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La governabilità prima di tutto. Il bipolarismo sembra essere una garanzia per far sì che la stabilità del Paese non sia più un problema. La nuova legge elettorale garantendo la stabilità garantirebbe, nel contempo, lo status quo dei grandi partiti che hanno dimostrato di volersi sbarazzare, a tutti i costi, dei più piccoli, salvando però coloro che potrebbero essere dei possibili alleati di governo, Ncd e Lega in testa.

Sullo sfondo l’esecutivo Letta-Alfano si dichiara soddisfatto dell’ultimo accordo Renzi-Berlusconi e asseconda l’opinione generale che considera l’Italicum un passo in avanti verso la Terza Repubblica. L’Italicum in verità è il frutto, puro e semplice, di una “larga intesa istituzionale” che si è consumata fuori dalle Aule parlamentari disconoscendo il ruolo propositore e decisivo del Parlamento, ridotto ormai in frantumi anche a causa degli ultimi episodi di ‘bagarre’.

L’eventualità che la nuova legge elettorale venga affossata a Montecitorio sembra improbabile. Lo stesso Renzi suppone che la minoranza dem “sarà corretta” perché in fondo “cosa ci guadagnano Cuperlo e gli altri a stoppare una riforma che si basa su due capisaldi del Pd, come bipolarismo e ballottaggio?”. Conclude il neosegratario.

La sicurezza di aver ormai l’accordo in tasca, senza però larghi entusiasmi, porta il leader del Pd a dichiarare “mai più larghe intese, mai più potere di ricatto dei piccoli partiti, mai più inciuci sulla pelle degli elettori”. Eppure ‘sulla pelle degli elettori’ non sono state contemplate le preferenze e l’obiettivo è imporre una governabilità che si fondi su appena un terzo dell’intero consenso popolare.

L’accordo Renzi-Berlusconi si è basato sulla volontà di “vendere” al miglior offerente le soglie più convenienti riducendo la democrazia ad una mera questione di numeri. Il testo base dell’Italicum è stato votato in Aula in meno di un minuto escludendo, di fatto, la partecipazione delle opposizioni. E di fatto non è ancora finita.

È chiaro che non è questo il modello di democrazia liberale sul quale è stata fondata la Repubblica italiana e se i padri costituenti potessero parlare non mancherebbero di ricordarne i valori fondamentali sui quali continuare a fondare un’eventuale Terza Repubblica.

Dopo anni e anni di conflitti pericolosi, e in certi casi insanabili, oggi l’obiettivo è bandire il conflitto, a prescindere, perché l’ingovernabilità è considerata il prodotto insanabile del conflitto. In questo modo viene smarrita la valenza essenziale del confronto e del dialogo e, in un certo qual modo, anche del conflitto che non dovrebbe essere vissuto come ‘scontro’ bensì come un’occasione di svolta, l’occasione ripetuta e non ripetitiva di superare einaudianamente ‘il punto critico’, ossia contemperando le diverse visioni del sistema.

Un Parlamento liberale non è un Parlamento dove domina un partito o una coalizione. In un Parlamento liberale domina la razionalità  e il buon senso, non la volontà di chi fa la voce più forte. L’etica della responsabilità, infine, rappresenta il collante di un Parlamento liberale e le diverse forze politiche non considerano l’altro un avversario bensì un attore del conflitto.

La partecipazione politica dei cittadini deve inoltre tendere all’unità politica (unità, non unione o ancor peggio ‘massificazione’) deve cioè mirare alla realizzazione del ‘bene comune’ nel rispetto dei settoriali moventi dei singoli. La partecipazione democratico-liberale viene quindi alimentata dal conflitto che genera riconoscimento e, paradossalmente, è in grado di avvicinare le parti antagoniste, proprio come esige lo spirito liberale.

L’idea democratica della negatività del conflitto rappresenta invece il declino della civiltà moderna, che vive e si evolve grazie al conflitto il quale svolge, a sua volta, una funzione integrativa e di coesione. Nella genesi stessa della democrazia è inscritto il totalitarismo considerato, in casi estremi, un’uscita di sicurezza di fronte a conflitti che non siano gestibili o altamente rischiosi per la coesione sociale. In un’ottica liberale, al contrario, la coesione sociale è la risultante stessa del conflitto che, come afferma lo storico e filosofo francese Marcel Gauchet, “è a suo modo produttore particolarmente efficace di integrazione e di coesione”.

È proprio questa forza di coesione e di integrazione che manca all’attuale forma della democrazia che deve quindi recuperare, necessariamente, la ‘forza liberale’.

L’alternativa più funzionale all’unità totalizzante della democrazia, imposta dall’alto, è la democrazia liberale e quindi anche il conflitto, quello costruttivo, in pratica ciò che salva la democrazia dal rischio dell’omogeneizzazione o, ancor peggio, della ‘massificazione’ sociale, della tirannìa della maggioranza, o delle maggioranze, o semplicemente salva la democrazia dalla deriva totalitaria inscritta nella sua genesi. Nel Terzo millennio la democrazia ha bisogno di reinventarsi in forme nuove aperte, sussidiarie, o meglio complementari, all’idea di libertà.

La qualità e l’attualizzazione pratica dell’ideale di uguaglianza, inscritto nella democrazia, dipende dall’armonizzazione dei conflitti esistenti all’interno della politica e della società, “non c’è uguaglianza, infatti, senza scontro con l’altro – affermava già Tocqueville ai suoi tempi – scontro iscritto nella logica stessa, che mi dà l’altro come indiscutibilmente identico, sempre, anche al di là di un’irrimediabile divergenza di posizioni, per nulla accidentale, bensì dipendente dall’ordine del mondo in cui dobbiamo coesistere”. Questa dialettica ha caratterizzato le società democratiche fino ad oggi ma, nel momento attuale, deve essere necessariamente ravvivata concependo un’organizzazione democratico-liberale che non sia focalizzata, meramente, sul principio di uguaglianza come fondamento di ogni libertà (artt. 2, 3 Cost.) ma nella quale il conflitto sia funzionale, più che all’uguaglianza in generale, al mantenimento e allo sviluppo della libertà di individui eguali e, nel contempo, differenti.

Occorre una democrazia liberale che concepisca un sistema politico in grado di essere anticipatamente critico dei rischi di decadenza (degeneranti e di involgarimento) insiti in una struttura politica non differenziata, monolitica e non plurale. Si avverte, oggi più che in altri periodi storici, l’urgente necessità di una democrazia delle differenze – in pratica una democrazia liberale – che non dia corpo all’idea di democrazia come veicolo di appiattimento e vuoto egualitarismo ma che, al contrario, sappia immaginare una configurazione delle forme politiche all’altezza delle nuove dimensioni umane della convivenza democratica e liberale. Spetta inoltre all’individuo, quale suo dovere morale, recuperare una dimensione dignitosa dell’esistenza senza la quale – come intuiva il premio Nobel Albert Camus (1913-1960) – la libertà e la democrazia non hanno futuro. Senza la libertà la democrazia è soltanto un affascinante scenario, la forma ‘astratta’ di uno Stato egualitario e deteriore nel quale tutti sono considerati, ugualmente, ‘mezzi’ e non ‘fini’.

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