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Fino a ieri la Crimea era parte di uno Stato sovrano. Uno Stato post-sovietico ancora coinvolto in una laboriosa transizione, ma sovrano.

La sua indipendenza era stata riconosciuta dalla Russia e dalla Comunità Internazionale, nel 1991 e soprattutto nel 1994, quando Londra, Washington e Mosca firmarono un accordo in cambio della rinuncia di Kiev all’armamento nucleare. Con questo accordo, la Russia, come gli altri firmatari, si impegnava su cinque punti: rispetto delle frontiere dell’ Ukraina, non ricorrere alla forza, rinunciare a sanzioni economiche, utilizzare lo strumento  delle Nazioni Unite in caso di aggressione, consultare le altre parti in caso una di esse venisse meno a queste promesse. Da tre mesi a questa parte Mosca ha violato, uno per uno, tutti gli impegni presi in virtù dello statuto di autonomia del quale godeva la Crimea, e senza che i Russi, i russofoni e i russofili, vi abbiano subito alcun ostracismo. Certamente gli europei non possono ignorare alcuni elementi che vanno “a favore” del punto di vista russo. La vicinanza culturale, l’appartenenza storica, l’importanza strategica di Sebastopoli per la marina russa. Ma anche gli occidentali non sono “esenti” da colpe:  da una quindicina di anni tentano di portare Kiev nel campo NATO e questo non li pone in una situazione di totale neutralità. Così come non è neutrale l’accordo promesso da Bruxelles. Ma né il Diritto Internazionale, né gli accordi del ’94, né la Costituzione ucraina, né la presenza di soldati russi, né l’assenza di libera informazione permettono di dare al voto di ieri la legittimità internazionale e questo fa si che da ieri la Crimea è il potenziale seme di un conflitto dai risvolti incerti. Ed è l’incertezza, così come la diffidenza, che preoccupa l’opinione pubblica e i leader occidentali. Putin è un avversario imprevedibile.

Si parla di sanzioni, ma quale efficacia possono avere in uno Stato corrotto come l’Ukraina (non possiamo negare la realtà) dove il nuovo Governo, nato dalle rivolte di Piazza Maiden non dispone di un controllo “normale” del territorio. I capi delle diplomazie russa e americana sono d’accordo su un punto, come fatto trapelare ieri, la riforma della Costituzione ucraina.  Anche se, visto la piega che stanno prendendo i rapporti, è tutto da vedere. Nell’attesa, nelle grandi città dell’Est come Donestk e Khriv, gli scontri si susseguono e Mosca lì possiede tutti i mezzi che possono destabilizzare ulteriormente il potere, sfruttando il minimo malumore. La difesa delle minoranze russe rivendicata da Putin (e che sa tanto di passato), è una bomba ad orologeria che fa tremare i Paesi Baltici e la Moldavia. Sul piano economico, la trama di rapporti nati con la mondializzazione fa delle sanzioni un’arma a doppio taglio. Mentre l’Unione Europea e Washington affilano le armi dell’economia e della finanza, gli oligarchi rimpatriano i loro capitali. Lo scorso anno, la Russia è stato il Paese che ha preso più misure protezionistiche di tutti, malgrado il suo ingresso nella World Trade Organization. Si respira aria di chiusura. Il meccanismo si sta mettendo in moto e non è una buona cosa.

Appena la Duma accetterà l’annessione della Crimea, Putin avrà definitivamente gettato alle ortiche la nozione di intangibilità delle frontiere. L’ultima volta era accaduto sei anni fa in Georgia. Starà ora all’Occidente stabilire il prezzo che dovrà pagare, ma tra la reazione e l’inazione c’è ancora la carta del negoziato, che va portato avanti utilizzando tutte le carte possibili, tenendo presente che l’interlocutore è un abile giocatore di poker dallo sguardo inafferrabile e dal gusto della competizione all’ ultimo respiro.

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