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A Roma presso Villa Borghese è in mostra fino al 25 maggio Giacometti: La Scultura. La più grande mostra su Alberto Giacometti (1901-1966) in suolo italiano presenta un’attenta selezione di 40 opere, tra bronzi, gessi e disegni. La Direttrice della Galleria Anna Coliva ha collaborato con l’esperto Christian Klemm. Il tempio della scultura barocca di Gian Lorenzo Bernini e neoclassica di Antonio Canova si apre nuovamente a dialoghi inconsueti, ma per la prima volta così radicali.

Ad aprire il percorso sono 3 sculture: Donna in Piedi, Grande Donna, Uomo che cammina. La figura umana appare fragile, a dominare lo spazio in cui al contempo si perde. All’immagine della transitorietà è conferita l’implicazione di durata, tra eterna significatività e perdita. Per Giacometti l’unico modo per operare è iniziando tutto da capo e creare il fattore spazio, dato da ciò che vede e dalle condizioni della visione sperimentata.

Nello stesso modo, in quanto nella comune condizione di scultura, gli altri esemplari esposti registrano esperienze che fuggono e spesso ne recano simultaneamente numerose. Il tentativo è di istituire una relazione intellegibile tra i tasselli di memoria. Regna una certa distorsione delle proporzioni dovuta al fatto che la scala vigente nella rappresentazione dei protagonisti è legata sempre alle condizioni della visione; la distanza di osservazione del maestro svizzero viene a stabilire la distanza tra le figure dello spazio creato.

“Ciò che faccio sarà sempre una vaga immagine di ciò che vedo e il mio successo sarà sempre minore rispetto al mio fallimento o forse eguale ad esso. Non so se lavoro per produrre qualcosa o per conoscere perché non posso raggiungere ciò a cui aspiro”. La sua era una ricerca che non può condurre a una soluzione finale. In quest’occasione è stato ricostruito l’ensemble del 1960 del Manhattan Plaza, costituito da 4 figure femminili e una testa di uomo. Gli arti filiformi si espandono a dimensioni monumentali e il timore iniziale di concentrarsi sulla testa umana è affrontato; l’uomo osserva le donne immobili.

Nella sala dominata dall’affresco barocco ad opera di Giovanni Lanfranco sono ospitati i busti più noti dello scultore. Sono stati scelti inoltre pezzi come Donna Cucchiaio (1926), il Ritratto di Madina Visconti  (1932), la Testa di Annette (1959) e la Testa del professor Corbetta (1962). Non poteva mancare la Donna Sgozzata del 1940, opera caratteristica della Collezione Peggy Guggenheim di Venezia. Un richiamo al periodo surrealista si esplica nelle forme, ora curve, ora appuntite, che alludono alle parti anatomiche del corpo nudo di una donna violentata e uccisa, dunque vulnerabile, ma ancora minacciosa.

Si aprono dialoghi e confronti tra la Donna Sdraiata (1959), dall’effetto fluttuante dei piani ondulati che ricorda il flusso dei sogni, e Paolina Borghese come Venere Vincitrice (1805-1808) di Canova; tra L’uomo che Vacilla (1950) e il David (1623-1624) di Bernini; tra Donna di Venezia V (1956), una versione della serie ideata per la Biennale di Venezia, e Apollo e Dafne (1622-1625) sempre di Bernini. La solida e rassicurante materialità dei marmi si contrappone alle opere di natura fisica meno nobile di Giacometti.

Giacometti, pur avendo iniziato la carriera artistica giovanissimo, ha raggiunto il primi riconoscimenti ufficiali solo nel 1962, dalla Biennale di Venezia, niente di meno che il Leone d’Oro alla carriera. È il caso di sfruttare quest’opportunità per conoscere questo maestro del ‘900, in continuo e a tratti ossessivo contatto con il suo presente.

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