voto

L’impianto costituzionale della Repubblica italiana ha un connotato secondo cui le maggioranze si costituiscono in Parlamento.

Il mantra recitato sui media per dire (e convincere) della bontà del sistema elettorale in cui la sera del voto si deve sapere chi ha vinto è, a dir poco, una semplificazione messa in campo dal partito “trasversale” che potremmo definire, se volessimo esser generosi, il partito dei sindaci.

Si sentono pure improvvisate e inappropriate comparazioni con gli ordinamenti di altri Paesi. In proposito, è appena il caso di sottolineare che ogni ordinamento costituzionale ha le sue peculiarità maturate nel contesto storico in cui ha avuto origine. Ecco perché non è prudente, né improntato a correttezza, il prendere a riferimento, in termini comparati, frammenti, spesso inconciliabili, di ordinamenti stranieri.

Giusto per fare un esempio, la Merkel ha vinto le elezioni in Germania e tutti sappiamo che ha vinto, ma per mettere insieme una maggioranza parlamentare ha impiegato alcuni mesi per finalmente pervenire ai puntigliosi accordi raggiunti.

Ci sono ordinamenti, quelli presidenziali, che strutturalmente e funzionalmente possono essere del tipo agognato dalla corrente di pensiero, rappresentata dal Berlusconi-Renzismo. Ma in questo caso bisognerebbe ridisegnare tutta l’architettura costituzionale italiana con pesi, contrappesi e, soprattutto, con controlli di varia natura, che contrasta con l’idea di abolire il Senato. In ogni caso, la Democrazia non è come una lotteria, in cui chi vince, porta a casa il risultato per cinque anni e fa quello che vuole. Nei Paesi liberali, al popolo vengono riservati vari tipi di strumenti per controllare l’Esecutivo (per esempio, elezioni di medio termine, penetranti controlli della magistratura ordinaria e contabile, poteri di intervento autonomi della Corte suprema, istituti che consentano vera trasparenza e partecipazione dei cittadini, eccetera).

Specialmente in Italia, dove l’etica della responsabilità è di scarsissima considerazione, non basta il controllo politico espresso nel solo giorno del voto. Bisognerebbe ripensare e ridisegnare tutte le istituzioni perché non è sufficiente estendere alla normativa dello Stato centrale la legge elettorale per la elezione del sindaco. D’altronde, non bisogna dimenticare quanti guasti (e debiti) si fanno a livello di Enti Locali, dove il sistema dei controlli (amministrativi, contabili e politici) è, a dir poco, carente, anche per la sciagurata riforma del Titolo Quinto della Costituzione, realizzata senza un largo consenso ed una approfondita riflessione.

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