paesi arabi

In diversi paesi arabi (Mauritania,Libia,Algeria, Irak, Egitto, Tunisia e Libano) nel 2014 ci si troverà ad affrontare delle elezioni.  Praticamente, la totalità dei Paesi che sono stati attori della Primavera Araba, ai quali si aggiungono la Mauritania, l’Irark, l’Algeria e il Libano, saranno coinvolti in quello che molti già definiscono come scrutini a rischio. La prima difficoltà sta nel contesto geopolitico instabile e nelle forti tensioni interne che ne derivano e che minacciano la loro organizzazione e potrebbero pesare sulla legittimità dei risultati. Nel 2014, molti Stati arabi rinnovano il loro Parlamento o eleggono il loro Capo di Stato. Ma in alcuni Paesi, la tenuta delle elezioni è rimessa in causa per la situazione della sicurezza precaria e per le divisioni interne che impediscono un consenso unanime sulla legge elettorale. Se avranno luogo, la legittimità dei risultati potrebbe essere ostacolata dalle derive autoritarie e dalle interferenze esterne nel dibattito politico.

 In Mauritania, salvo sorprese dell’ultima ora, le elezioni Presidenziali avranno luogo in Luglio, al termine dei primo quinquennato di Mohamed Ould Abdel Aziz, al quale la Costituzione permette di ripresentarsi per un secondo mandato, anche se, per il momento, non abbia dato nessun annuncio ufficiale per una sua nuova sottomissione al suffragio dei mauritani. In questo contesto, queste elezioni dovrebbero avvenire in pieno mese di Ramadan, in un clima politico e sociale molto precario. L’opposizione comincia già a pensare seriamente di presentare come competitor dell’attuale Presidente, una candidato unico. Per fare ciò, l’opposizione, alleata a personalità indipendenti e ad organizzazioni della società civile si appresterebbe ad organizzare un “forum per la Democrazia e l’Unità”, che dovrebbe avere come obbiettivo principale la questione delle prossime elezioni. Ricordiamo che i principali Partiti della Mauritania che fanno parte di quella che nel Paese viene chiamata la Coordinazione dell’opposizione Democratica (COD), tranne il Partito islamista Tawassul, avevano boicottato le elezioni politiche e amministrative di Novembre e Dicembre 2013. In alcuni Stati, la situazione della sicurezza è degradata a tal punto da rimettere in questione l’intera organizzazione della macchina elettorale. In Libano, le elezioni politiche che dovrebbero tenersi nel Novembre del 2014 erano inizialmente previste per il 2013. Queste sono state spostate per via delle precarie condizioni di sicurezza che impedivano ai canditati di fare campagna liberamente. Niente sembra indicare al momento che questa situazione possa migliorare da qui a quest’autunno. In Yemen, le elezioni politiche e regionali sono previste per Agosto. Ma il conflitto armato che vede confrontarsi a nord di Sanaa  le milizie Huthi, sciite, e i gruppi salafisti vicini al Partito al-Islah, fa ancora molte vittime e mette in pericolo la sicurezza dei civili. L’Irak e la Libia, sono casi simili, qui gli attentati sono ormai ricorrenti. La questione della sicurezza potrebbe auto invitarsi sulla scena tunisina, per via delle minacce terroristiche per ora relegate alla frontiera del Paese. Il caso della Siria e delle sue elezioni Presidenziali previste per primavera è ancora più problematica. La guerra civile che si accanisce sulla popolazione dal 2011 complica l’organizzazione di tale evento. La presenza di diversi gruppi armati, così come quella del Regime, non invitano allo spostamento per votare. L’atmosfera che regna ancor meno.

