morelli 14 dicembre

Chiedo ospitalità  a Rivoluzione Liberale  per rispondere a nome dei Liberali Italiani al Comunicato della direzione nazionale di Fare per Fermare il declino riguardo le vicende  di In Cammino per Cambiare (ICPC). Alle quali siamo interessati a pieno titolo come redattori e firmatari della Dichiarazione Congiunta che  il 24 ottobre fondò ICPC.

Quel Comunicato esprime con linguaggio pacato e suadente tutta la serie di  concetti e considerazioni che, da quel giorno  e in svariate riunioni,  il leader di Fare Boldrin ha espresso in modo esagitato e con intento vanamente impositivo, lui e il suo principale delegato. Peraltro, cambiare il linguaggio non ne cambia minimamente la totale infondatezza culturale e politica. Né degrada una seria questione politica a personalismi.

Innanzitutto, ricordo alcuni fatti. La Dichiarazione Congiunta costitutiva di ICPC parlava sempre di “formazione politica” e non usava mai  la parola “partito” o la frase “fare un partito”. La sua conclusione era porsi l’obiettivo di  “arrivare preparati alle elezioni europee del maggio 2014 come parte integrante di una forza politica di ispirazione liberal-democratica“. E infine specificava i 10 punti per tradurre nel concreto la volontà di farlo. Dunque la piattaforma politico operativa di ICPC era definita in modo inequivoco.

Essendo questi i fatti, rifarsi come nel Comunicato a quanto aveva sostenuto Fare rispetto alle idee liberali al suo Congresso dello scorso maggio, non c’entra nulla perché riguarda solo loro. C’entra invece voler sostenere cose non vere scrivendo che in ICPC “assetto organizzativo e profilo identitario sono stati sì oggetto di discussione ma soltanto nella misura in cui il segretario De Luca ha rivendicato la pregiudiziale dell’aggettivo liberale nel nome, l’assenza di ogni altra connotazione e la necessità che il processo di aggregazione venisse “guidato” dal PLI e da Fare“.

Intanto mai, nella decina di riunioni fatte, De Luca ha detto che la direzione di ICPC era riservata al PLI e a Fare. Invece ha sempre sostenuto che era indispensabile dar corso all’obiettivo della Dichiarazione attraverso la scelta di un nome identitario adeguato (che è cosa ben diversa da una questione di aggettivi, come vedremo dopo). E nelle medesime riunioni, io ho anche sempre posto il problema dell’urgenza di formare gruppi di lavoro per approfondire ciascuno dei dieci punti costitutivi, dato che il liberalismo politico non è la politica della purezza liberale teorica. Purtroppo, con caparbia degna di miglior causa, i rappresentanti di Fare hanno sempre rinviato il problema, sostenendo che Fare aveva una ventina di suoi gruppi di studio e che a quelli ci si doveva rivolgere (così, ad esempio, collegialmente non si sono mai presi in esame i contributi scritti dei Liberali Italiani per costruire ICPC su riduzione debito, lavoro, giovani, credito, scuola, giustizia).

Tale elusione non era casuale, dato che già nella settimana successiva al 24 ottobre, venne fuori anche la faccenda del sito di ICPC messo su in solitario da Fare con la scusa di far presto e che dopo continuò ad essere  gestito in beata solitudine (nonostante che ai primi di novembre avessi parlato due volte a lungo con il direttore – nominato da Fare motu proprio – per chiedere un normale allargamento delle responsabilità di gestione a tutti i contraenti e per offrire la disponibilità di nostri esperti, senza che seguisse mai una attuazione). Analogo atteggiamento sulla questione dei Convegni in giro per l’Italia. I responsabili di Fare hanno voluto fossero solo Convegni di Fare (con gli altri relegati in fondo quasi invisibili negli annunci), cui benevolmente si potevano invitare quelli di ICPC così come Fare invitava, a suo insindacabile giudizio,  personaggi spesso improbabili  del tutto estranei alla cultura liberale e a proposte politiche condivise e coerenti (il caso più clamoroso quello di Torino, dove con scuse varie vennero rifiutati per il Convegno due personaggi di rilievo,  liberali, uno del Senato accademico del Politecnico e l’altro noto studioso di innovazione giovanile del Centro Einaudi, preferendo una sequela di nomi in buona parte esponenti di altre culture assai diverse dalla liberale, se non contrapposte).

