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Da qualche settimana sembra che la prima ed assoluta priorità in Italia sia quella di definire una nuova legge elettorale che, giustamente, incontri il consenso politico più largo possibile. Premesso che la rilevanza mediatica e politica che viene data al tema risulta quanto meno sovradimensionata e fuorviante, atteso che il Paese avrebbe bisogno di un’altra priorità, con interventi segnatamente di tipo economico, visto che nonostante più di due anni di cure è ben lungi dall’uscire dalla lunga crisi economico-finanziaria, il martellamento comunicativo produce come effetto obbligato che si è costretti a prendere posizione sull’argomento.

Come già scritto in due nostri precedenti editoriali, del 6 dicembre scorso, subito dopo la bocciatura, scontata, del «Porcellum» da parte della Corte costituzionale, e del 28 novembre 2013, la posizione di Alleanza Popolare è chiarissima: siamo per un ritorno al “proporzionale puro”, con uno sbarramento del 5% alla Camera, o, al limite più alto, dell’8%, senza distinguo sugli apparentamenti per evitare i ricatti politici delle formazioni minori, e con la possibilità di esprimere da parte degli elettori almeno una preferenza. Per quanto riguarda il Senato, come già sostenuto, siamo favorevoli all’abrogazione del bicameralismo perfetto, con l’eliminazione totale della Camera alta, ovvero un suo forte ridimensionamento in senso regionale. Quindi, su questa ultima parte della proposta saremmo allineati.

Saremmo invece contrari laddove dovesse passare, almeno nei suoi principi cardine, il c.d. «Italicum», con il previsto cospicuo premio di maggioranza del 18% alla coalizione o alla lista indipendente prima classificata che abbia ottenuto almeno il 35% dei voti, (o il 37% come si prospetta nelle ultime ore): l’effetto sostanziale sarebbe quello che il Paese potrebbe risultare governato da una minoranza che rappresenterebbe poco più di un terzo dei votanti, cosa decisamente anomala per ogni Paese che si definisca democratico, e che contraddice, con gli elementi maggioritari contenuti nella proposta, la chiara indicazione di ritornare al metodo proporzionale.

Giustificato con l’intento di contrastare l’attuale frammentazione politica e di sbarrare l’ingresso in Parlamento ai partiti minori, l’«Italicum» rischia di introdurre nel nostro ordinamento elementi di autoritarismo assolutamente inaccettabili e non compatibili con la nostra tradizione democratica. Se il prezzo della tanto richiesta stabilità deve essere lo scivolamento del Paese verso connotazioni che richiamano drammatiche esperienze del secolo scorso, evviva la tanto biasimata Prima Repubblica, che garantiva un’offerta politica assai variegata che non lasciava fuori praticamente nessuno, se non gli estremisti di destra e di sinistra, ed i cui governi, certamente troppi e sotto ricatto delle formazioni minori, pur tuttavia, erano specchio fedele del consenso espresso dagli italiani, con percentuali di votanti che, lo ricordiamo, oggi sono una chimera, e che arrivavano alle soglie dell’80% ed oltre degli aventi diritto.

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