tunisia

Da Domenica scorsa la Tunisia ha una nuova Costituzione. Un evento di grande importanza, la cui portata simbolica scavalca le frontiere di questo piccolo Paese maghrebino. Attenzione però a non perdere di vista le diverse priorità e particolarità delle Regione.

Sicuramente questa è la migliore risposta rivolta a tutti quelli che erano convinti che  l’“inverno islamista” avrebbe perentoriamente preso il posto della “primavera araba”. Lontana dal più tetro oscurantismo, la Tunisia è riuscita ad adottare una nuova Costituzione. Composta da 149 articoli, è frutto  di un processo cominciato nell’ottobre del 2011 con l’elezione dell’Assemblea Nazionale Costituente (ANC), in seno alla quale Ennahda  (Partito islamista moderato) dispone della maggioranza relativa. Approvata con 200 voti favorevoli, 12 contrari e 4 astensioni, la nuova Costituzione sostituisce quella del 1959, sospesa nel Marzo 2011. Questa votazione apre un periodo durante il quale il Governo di transizione dovrà traghettare il Paese verso nuove elezioni politiche, possibilmente entro la fine dell’anno. Il Primo Ministro “indipendente” Mehdi Jomaa ha presentato, Domenica stessa, al Presidente Moncef Marzuki, la formazione del nuovo Governo. Questa squadra avrà l’arduo compito di portare a buon fine una delicata fase di transizione, in un momento in cui, a tre anni dall’uscita di scena di Ben Ali, le aspettative sociali ed economiche sono molto alte. Questa Costituzione, acquisita dopo settimane di dibattiti aspri e violenti, dimostra che il gioco politico sta riconquistando la scena in Tunisia e che, ad oggi, tutte le forze che hanno accettato di essere parte del gioco, nella scia della caduta di Ben Ali, continuano a rispettare le regole. Anche Ennahda, che, malgrado una collocazione dall’ambivalenza problematica, ha appena votato, grazie alla maggioranza dei suoi rappresentanti, un testo che marca una tappa importante nella costruzione della nuova Tunisia.

Bisognerebbe vedere questa Costituzione nei dettagli. Ma due esempi bastano per mostrare fino a che punto, per perfettibili che siano, le cose in Tunisia sembrano oggi prendere una piega incoraggiante.  Riguardano  la situazione delle donne definita attraverso due articoli: il 21 e il 46. Il primo ricorda che “i cittadini e le cittadine, hanno uguali diritti e doveri. Sono uguali davanti alla legge senza alcuna discriminazione (…)”; il secondo stabilisce che “lo Stato si impegna a proteggere i diritti acquisiti dalle donne, li sostiene e si adopera per migliorarli. Lo Stato garantisce l’eguaglianza nelle possibilità per uomini e donne di assumere incarichi di responsabilità in tutti i campi. Lo Stato si adopera a realizzare la parità tra uomini e donne nei consigli elettivi. Lo Stato prende le misure necessarie per sradicare le violenze contro la donna.” E’ evidente che non sono le forze reazionarie ad essere uscite vincitrici da questo voto. Una volta ancora, la Tunisia si trova ad essere il fulcro dell’impianto dei sistemi Democratici nella Regione: un laboratorio per quelle “rivoluzioni arabe” da prendere per quello che sono, e cioè dei processi in corso, con i loro passi in avanti e  balzi in indietro, più che degli eventi conclusi. L’esempio tunisino deve essere interpretato con cautela: la Tunisia rimane un piccolo Paese del Maghreb che sfugge al peso della geopolitica che invece  grava su alcuni Paesi a lei più o meno vicini come  la Libia, l’Egitto o la Siria. Senza problemi demografici (contro i 90 milioni di abitanti dell’Egitto), di risorse disputate (il petrolio libico) o di posizionamento strategico (la Siria), la Tunisia è anche esente dagli inconvenienti legati a queste risorse: ingerenza straniera, tensioni, violenze. Gli equilibri sono fragili e gli elementi destabilizzanti sono lontani dall’essere assenti dal contesto tunisino, ma pesano sicuramente meno a Tunisi che al Cairo, a Tripoli e ovviamente a Damasco. La Costituzione tunisina appena approvata è sicuramente un punto di riferimento di alto livello valoriale, una luce guida ben visibile sulla linea dell’orizzonte del Vicino e Medio Oriente. Ma va anche sottolineato che questo risultato corrisponde ad un percorso specifico al processo tunisino. Non si tratta quindi di sventolarlo come un modello unico nel suo genere: gli egiziani, i siriani i libici e tutti gli altri Paesi della Regione hanno la loro road map, che risponde ad altre esigenze. Per molti di loro ci vorrà più tempo. Il procedimento sarà più doloroso e complesso. Oggi è il caso dell’Egitto che rischia di tornare in dietro nel tempo e della Siria che combatte una tragica guerra civile. Ma nulla che confuti il fatto che, come ha appena dimostrato la Tunisia, i fatti che marcano l’attualità e della quale non conosciamo gli esiti, possano produrre a lungo termine una crescita politica. Cosa della quale è venuta crudelmente a mancare nella Regione negli ultimi decenni.

La Tunisia si è regalata nel giro di poche ore un Governo e una Costituzione, la più progressista del Mondo arabo. Una tappa storica, una vittoria contro la dittatura. Tre anni dopo la “rivoluzione del gelsomino” i deputati sono riusciti a superare gli ostacoli politici e confessionali.  Rimane la parte più difficile da attuare: rendere concrete queste conquiste inedite per la Regione. Un auspicio: che le parole di Ban Ki moon possano diventare realtà, la Tunisia per la sua tenacia e  determinazione deve diventare “un modello per altri popoli che aspirano a delle riforme”.

© Rivoluzione Liberale

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