santa_Maria_Antiqua

Sono finalmente completati i restauri della chiesa di Santa Maria Antiqua a Roma. Dopo decenni il più antico monumento cristiano del Foro tornerà a essere interamente visitabile a primavera, una volta smontati i ponteggi e stabilizzato il microclima. L’intervento ha anche recuperato e ricollocato un quarto degli affreschi originali, alcuni dei quali nellla cappella di San Teodato. La chiesa era già stata aperta nel 2004 per un breve periodo, a restauri ancora in corso, e poi definitivamente da novembre 2012 .

Il complesso è stato sommerso dai detriti del terremoto dell’847 per oltre 1000 anni, fino alla riscoperta del 1899 ad opera dell’archeologo Giacomo Boni, che aveva cercato per 4 anni di recuperare il luogo, ritrovato privo di tetto. È eppure vero che nel 1702 un cavapietre incappò fortuitamente nell’abside, ma la risotterrò. Nel sito si infiltravano la pioggia e l’acqua continue che scendevano lungo le pendici nord-occidentali del Palatino, ma tutto sommato i detriti hanno preservato gli affreschi.

Fu edificata nel 552 dai Bizantini, all’interno di un nucleo di edifici domizianei (imperatore dal 51 al 96) a livello del raccordo tra i palazzi imperiali del Palatino e del Foro, con appunto laterizi, mattoni e marmi della Domus Tiberiana. Dopo l’847, il luogo era stato ricoperto dalla successiva chiesa di Santa Maria Liberatrice, abbattuta poi, perché di basso valore artistico, al momento della riscoperta del 1899.

Ci voleva un’operazione radicale per favorire la chiesa originale. Penserete che la scelta sia scontata, ma non lo è. Far prevalere il valore storico o quello artistico? Basti pensare al restauro del Giudizio Universale della Cappella Sistina, che ha visto la rimozione delle “braghe” tarde di censura e il mantenimento di quelle 500esche in ricordo della Controriforma, oppure ai tanti casi in cui riemergono durante i lavori pubblici elementi di valore archeologico, come avviene di continuo in una città come Roma, e si decide di ricoprirli puntando alla catalogazione e a un’altra modalità di conservazione.

Rimangono da ultimare i pavimenti del piano rialzato del presbiterio e dell’abside, i primi dalla policromia cosmatesca, i secondi già ben recuperati da Giacomo Boni. Grazie ai finanziamenti del MiBACT, con 1 milione e 655mila euro, e del World Monuments Fund, con 717mila dollari, si possono finalmente visitare gli ambienti, ma in particolare il ciclo di affreschi, secondo Mariarosaria Barbera, Soprintendente ai Beni Archeologici di Roma: “Testimonianze davvero uniche, per la conoscenza dello sviluppo dell’arte medievale e bizantina. Da questi affreschi, fatto unico nella storia dell’arte, scaturisce una linea che parte dalla pittura romana imperiale, passa attraverso quella cristiana, dialoga con l’arte di Bisanzio e approda a Giotto”.

L’edificio romano aveva una forma basilicale, a cui fu aggiunta un’abside e 2 piccole cappelle. Si sovrappongono 3 fasi: il periodo immediatamente posteriore alla liberazione bizantina dai goti; fra 565 e 578; nel 650 circa, l’epoca del pontificato di Giovanni VII, 705-707. Il ciclo d’affreschi corre per la navata sinistra, l’abside, la cappella di San Teodato, coinvolgendo anche le colonne della navata centrale.

Sicuramente il momento più significativo è quello che coinvolge i monaci bizantini, in quanto a seguito delle 2 ondate iconoclaste (726 e 750), soprattutto con la seconda, l’arte raffigurativa a tema religioso venne perseguitata come eresia cristologica e gli esempi nell’Impero d’Oriente vennero dunque rimossi e distrutti, per optare per un ellenismo raffigurativo “laico”. Per fortuna il tentativo di estendere il decreto imperiale in Italia non ebbe successo.

Nel 1901 una porzione delle pitture venne staccata e custodita nei magazzini dell’Antiquario Forense, il resto fu rivestito e protette da cera minerale contro l’umidità, che ha invece aggravato i danni. Ora è stato effettuato il riconsolidamento degli intonaci, il riposizionamento e riallineamento delle pitture staccate, grazie all’uso di fibre di carbonio. Sono state così rimosse 1 km e mezzo di cornici in cemento e 490 grappe di ottone, come rivela il responsabile dei lavori, l’architetto Giuseppe Morganti. Con il tempo i vari strati pittorici hanno restituito una diversa immagine, una sorta di doppia immagine traspare.

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