La ritrosia di Boldrin – e quindi è lecito pensare di Fare – per il nome e le idee liberali, emerse dichiaratamente al Convegno di Milano, quando, incalzato da una domanda di un giovane di Fare sulla necessità di qualificarsi liberali, rispose escludendo la necessità di farlo perché il liberalismo era un’ideologia vecchia. Tanto per gradire. E, a parte le polemiche dirette e crescenti dei Liberali Italiani e del PLI nelle riunioni, lo stesso concetto (sempre naturalmente con termini felpati) viene ora ripreso dal Comunicato in cui si scrive “in una fase in cui è drammatica l’esigenza di presentare una realtà politica concreta e credibile ad un Paese stremato e mortificato da decenni di amministrazioni sciagurate, la discussione su etichette avrebbe avuto solo la funzione di escludere altre forze e persone e ci appare poco significativa per non dire controproducente “.

Dunque, secondo Fare, esprimere la propria identità politico culturale e indicare progetti precisi, equivale ad escludere gli altri. Non si tiene affatto presente l’abc del liberalismo, e cioè che i cittadini sono tutti diversi tra loro e che per convivere necessitano di regole scelte secondo il conflitto democratico tra filoni culturali che avanzano progetti relativi ai problemi concreti. Boldrin invece ritiene che qualificarsi sia escludere, cioè sostiene in sostanza che la convergenza vada fatta sull’uomo solo al comando e non sulle idee dei cittadini sovrani (addirittura nel momento in cui il criterio dell’uomo solo al comando è adottato dai primi tre partiti italiani, con i noti esiti disastrosi).

In pratica Boldrin (e il comunicato si adegua pedissequo) fa tanta confusione su ideologia (il concetto di ideologia è tipica espressione dei marxismo, del conservatorismo ed in genere di ogni concezione fideistica mentre il liberalismo è un metodo per usare lo spirito critico di ogni cittadino in rapporto con la regola dello stare all’esperienza dei fatti), su liberale ritenuto un aggettivo (equivale a sostenere che il liberalismo è solo un ornamento di altre ideologie e progetti, una sorta di concessione buonista per simulare verbalmente l’esercizio della sovranità critica del cittadino richiesto dal liberalismo, appunto perché il liberalismo è il sostantivo politico per imperniarsi sulla sovranità del cittadino),  su popolarismo (che in Europa sono le forze molto legate al ruolo delle autorità nella convivenza civile, in particolare quelle religiose, e perciò distinte nel profondo dai gruppi liberali, per i quali la metodologia individuale è la fonte perenne e le autorità solo provvisorie; tanto che il programma dei Popolari è assai differente da quello dei liberali, in Europa e anche in Italia, e forse non per caso Boldrin ha contestato a voce e per scritto il testo del manifesto predisposto al riguardo dall’ALDE per la lista italiana).  

Una simile confusione non è però casuale, perché permette di usare questi termini per provare a sfuggire il qualificarsi liberale (che darebbe una precisa indicazione al cittadino a proposito di progetti) e per cercare di aggregare su valori diversi dal confronto sui progetti formulati attraverso lo stare ai fatti e l’esercizio dello spirito critico. Al sodo, si pratica la solita politica di puro potere, fisiologicamente lontana dal liberalismo. Nella politica fatta anche delle idee e dei progetti, ogni progetto non è neutro, corrisponde ad una sua logica derivante dall’impostazione culturale. Nel caso di ICPC, la Dichiarazione del 24 ottobre fa “appello a tutte le persone ed istanze sinceramente riformatrici perché si associno a noi, con spirito critico ma positivo, per costruire un’aggregazione politica alternativa sia al conservatorismo di PD e PdL che alla critica distruttiva del M5S“.  Dunque, visto che il progetto di ICPC vuole contrapporsi ai gruppi politici  coinvolti formalmente con i popolari, il Comunicato si contraddice a fondo quando scrive che ICPC “non esclude a priori … tutte le forze e persone di estrazione altra da quella puramente liberale (popolare, per menzionare solo quella quantitativamente più rilevante in Italia“, tra l’altro con ciò postulando una categoria inesistente nella realtà (i popolari non conservatori di destra o di sinistra).

Naturalmente in ogni parte del mondo per arrivare ad avere una maggioranza di governo occorre una composizione dei diversi progetti tra vari gruppi di cittadini e per farla ci vogliono alleanze, che per essere fatte richiedono una restrizione dei progetti a loro parti condivise da chi vuole unirsi (e non l’annullamento di un progetto). Ne consegue che alleanze sono di volta in volta possibili, ma per stringerle occorre avere PRIMA  una identità precisa sulla base di un progetto. Questo percorso ICPC non lo ha potuto compiere per la reiterata pretesa di Fare di assorbire in sé gli altri e poi di restare ambigua (vedi l’uomo solo al comando).

