GLAM, il sottofondo musicale dell’epoca, come suggerito dal catalogo: Transformer (1972) di Lou Reed e prodotto da Brian Eno, lo stesso Brian Eno e l’immancabile e controversamente lustrinato David Bowie.

© Rivoluzione Liberale

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