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Il Solomon R. Guggenheim di New York ospita Italian Futurism,1909-1944: Reconstructing the Universe, fino al 1 settembre. Per più di 6 mesi verranno esposte oltre 300 opere, tra pittura, scultura, architettura, design, ceramica, moda, cinema, fotografia, pubblicità, poesia, pubblicazioni, musica, teatro. Una mostra per chi sostiene che il Futurismo sia ascrivibile solo ai primi anni eroici.

A curarla è Vivien Greene, la curatrice per l’arte del 19esimo e del primo 20esimo secolo del Museo, e lo spazio interessato non è la rampa a spirale della sezione più interna solitamente dedicata alle esposizioni momentanee, ma le sale che non si affacciano su di essa. Umberto Boccioni, Gino Severini, Carlo Carrà, Luigi Russolo, Depero, Fillia, Benedetta Cappa e molti altri, sono presentati anche attraverso lavori inediti, con tanto di una lezione tenuta da Gabriella Belli, Direttore della Fondazione Musei Civici Veneziani, massima esperta dell’argomento.

La scansione è cronologica, sempre più impegnativa da gestire rispetto a quella tematica. 35 anni del movimento artistico italiano, che, come ripete Vivien Green, termina «solo con la guerra, con la morte di Marinetti». Il manifesto di Marinetti, il fondatore, pubblicato dapprima sul giornale parigino Le Figaro in data 20 febbraio 1909 (di cui è presente una copia) è solo il primo di una serie che punta a teorizzare ogni aspetto della vita, artistico e di pensiero, come dimostrano le opere esposte in cui sono impiegati materiali e tecniche diverse. Uno di questi è quello intitolato Ricostruzione futurista dell’universo
dell’11 marzo 1915, redatto da
Giacomo Balla, e Depero.

Il rifiuto imprescindibile e totale del passato, in cui regnavano «l’immobilità pensosa, l’estasi, il sonno»; è giunto il tempo di svegliarsi e di liberarsi da questi torpori per abbracciare i«l movimento aggressivo, l’insonnia febbrile». La velocità è la nuova bellezza, l’impossibile il fine, l’audacia e il coraggio l’attitudine, i suoni i rumori delle fabbriche, della città e della guerra, la luce rigorosamente elettrica. Nel primo manifesto  il «noi, giovani e forti futuristi» suona fiero, nell’accezione latina di ferus di “feroce”.

Fin da subito affermano: “I più anziani fra noi, hanno 30 anni: ci rimane dunque almeno un decennio, per compier l’opera nostra. Quando avremo 40 anni, altri uomini più giovani e più validi di noi, ci gettino pure nel cestino, come manoscritti inutili. Noi lo desideriamo!” Ed ecco invece ciò che è avvenuto in accordo con la mostra, in cui viene dedicata all’aspetto delle serate futuriste il riguardo che si meritano. Una tournée di performance di teatro totale fa conoscere meglio alle città europee il fenomeno futurista, nato a Milano, la città più industrializzata d’Italia; si tratta di teatro totale perché esprime tutte le discipline futuriste. Sovente finivano male in risse tra i Futuristi e il pubblico, che non apprezzava lo spirito provocatorio e scagliava oggetti sul palco. Nella Voluttà di Essere Fischiati del 1915 Marinetti scrive di avere «la gioia di sapere che il mio genio, molte volte fischiato dai pubblici di Francia e d’Italia, non sarà mai sepolto sotto applausi troppo pesanti».

Non mancano opere simbolo: una versione del multiplo bronzeo Forme Uniche nella Continuità dello Spazio di Boccioni, La Dattilografa di Bragaglia, Cartolina Bellicistica di Carrà, Feu d’artifice di Balla. Tra dinamismo e movimento, quando l’automobile era di genere maschile (lo automobile), figure femminili facevano la propria arte, sebbene con poco riconoscimento. Propria a Benedetta Cappa, moglie di Marinetti, sono dedicate le ultime sale, le più luminose, la responsabilità è nelle sue mani. Per la prima volta sono visibili fuori dalla collocazione originale  i murales Sintesi delle Comunicazioni realizzati secondo il manifesto del Tattilismo (Marinetti, 11 gennaio 1921) provenienti dagli uffici delle poste centrali di Palermo, su commissione di Benito Mussolini. Che cosa c’è di meglio della nozione del dinamismo della comunicazione?

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