Ed infatti, nonostante fosse stato stabilito (in apparente concordia) che ci sarebbe stata una riunione di ICPC nella settimana dopo la manifestazione al Ripetta, con l’intento di risolvere subito le evidenti discrasie politiche emerse in quella sede e fin dalla sua preparazione molto agitata, i vari solleciti dei liberali sono caduti nel vuoto. Alla fine, l’esplicita richiesta di riunione avanzata da PLI e da Liberali Italiani per affrontare apertamente il nodo dell’immagine liberale, non ha mai avuto tempestiva risposta da parte di Boldrin, il quale con ciò ha estinto di fatto e di diritto l’esperienza ICPC (ed ora farebbe molto bene a trarne subito le conseguenze chiudendo il relativo sito e i profili facebook).

Il comunicato sorvola su queste quisquilie e lamenta il non apprezzamento “del contributo sostanziale portato alla costruzione di una bozza di programma e la coerenza dimostrata da Fare sino ad ora“. Però gli scritti e i fatti inoppugnabili, a cominciare dal rifiuto di lavorare sui 10 punti, rendono vacua la lamentela. Apprezzamento e coerenza del lavoro di Boldrin erano messi in discussione puntualmente, e la discussione dei liberali non può essere il volere del capo. Ad esempio, i liberali non possono ridurre l’esigenza prioritaria di tagliare il debito pubblico accumulato a semplice espressione verbale per cavalcare in realtà l’abbattimento delle imposte (impossibile senza il taglio) secondo la ricetta  illiberale degli ultra conservatori USA del tea party. Di più. Il finale del Comunicato ribadisce ancora (quasi a scanso di equivoci, se ancora fossero possibili) l’impostazione di Boldrin e della dirigenza Fare. Di nuovo si scrive che “arroccarsi su un aggettivo (liberale, nda), rivendicare un ruolo di primazia sconfessato dalla realtà, …. può avere solo l’effetto di riproporre agli italiani un deja vu dal sapore sgradevole“. La gaffe è clamorosa e in un colpo solo rifiuta la Dichiarazione Congiunta del 24 ottobre nella forma e nella sostanza. Se non fosse per la confusione culturale di Boldrin che ho già trattato sopra, sarei curioso mi venisse spiegato come chi giudica il ruolo liberale sconfessato dalla realtà, poi possa pretendere credibilmente di rappresentarne le istanze relative ai problemi attuali (i cittadini sono assai più attenti di quanto non si creda).

Non sono il PLI e i Liberali Italiani a dover ripensare la presa d’atto del rifiuto di Boldrin di riunirsi per discutere della politica di ICPC verso il liberalismo. E’ piuttosto Fare che dovrà rivedere senza equivoci la sua attuale forte ritrosia verso il liberalismo (che del resto, come noto, ha già provocato il distacco dell’ALI). Se auspicabilmente lo farà, il cammino potrà essere ripreso dopo aver liberato il campo dagli inciampi interni. Basta avere la consapevolezza – caratteristica dei liberali non sedicenti – che il futuro per il paese non si fonda né sul prometterlo con toni profetici né sull’evocarlo con accese parole durante le comparsate radiotelevisive, ma sul costruirlo passo passo attraverso i comportamenti conseguenti, l’attenzione ai fatti e regole di libertà per ogni cittadino adatte e aggiornate di continuo, proprio quello che si è impedito omettendo l’elaborazione dei 10 punti.

Raffaello Morelli, Liberali Italiani

© Rivoluzione Liberale

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1 COMMENTO

  1. La vecchia guardia è sempre tutta di un pezzo.

    Conosco Raffaello Morelli da una vita, dai tempi in cui lavoravo a Firenze. Un generoso, lottatore e senza peli sulla lingua. E anche adesso, nei fastidi che i soci del Fare hanno creato, Raffaello non si è tirato indietro e ha scritto una lezione di liberalismo come lui e solo pochi altri, sanno fare. Il problema è che tutti dobbiamo imparare che cosa vuol dire liberalismo anche in epoche di furbi, furbetti, manipolatori, piccoli conservatori e corporativi. Si tratta di interpretare lo scempio della realtà italiana odierna in modo sempre legato e unito al liberalismo, che ha creato la Nazione, che ha lottato sia sul Piave, sia nella resistenza al nazi – fascismo, nella seconda guerra mondiale, vincendo in ambo i casi. È il liberalismo democratico quello che si ribellò a Porta San Paolo, alle porte di Roma, insieme ad altre forze nazionali nel settembre del 1943. È il liberalismo e l’amore per la libertà che spinse i nostri soldati a lottare a Cefalonia e gli sciuscià nelle quattro giornate di Napoli. È il liberalismo che insieme ad altri movimenti ci ha dato la Repubblica, la Costituzione, la libertà.
    Raffaello grazie di cuore e viva l’Italia liberale, viva la Rivoluzione liberale. Continua a scrivere e lottare come hai fatto sempre e sai fare.
    Tuo Giancarlo Colombo

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