proteste caracas

Da diverse settimane, il Presidente Nicolas Maduro e l’opposizione si affrontano. Sullo sfondo la crisi economica. Arbitri del conflitto: i poveri.

Ci saranno volute tre settimane di scontri, 14 morti e 140 feriti, prima che il Presidente venezuelano Nicolas Maduro optasse per il dialogo per fronteggiare il movimento studentesco. Le proteste, che sono cominciate inizio Febbraio, hanno visto riunite diverse migliaia di giovani che denunciavano la violenza endemica nel Paese – un omicidio ogni 20 minuti –  e la crisi economica onnipresente. “Tutte le correnti sociali, politiche, corporative, religiose” sono state invitate a questa conferenza “per la Pace”, ha ricordato il successore dell’ex leader bolivariano Hugo Chavez. Intorno al tavolo si trovavano anche “il settore economico privato” e la “Conferenza episcopale del Venezuela”. Questo mostra forse un inizio di dialogo anche se, stranamente, i leader degli studenti e i rettori delle Università, a quanto pare non sono stati coinvolti. Negli stessi istanti un cui si svolgeva questo grande incontro, i manifestanti continuavano ad animare le strade di diverse città del Paese, per chiedere la liberazione dei loro compagni. Venivano imitati, ovviamente per motivi opposti, dai simpatizzanti del Governo chavista riuniti davanti al Palazzo presidenziale. Come segno di pacificazione, il Pubblico Ministero annunciava l’arresto di alcuni agenti dei Servizi. “per il loro coinvolgimento” nella morte dei manifestanti. Un gesto apparentemente insufficiente visto che gli studenti hanno fatto appello a tutti affinché il movimento andasse avanti. Ed è quello che sta accadendo.

 Al tavolo della “conferenza di Pace”, grandi assente anche l’opposizione, che, nel corso del mese di Febbraio si è mostrata alleata alla causa studentesca ed associandosi alla contestazione contro il potere del Partito Socialista Unificato del Venezuela (PSUV). La principale figura dell’opposizione è quella di  Henrique Capriles, il candidato che nelle ultime presidenziali si è visto “soffiare” la carica per appena l’1,5% dei voti. Capriles, leader del Partito Primero Justicia (moderato), ha rifiutato di far “parte della cricca” invitata “alla farsa”. Altra figura di spicco, quella dell’anti-chavista convinto Leopoldo Lopez, del Partito Voluntad Popular (centro-sinistra), diventato dal suo arresto, avvenuto lo scorso 18 Febbraio, l’uomo simbolo della lotta studentesca. Maduro lo vede come la bestia nera, un “fascista” della peggior specie. Purtroppo, nonostante si trovi davanti ad un potere reso sempre più fragile dal clima sociale, l’opposizione sembra avere difficoltà ad unirsi. Sembra esserci una vero e proprio rapporto di forza e una guerra di potere tra i gruppi moderati vicini al Governatore dello Stato di Miranda, Capriles, fautori del dialogo con il potere, e i gruppi più radicali legati a Lopez, che desiderano solo la destituzione di Maduro. Non ci sono divergenze ideologiche in seno all’opposizione, ma delle vere e proprie divergenze sul modo di lottare. Ora, se l’opposizione vuole pesare, dovrà non solo unirsi, ma anche sedurre al di là del suo campo e convincere l’altra metà del Paese. In effetti, Capriles come Lopez – entrambi provenienti da famiglie agiate – trovano la loro base elettorale nelle classi medio alte e il loro messaggio, più liberale che statalista, arriva poco negli strati più poveri, stregati dallo chavismo, l’ideologia promossa da Chavez di redistribuzione della ricchezza e nazionalizzazione di massa. Per ora, i quartieri popolari di Caracas e di altra grandi città rimangono in silenzio. In realtà un silenzio “forzato” perché in questi quartieri, i “Colectivos” (milizie chaviste), a bordo delle loro moto, intimidiscono gli abitanti e dettano legge. Chavez gli controllava, Maduro no, anche perché per molti di loro, adepti della rivoluzione bolivariana, l’attuale Presidente non ha la legittimità del suo predecessore. Diventa difficile così fare la differenza tra violenza incontrollata dei “Colectivos” e la delinquenza comune. Ma l’unione delle classi tanto desiderata dall’opposizione non può rimanere mera illusione. La crisi economica che attraversa il Paese colpisce tutti gli strati sociali e sta logorando il morale degli stessi simpatizzanti del Presidente Maduro.

La crisi è stata scatenata dalla protesta degli studenti, nata dal tentativo di stupro su di una studentessa dell’Università di San Cristobal, nello Stato di Tachira, per propagarsi poi in tutto il Paese fino ad arrivare a Caracas. Si è aggravato per il grande numero di arresti che ne è seguito e per le condizioni di detenzione, contrarie allo Stato di Diritto, delle persone arrestate. Ma questa crisi risale lontano nel tempo. E’ legata alla grande penuria di prodotti di prima necessità come cibo e medicine. Il problema è dovuto dalla mancanza di valuta estera necessaria alle importazioni. Ai tempi, Chavez si appoggiava alla rendita petrolifera, senza però aumentare la produzione di petrolio e senza diversificare l’economia. Nello stesso tempo, numerose imprese, molte delle quali alimentari, sono state statalizzate. Risultato: un’economia legata a doppio filo alle importazioni. Parallelamente, il regime di Chavez ha messo sotto stretto controllo i cambi. Non c’è valuta estera per viaggiare. Tutto ciò che serve per importare passa attraverso un meccanismo statale: il Governo distribuisce agli importatori delle “quote” in dollari esercitando così un controllo totale su tutta l’economia in mano a quella che viene chiamata la “boliborghesia”, fedelissima al potere. Questa situazione ha generato una fortissima corruzione, soprattutto tra i militari incaricati di controllare le importazioni nelle dogane e nei porti. Questo accentua il malessere dell’opinione pubblica nei confronti delle classi dirigenti.

Se gli appelli alla mobilizzazione, spesso lanciati dai social network, non sono del tutto organizzati, diversi capofila del movimento studentesco  hanno assicurato non avere nessuna intenzione di abbassare la guardia. Maduro, vede in questi disordini la mano dell’opposizione appoggiata dagli Stati Uniti e dall’ex Presidente colombiano, il conservatore Alvaro Uribe. Questi “nemici del Paese” sono, secondo lui, decisi a provocare un “colpo di Stato” contro il suo Governo. Forse le sue accuse non sono del tutto…infondate. Inoltre, malgrado  un’unità di facciata del PSUV, la fragilità di Maduro si fa sentire anche all’interno del suo Partito che lo accusa di “cattiva gestione” delle proteste e della crisi economica, temendo di vedere una riedizione del “Caracazo”, un episodio tragico avvenuto 25 anni fa, partito dai sobborghi di Caracas soffocati dalla fame e dall’aumento dei prezzi, che ha messo a ferro e fuoco la capitale per una settimana. L’instabilità politica ereditata da quegli scontri provocò le dimissioni del Presidente dell’epoca, Carlos Andrés Perez. Il 5 Marzo si celebrerà un anno dalla morte di Hugo Chavez, e tutto può accadere.

© Rivoluzione Liberale

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