L’adozione della legge elettorale è ugualmente oggetto di aspri dibattiti e spesso fonte di paralisi. Definendo le modalità di voto, questa legge garantisce, o meno, la giusta rappresentanza delle diverse minoranze confessionali ed etniche, la cui esclusione dai circoli di potere è all’origine di forti tensioni in Libano, Libia, Irak e Yemen. Questi Paesi sono sorvegliati speciali della International Crisis Group. Secondo questo think thank, questi Stati si stanno insabbiando nei loro tentativi di istaurare una governante forte e centralizzata che non funziona, senza peraltro riuscire a trovare alternative che non favoriscano la deliquescenza dello Stato o le tendenze separatiste. In Yemen, l’approvazione della legge elettorale potrebbe prendere molto tempo. Se il recente dialogo nazionale che si è chiuso lo scorso 24 Dicembre ha permesso di trovare un accordo in favore di una organizzazione di tipo federale, il numero delle Regioni fa ancora discutere. Devono essere create due grandi regioni Nord e Sud, o 4 al Nord e 2 al Sud, con il rischio di uno squilibrio nella rappresentanza politica? Questo punto è fondamentale per il Sud che, dalla riunificazione dello Yemen nel 1990, non cessa di reclamare una rappresentanza più equa. Le tensioni sono palpabili e le tendenze separatiste come quella del Movimento Sudista si manifestano sempre di più. Questo gruppo ha respinto le conclusioni del dialogo nazionale e rivendica la secessione dal Nord. In Irak, sempre secondo l’ICG, la strategia di divisione del Primo Ministro ha condotto ad una frammentazione della scena politica. L’alleanza nazionale sciita è ormai divisa in tre blocchi: la Coalizione dello Stato di Diritto, il cui leader è il Primo Ministro Muri al-Maliki, la corrente Muqtada al-Sadr e il Consiglio Supremo Islamico. La Iraqiya List è anch’essa implosa, e non esiste più una coalizione interconfessionale. Questa situazione è anche una conseguenza della nuova legge elettorale, che abbassa il numero di scranni attribuiti ai grandi Partiti. Alcuni considerano questa frammentazione positiva, perché non permetterà di vincere ad un unico gruppo confessionale. L’IGC teme al contrario che queste divisioni interne alimentino una competizione politica per chi rappresenterà meglio gli interessi della propria confessione, e una esaltazione del sentimento identitario che andrebbe a cristallizzare le divisioni confessionali. In assenza di una maggioranza precisa, il risultato delle elezioni potrebbe portare a lunghi negoziati e ritardare la formazione del Governo. In Libia le tendenze centrifughe penalizzano la composizione dell’Assemblea Costituzionale da poco eletta. Alcuni scranni sono riservati alle diverse minoranze etniche ma alcune di loro, come gli Amazighs, boicottano le elezioni e non hanno voluto presentare candidati. A guidare le danze sono anche le pressioni delle milizie ancora molto potenti dopo la morte di Gheddafi. In mano loro le ricche zone petrolifere. In Algeria, il Presidente della Repubblica Abdelaziz Buteflika ha nominato il 18 gennaio i magistrati membri della Commissione Nazionale di Supervisione delle Elezioni, il cui ruolo è di validare i dossier dei candidati alle Presidenziali del 17 Aprile. La Legge elettorale rende le candidature ancora più difficili da concretizzarsi. I candidati dispongono di 54 giorni per raccogliere 6omila firme in 25 diverse wilayas. Ma anche in caso di riuscita, il sostegno dell’esercito e dell’apparato politico è essenziale per vincere queste elezioni. Se la candidatura di Buteflika è ancora sottoposta a speculazioni di ogni genere per via dei suoi continui ricoveri in ospedale a Parigi, i due candidati più credibili sono membri del serraglio: Abdelmalek Sellal, attuale Primo Ministro e Ali Benflis, ex Primo Ministro. In Egitto ugualmente la continuità del Regime militare sembra essere sulla buona strada. In seguito ai risultati del Referendum sulla  Costituzione, adottata con il 98,1% dei consensi, e utilizzati come plebiscito pro Sissi, il Generale ha confermato la sua candidatura alle prossime  Presidenziali. Nonostante il numero di consensi altissimo, non dimentichiamo  che il tasso di astensionismo è stato ugualmente molto alto, molti giovani non anno votato e questo potrebbe essere un’incognita non da poco. In Siria, l’organizzazione delle elezioni e la transizione politica sono oggetto di negoziati che coinvolgono numerosi attori internazionali, ciascuno con il desiderio di influenzarne i risultati. La storia è, qui, tristemente nota.

Il 2014 si preannuncia come un anno test, dove i dirigenti attuali e futuri dei Paesi della regione del Medio Oriente e Nord Africa (MENA) dovranno dimostrare le loro capacità a garantire la sicurezza dei loro cittadini, a mantenere l’unità e ad accettare le regole della Democrazia. In poche parole, dimostrare la legittimità ad esercitare il potere. In gioco c’è la costruzione del  loro futuro, ma anche del nostro.

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